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12/10/2025

IL CLANDESTINO – UN ROMANO “NASCOSTO” A MILANO

Come ormai sapete, oltre a leggere libri gialli di diverse tipologie, mi piacciono le serie e le fiction TV, in particolare quelle tratte da romanzi di autori italiani. Mi è capitato però, quasi per caso, di iniziare a guardare una serie che non nasce da un libro…e mi è molto piaciuta! Si tratta di “Il clandestino”, una serie creata da Ugo Ripamonti e Renato Sannio, i quali hanno anche firmato la sceneggiatura con Michele Pellegrini, diretta da Rolando Ravello. Potrebbe sembrare banale ma creare una serie non credo sia facile, soprattutto perché non si ha una “base” da cui partire, come quando, appunto, si trae spunto da un romanzo. Ma veniamo a noi. La serie narra le vicende di Luca Travaglia (interpretato dal bravissimo Edoardo Leo), un ex ispettore capo dell’antiterrorismo che ha lasciato la Polizia in seguito ad un tragico evento. Durante una serata di gala, infatti, in cui Luca e la sua squadra sono infiltrati per proteggere i diplomatici presenti, esplode un ordigno, provocando diversi feriti, fra cui l’agente più giovane della squadra, che perde l’uso delle gambe. Fin da subito sembra evidente che l’attentatore sia Khadija, compagna di Luca di origine libica, che muore nell’attentato davanti agli occhi del suo amato. Luca non riesce a riprendersi e, divorato da mille dubbi e domande e dal senso di colpa, lascia la Polizia “scappando” a Milano. Qui inizia a lavorare come buttafuori nelle discoteche e come guardia del corpo, andando a vivere in affitto nell'autorimessa di Palitha (che ha il volto del simpaticissimo e vulcanico
Hassani Shapi), un singalese con competenze da meccanico che gestisce una propria impresa di soccorso stradale e che vive al piano di sopra con la moglie Gedara. Nelle prime settimane, dopo il lavoro, Luca si chiude nel suo “antro” e beve fino allo sfinimento, vivendo di incubi e flashback e limitandosi ad andare avanti. L’esuberante Palitha, con il quale pian piano si crea un legame di profonda amicizia, lo coinvolge suo malgrado in “interventi” che di meccanico hanno ben poco! Con la scusa dell’affitto arretrato, infatti, il singalese gli chiede aiuto per risolvere problemi e soprusi che coinvolgono povera gente, spesso immigrati irregolari, che non possono o non vogliono rivolgersi alla Polizia. Oltre ad aiutare chi ha davvero bisogno, i due si trovano a guardare con occhi nuovi la loro vita. Da loro arrivano persone con storie incredibili, uomini e donne spesso sfruttati ed emarginati, a volte semplicemente ignorati o abbandonati, vittime silenziose e inerti di ingiustizie e di violenze. In tutto questo, il “buon” Palitha vede un’occasione di guadagno e propone a Luca di mettersi in società e di creare un’agenzia investigativa. L’improbabile “coppia”, che fra un caso e l’altro dà vita a esilaranti “siparietti”, si sposta per la città usando un furgone Fiat 1100 di colore rosso fiammante, completamente restaurato e modificato come carro attrezzi, con tanto di pubblicità dell’autofficina di Palitha e della loro neonata e sgangherata agenzia! Nelle loro indagini, ricorrono spesso all’aiuto del vicequestore Claudio Maganza, amico di vecchia data di Luca, che chiude sovente un occhio (anche due!) sulle loro “attività” non sempre regolari e a quello di Carvelli, un alto dirigente dei Servizi segreti italiani, altro suo vecchio conoscente dai tempi in cui lavorava all'antiterrorismo, al quale telefona per ottenere informazioni e rintracciare persone. Lavorando come
guardia del corpo e accettando i vari incarichi tramite l’agenzia, Luca capisce che deve riprendere in mano la sua vita e, soprattutto, rimanere sobrio. I soldi dell’agenzia, infatti, fanno comodo anche a lui, e non solo all’amico, per una ragione che tiene completamente segreta. Le bottiglie di vodka e whisky lasciano così il posto a innumerevoli bottigliette di chinotto, che beve in qualsiasi momento del giorno e della notte. …Mi piacerebbe proseguire e raccontarvi anche il resto ma preferisco fermarmi, sperando di aver suscitato in voi la curiosità di vedere la serie che, come vi dicevo, è davvero coinvolgente. Sarà stata la capacità espressiva di Edoardo Leo e il suo modo di parlare…o l’incredibile simpatia di Hassani Shapi, che si apposta con il carro attrezzi nei luoghi più assurdi, sgranocchiando bastoncini al cioccolato e pensando di non dare nell’occhio…o ancora vedere le vie e i quartieri della “mia” Milano diventare tristemente protagonisti di guerre tra gang o zone di traffici illeciti…sta di fatto che la serie, episodio dopo episodio, mi ha coinvolto e mi ha fatto stare con il fiato sospeso, riuscendo a stupirmi e a non dare nulla per scontato, neanche la differenza fra bene e male, che spesso non è così netta. Purtroppo, l’anno scorso l’attore Hassani Shapi è morto improvvisamente e quindi non si sa se verrà girata la seconda stagione ma vi consiglio vivamente di guardare la prima e unica, perché ne vale la pena. Per quanto riguarda il gusto, invece, non c’è molto da dire. Luca beve prima litri di alcool e poi litri di chinotto, mentre Palitha mangia i bastoncini Mikado (beh! Dico la marca perché nella serie non viene mai oscurata…) di cui ha una scorta infinita. Quindi per questa volta mi limito a parlarvi di una bevanda tutta italiana nata da un agrume:
il chinotto.

Il chinotto è un estratto analcolico del Citrus myrtifolia, agrume diffuso sulla costa tirrenica italiana. Si

tratta di una bevanda scura, dall’aspetto simile a una cola, di gusto amarognolo. Rispetto alle versioni storiche originali, (purtroppo direi!), i chinotti attualmente in commercio sono generalmente più zuccherati. La sua nascita è di origine incerta. Alcune fonti sostengono sia stato inventato negli anni Trenta dalla San Pellegrino, che ne è la principale produttrice, altre lo fanno risalire agli anni Quaranta in Sicilia o in provincia di Viterbo ed altre in un comune della Svizzera italiana. Infine, c’è una delle “teorie” più accreditate, secondo la quale la formula industriale fu inventata a Milano, dalla “Costantino Rigamonti fu Giovanni”, che divenne poi la Recoaro. E, infatti, negli anni Cinquanta il chinotto più famoso e venduto era proprio quello con marchio Recoaro. Nel tempo, nonostante una particolare diffusione oltreoceano, il chinotto ha rischiato di scomparire e di diventare un prodotto di nicchia, reperibile solo in Italia. Negli ultimi decenni, invece, è tornato un po’ “di moda”, grazie anche ai diversi marchi che lo producono e stanno cercando di tornare al prodotto originale, meno zuccherato e più dissetante. In molti Paesi in cui viene esportato, rimane comunque un prodotto “Made in Italy” che si può trovare solo nei negozi specializzati. Ricordo che questa bevanda, quando ero ragazzina, veniva venduta nel negozio di famiglia, insieme ad altre bibite, rigorosamente in bottiglie di vetro. Ultimamente l’ho bevuto e trovato molto, troppo dolce, in effetti. Però, poi, cercando una versione in vetro per fare le foto del post, sono rimasta piacevolmente sorpresa nel trovare un gusto decisamente più amarognolo e dissetante. Adesso, però, ogni volta che ne vedo una bottiglia, ripenso a Luca Travaglia che lo ha scelto per superare la dipendenza dall’alcool. Non so se a voi piace o se l’avete mai assaggiato. Magari provatelo e sorseggiatelo bello fresco, mentre guardate gli episodi de “Il clandestino”…direttamente dalla bottiglia, mi raccomando! Alla salute e alla prossima!

17/11/2024

LA SQUILLO E IL DELITTO DI LAMBRATE – LA PRIMA INDAGINE DI MARGHERITA GRANDE

Classe 1939, Dario Crapanzano è uno dei più famosi giallisti italiani. Dopo una laurea in Giurisprudenza e un diploma all'Accademia di Arte Drammatica (compagno di corso di Mariangela Melato) lavora in campo pubblicitario per poi esordire come scrittore nel 1967, con la guida sentimentale “A Milano con la ragazza...e no”. Il successo, però, insieme alla notorietà arriveranno solo nel 2011, quando Crapanzano decide di creare il personaggio del commissario Mario Arrigoni, che sarà protagonista di nove indagini in altrettanti romanzi. Nel 2018, invece, scrive il primo dei due libri che raccontano le vicende e le indagini di Margherita Grande, personaggio decisamente originale. Entrambi, Arrigoni e Margherita, si muovono nella Milano degli Anni Cinquanta, quelli della ricostruzione, dove ci si muove ancora con poche macchine nella nebbia che avvolge tutto e tutti. Milano è la protagonista principale di tutti i romanzi di Crapanzano a partire dai titoli e ci si ritrova all’ombra della Madonnina in ogni pagina. Vi parlerò in un’altra occasione del commissario Arrigoni, perché ho deciso di presentarvi prima la figura di Margherita Grande. Sono solo due i romanzi che la vedono protagonista: “La squillo e il delitto di Lambrate”, e “Una contessa a Chinatown”. Crapanzano, infatti, morto nel 2020 nella sua abitazione milanese, non ha potuto scriverne altri. Io ho letto il primo, per ora, ed è di questo che vi scrivo oggi. Siamo nel 1951 e la bella Margherita sbarca il lunario facendo la cameriera. La guerra le ha portato via i genitori e lei si ritrova, appena ventenne, a dover mantenere i due fratellini più piccoli e l’anziana nonna. La sua intelligenza, la sua vivacità, la sua bellezza e la sua innata eleganza, però, non passano inosservate e ben presto le viene proposto qualcosa di diverso e molto ben remunerato...quello che viene chiamato “il lavoro più vecchio del mondo” … E così, tenendolo
nascosto alla famiglia ed ai tanti amici e conoscenti, Margherita diventa una squillo d’alto bordo, in una lussuosa casa di via Monte Rosa. La signora che l’ha assunta ha capito subito le sue potenzialità e la trasforma, in poco tempo, in una delle ragazze più ambite dai clienti altolocati che frequentano la sua esclusiva casa di appuntamenti. Margherita, inizialmente titubante, mette a tacere la sua ritrosia e la sua coscienza davanti ai primi guadagni, che le permettono non solo di vivere meglio ma di far studiare i suoi fratellini, garantendo alla sua famiglia una vita tranquilla e dignitosa. Un giorno scopre che una delle sue amiche d’infanzia è accusata dell’omicidio del fidanzato, capo di una banda della ligera, la malavita milanese. Convinta della sua innocenza, si imbarca senza alcun indugio in un’indagine che la porterà a scoprire segreti di persone losche e di altre apparentemente “per bene”. Fra un appuntamento e l’altro, Rita (come viene chiamata dagli amici) riesce così a sbrogliare un’intricata matassa, fatta di tradimenti, bugie e sottili abusi di potere. Grazie alle sue conoscenze altolocate, arriva a sottoporre il risultato delle accurate e solitarie indagini al vicequestore, che rimane sbalordito dalle sue capacità investigative e dal suo acume…oltre che dalla sua bellezza, ovviamente! Il libro mi è piaciuto molto e vi confesso che l’ho letto tutto in un pomeriggio: ve lo consiglio proprio! La scrittura è scorrevole e “leggera”, coinvolge dall’inizio alla fine e sicuramente Margherita, al centro di alcuni divertenti siparietti, è capace di conquistare il lettore fin dalle prime righe. Ogni personaggio, anche quello che compare solo brevemente, è ben caratterizzato e occupa un suo specifico spazio. Per quanto riguarda il gusto, vengono citati qua e là dei piatti e delle bevande ma nulla di particolare…quindi ho deciso di proporvi una ricetta che è proprio solo milanese. Un dolce che parla in meneghino: il pan mejno o pan de mej (pane di miglio in dialetto milanese).

Conosciuto anche come pane dei poveri, è un dolce tipico lombardo, in particolare della cucina milanese. Si tratta di fragranti biscotti a base di farina 00 e farina di mais, aromatizzati con fiori di sambuco essiccati, che conferiscono loro un aroma fresco e leggermente erbaceo. L'origine del dolce non è certa, ma pare che il nome derivi dal miglio, cereale largamente utilizzato nell'antichità per produrre il pane. La leggenda narra che, con il passare del tempo, il "pane di miglio" si sia trasformato in una sorta di focaccina dolce, preparata tradizionalmente il 23 aprile per celebrare San Giorgio, protettore dei lattai, i quali offrivano per l'occasione tazze di panna da accompagnare al pan de mej. Un'altra versione racconta, invece, che il pan meino venne inventato nel XIV secolo nelle campagne milanesi per festeggiare la vittoria di Luchino Visconti sui briganti. Qualunque sia la sua origine, sta di fatto che da secoli non c’è giorno di San Giorgio in cui un vero milanese non mangi almeno un pan mejno inzuppato nella panna fresca (…anche se, a mio avviso, non è necessario limitarsi a gustarlo solo una volta all’anno)!!! Nel tempo molti pasticceri e fornai hanno apportato delle modifiche alla ricetta, mettendo l’anice o utilizzando solo la farina gialla, facendoli più grandi o più piccoli, togliendo lo zucchero a velo e aggiungendo del cacao…La ricetta che vi propongo è quella originale, che vuole tassativamente i fiori di sambuco. Io ho faticato un pochino a trovarli ma poi è venuta in mio aiuto la mitica signora Betty, che me li ha procurati e alla quale dedico questa preparazione, ringraziandola di cuore!

RICETTA DEL PAN DE MEJ

Ingredienti (per 18/20 biscotti): 200 gr farina 00 – 300 gr farina di mais (meglio se fioretto) – 150 gr burro – 150 gr zucchero semolato – 3 uova – 16 gr lievito per dolci – 1 cucchiaino di estratto di vaniglia (o una bustina di vanillina) – un pizzico di sale – zucchero a velo e semolato – fiori di sambuco essiccati

In una ciotola lavorate uova, zucchero ed estratto di vaniglia con le fruste elettriche fino a ottenere una massa gonfia e spumosa. Unite il burro, precedentemente sciolto e lasciato raffreddare, e un pizzico di sale. In un altro recipiente unite le farine e il lievito, mescolatele insieme e poi setacciate il tutto direttamente nella ciotola con gli ingredienti liquidi.  Amalgamate il tutto fino ad ottenere un impasto compatto e poco appiccicoso. Coprite con pellicola e riponete in frigorifero per una mezz'ora. Trascorso il tempo necessario, prelevate delle porzioni di impasto e formate delle palline di circa 60 grammi ciascuna. Appiattite ogni sfera per ottenere dei dischi di circa 9 cm di diametro e adagiateli su una leccarda rivestita di carta forno, facendo attenzione a tenerli distanziati. Cospargete ogni biscotto con un pochino di zucchero semolato, una spolverata di zucchero a velo e dei fiori di sambuco. Cuocete in forno statico, preriscaldato, a 180° per 15/20 minuti. Una volta sfornati, lasciateli raffreddare e, al momento di servirli, cospargeteli con altro zucchero a velo (se conservati in un contenitore ben chiuso si possono mantenere fino a 4 o 5 giorni…se resistete!!!).

Come vi dicevo, tradizione vuole che si gustino con la panna fresca ma c’è chi li preferisce nel latte o con il vino…decidete voi come e quando ma vi consiglio di provarli in qualsiasi stagione e magari leggendo un bel libro! Buona degustazione e alla prossima!


  

22/04/2024

A TAVOLA CON LUCIANO COSIMO CARLUCCIO E…IL COMMISSARIO CUCCI!

Vi ho già parlato in due occasioni del commissario Cosimo Cucci, detto Mino, e del suo creatore, Luciano Cosimo Carluccio (per chi se li fosse persi, sono i post del 18/09/19 e del 19/02/2023) e spero di tornare presto a leggere uno dei suoi romanzi e ad invitarvi a fare altrettanto…Nel frattempo, però, voglio condividere una bellissima esperienza, una di quelle che non capitano proprio tutti i giorni…anzi!!! Vi ho incuriosito? Ebbene…una decina di giorni fa ho avuto il privilegio di accogliere a casa mia Luciano Cosimo Carluccio e sua moglie Laura…li ho invitati, infatti, a gustare un pranzo che ho preparato ispirandomi proprio ai libri e alla figura del commissario Cucci. Beh! Vi assicuro che è stata un’escalation di emozioni! Anzitutto i preparativi sono iniziati molto tempo prima della data fissata, perché ho dovuto scegliere i piatti “attingendo” un po’ dalla tradizione salentina e un po’ da quella meneghina, cercando di farle incontrare e di abbinarle nelle diverse preparazioni, senza troppe contaminazioni, lasciando piuttosto emergere ora l’una ora l’altra (chi lo conosce, infatti, sa che il commissario Cucci è di origine salentina e vive e lavora a Milano). Successivamente ho voluto abbinare alcuni passaggi dei quattro libri di Carluccio, per sottolineare un’emozione, uno stato d’animo, un semplice momento del commissario 
Cucci, qualcosa, insomma, che mi permettesse di spiegare la scelta di ogni singolo piatto. È stata una bella sfida e mi ha dato l’occasione di tornare tra le pagine di libri che avevo già apprezzato. Una volta approntato il menù, ho invitato i coniugi Carluccio e fino all’ultima preparazione ho dato il massimo per presentare i piatti proprio come li avevo scelti e pensati…ed è stato davvero un successo! È stata una vera gioia e ho provato una grande soddisfazione nel vedere Laura e Luciano gustare e apprezzare ogni portata! Ovviamente ho preparato un menù scritto che riportava i brani scelti e li ho fatti leggere direttamente dall’autore…del resto…quando mai mi ricapita?!? Il pranzo è stato molto piacevole e ho anche potuto fare qualche domanda a Luciano sul commissario Cucci e sul suo futuro…beh! Non si è sbilanciato molto (e comunque se anche lo avesse fatto non potrei mai e poi mai rivelare nulla!!!) ma una cosa è certa…adesso aspetto con trepidazione il prossimo libro! Voglio condividere con voi i piatti che ho preparato ma non posso fare altrettanto con tutti i brani, altrimenti rischierei di spoilerare qualcosa e non è assolutamente mia intenzione. Invito, piuttosto, chi ancora non l’avesse fatto, a leggere i libri di Carluccio…sono certa che vi piaceranno. Se poi volete anche cimentarvi in una delle preparazioni…vi posso assicurare che non sono difficili come sembra e sono decisamente buoni!

 A TAVOLA CON IL COMMISSARIO CUCCI: DAL SALENTO A MILANO

Abbiamo iniziato con un aperitivo che attingeva dai classici salentini e da quelli meneghini, giusto per “entrare in tema”: friselle “alla maniera di Cucci” (vedi il libro “Rifiuti particolari”) accompagnate da olive e taralli e antipasto “meneghino” (pane, burro e acciughe) servito con giardiniera



Si è proseguito con un primo piatto tipicamente milanese, il risotto giallo, abbinato ad un altro tipicamente pugliese, crema di fave con cicoria saltata e pane tostato: Il risotto alla milanese incontra le fave e la cicoria (brano tratto da “Perfidi inganni”)

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Per rendere l’idea di Milano, città tentacolare, e delle contaminazioni delle varie etnie che vi convivono, ho scelto un emblema della cucina salentina, servito con un contorno “vintage” della cucina meneghina: Polpo in due cotture servito su salsa piccante e accompagnato da patate prezzemolate (ancora “Perfidi inganni)

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Per fare una pausa fra un piatto e l’altro e per richiamare il titolo e l’esoticità di un altro dei libri di Carluccio, ho poi scelto un piatto originale che nulla ha a che vedere né con Milano né con il Salento:

Minestrone di frutta (brano da “Perline colorate”)

-        E per finire ho optato per un dolce abbastanza “inflazionato” sulle tavole di molti ristoranti ma che vuole richiamare il dolce-amaro delle vicende raccontate nell’ultimo libro di Carluccio “Scatti mortali a Milano”, dove Cucci è messo a dura prova ma realizza che, anche “dentro” alle vicende più brutte si può comunque trovare l’amore vero, che scalda anche i cuori più freddi. E l’ho abbinato al caffè alla salentina, che si serve con latte di mandorla e ghiaccio, per meglio esprimere il “contrasto” caldo-freddo”: Tortino fondente con cuore morbido servito con caffè alla salentina

La ricetta che vi lascio è proprio quella del dolce. Provatelo: è facilissimo e davvero goloso! Se vi interessano anche le altre…scrivetemi!!!!

 TORTINO FONDENTE CON CUORE MORBIDO

Ingredienti per 8 tortini - 200 gr di cioccolato fondente - 200 gr di burro - 160 gr di zucchero semolato extrafino - 4 uova (a temperatura ambiente) - 40 gr di farina 00 - zucchero a velo – (facoltative 8 mandorle) – 8 stampini monoporzione in alluminio

Fate fondere a bagnomaria il cioccolato fondente spezzettato, lo zucchero e il burro. Imburrate e infarinate molto bene gli stampini, ricopriteli uniformemente per evitare che si rompano quando toglierete i tortini. Fate intiepidire il composto al cioccolato e incorporate le uova, uno alla volta, mescolando bene dopo ogni aggiunta. Aggiungete la farina setacciata tutta insieme e mescolate con una frusta. Versate il composto all'interno degli stampi imburrati aiutandovi con un mestolo. (se volete potete mettere al centro di ogni stampino una mandorla). Coprite i tortini con la pellicola trasparente e fateli riposare in freezer per almeno sei/otto ore, prima di infornare. Cuocete nel forno già caldo a 220° (modalità statica) per 19 minuti. Sfornate, capovolgete gli stampini sui piatti da portata, spolverizzateli con dello zucchero a velo e serviteli. I tortini al cioccolato con cuore morbido sono pronti…gustateli ma fate attenzione a non scottarvi!!! Io vi aspetto al prossimo post!



05/03/2023

LA SPOSA SCOMPARSA – Il primo dei “Delitti del casello”

Rosa Teruzzi (Monza, classe 1965), giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva, vive e lavora a Milano ed è esperta di cronaca nera. Dopo aver guidato la redazione di Verissimo, è diventata caporedattrice della trasmissione televisiva Quarto grado e scrive romanzi e racconti di genere giallo. Per scrivere si ritira in estate presso un vecchio casello ferroviario a Colico, sul lago di Como. Ed è un altro casello ferroviario, posizionato questo a Milano, che ha ispirato la serie di romanzi “I delitti del casello”, editi a partire dal 2016. Ma andiamo con ordine…Libera, affascinante quarantaseienne, ha trasformato un vecchio casello ferroviario, fra i Navigli e il Giambellino, in una casa-bottega, dove si mantiene creando originalissimi bouquet di nozze. La sua specialità è quella di riuscire a creare delle composizioni in base alle caratteristiche ed al carattere delle spose sue clienti e il suo lavoro riscuote un discreto successo, che non la rende ricca ma le permette di vivere dignitosamente. Divide il casello con la figlia Vittoria, giovane poliziotta un po’ “bacchettona” e la madre Iole, settantenne hippie esuberante e seguace dell’amore libero…Inutile dire che la convivenza delle tre donne è tutt’altro che tranquilla: hanno tutte un carattere forte, sono testarde e ferme sulle loro posizioni e hanno tre visioni della vita profondamente diverse. L’unica che si sforza di mantenere una
certa tranquillità e di trovare dei punti di incontro è Libera, che si trova spesso in mezzo a due fuochi, anzi, in mezzo alle scintille generate da una parte dalla sua intraprendente madre e dall’altra dalla sua serissima e intransigente figlia. Gli unici momenti in cui Libera, Iole e Vittoria riescono ad andare d’accordo, o almeno a concentrarsi su altro che non siano le loro “divergenze caratteriali e generazionali”, sono quelli in cui si uniscono per indagare su un mistero o su un delitto. Nel primo dei libri che li vede protagoniste “La sposa scomparsa”, si ritrovano davanti ad un cosiddetto “cold case”, cioè un “caso freddo”. Una piovosa mattina di luglio, infatti, una donna anziana e vestita di nero si presenta alla porta del casello per chiedere aiuto. La figlia è misteriosamente scomparsa diversi anni prima e la signora sostiene che il caso sia stato chiuso e archiviato troppo in fretta e che gli inquirenti, all’epoca, abbiano tralasciato tante, troppe “piste” che avrebbero potuto portare alla soluzione. Il suo dolore traspare dallo sguardo, dalla voce, dalle parole che usa…ed è quasi tangibile. Vittoria, chiamata in causa dalla misteriosa visitatrice in quanto poliziotta, è piuttosto scettica e non sa decidersi sul da farsi. Inutile dire che, invece, Libera e Iole rimangono toccate dalla vicenda e, sentendosi subito coinvolte, si improvvisano investigatrici e si buttano a capofitto nelle indagini. E così, fra piste fredde, teorie strampalate, improbabili travestimenti, sospetti più o meno fondati e, soprattutto, innumerevoli discussioni…la strana squadra investigativa familiare arriverà a scoprire una triste e inaspettata verità. E sullo sfondo Milano, la Brianza, Como e una serie di personaggi che contribuiscono a dare leggerezza a questo romanzo, che si legge volentieri, è scorrevole ed è capace di coinvolgere il lettore. Lo spirito ribelle di Iole, la rigidità di Vittoria, l’estro e la vivacità di Libera emergono dalle pagine del libro in modo schietto e simpatico. Anche il casello gioca un ruolo determinante…in quanto casa-bottega, infatti, è il porto sicuro per tutte e tre le protagoniste, ha il calore, l’odore e il sapore della famiglia, al di là di tutto e di tutti. Libera, poi, lo rende tale con i suoi fiori e con i manicaretti che cucina per la famiglia, per gli amici e per sé stessa, in particolare per tirarsi su o per regalare e regalarsi una coccola. Sono tanti, infatti, i piatti che si avvicendano sulla tavola del casello e devo ammettere che non è stato facile sceglierne solo uno! Ma alla fine, pensa che ti ripensa, ecco a voi una semplice e gustosissima pasta con crema di porri e zafferano, milanese e saporita al punto giusto. Provatela e leggete il libro: vi assicuro che in entrambi i casi non ve ne pentirete!

PASTA CON CREMA DI PORRI E ZAFFERANO

Ingredienti per 4 persone: 320 gr di pasta corta – 4/5 porri - una bustina di zafferano (o 0,2 gr di zafferano in pistilli) – olio evo q.b. - sale q.b. - Pepe q.b.

Eliminate le due estremità dei porri, eliminate la parte verde e i due strati esterni. Tagliateli a rondelle e lavateli. Stufateli in una casseruola con un pochino di olio, due mestoli d’acqua e sale con coperchio chiuso. Una volta che saranno morbidi, tenetene da parte un paio di cucchiai e frullate il resto, fino ad ottenere una crema. Nel frattempo, cucinate la pasta in acqua salata bollente. Lasciate il contenuto della bustina di zafferano in infusione in una tazzina con l’acqua di cottura della pasta per circa 5 minuti. (Se, invece, utilizzate lo zafferano in pistilli posizionateli in un foglio di carta forno piegato a metà. Adagiate sopra una pentola bollente piena di acqua e lasciate tostare per circa tre minuti. Dopo di che con l’aiuto di un coltello, dal lato opposto alla lama, strofinate sul foglio in modo da tritare lo zafferano. Lasciate in infusione in una tazzina l’acqua di cottura della pasta per circa 10 minuti). Passato il tempo di infusione, mescolate la crema di porri con lo zafferano, aggiungete un po’ di pepe e aggiustatela di sale, se necessario. Scolate la pasta, aggiungete la crema e amalgamate per bene. Impiattate e servite, posizionando sopra ogni porzione un pochino di porri e un pochino di zafferano (se ne è rimasto): buon appetito e alla prossima!!



19/02/2023

SCATTI MORTALI A MILANO – Un’indagine del commissario Cucci

È successo ancora…beh! Del resto dovevo aspettarmelo…ormai mi conosco e so che quando un libro mi prende succede sempre così…lo leggo tutto d’un fiato! Certo, non mi capita con tutti i libri che leggo, non tutti gli autori riescono a “costringermi” a farlo…fatto sta che anche per la quarta avventura del commissario Cucci, scritta dall’abile mano di Luciano Cosimo Carluccio, mi sono ritrovata a fare le ore piccole per arrivare all’ultima pagina, perché non potevo e non volevo interrompere la lettura. Era già successo con gli altri suoi romanzi (sì, sì, tutti e tre!!) e quindi dovevo saperlo che non avrei chiuso il libro e spento la luce prima delle 2.30 del mattino…e dunque? Dite che dovrei chiedere i danni al signor Carluccio?!? Denunciarlo per “procurata insonnia aggravata da assoluta inefficacia della conseguente assunzione di caffeina”!?!?! Ma no, figuriamoci! Semmai dovrei ringraziarlo per aver creato un personaggio come quello del commissario Cosimo Cucci, detto Mino, e chiedergli di continuare a scrivere! Per quanto mi riguarda, devo semplicemente ricordarmi che, in certi casi, è bene organizzare la lettura nel fine settimana…perché poi andare al lavoro il giorno dopo diventa decisamente difficile! Comunque vi dico tutto ciò per mettervi in guardia: se avete amato, come me, il commissario Cucci fin dalla prima pagina, se lo avete seguito nelle sue corse mattutine e nelle sue indagini, se avete apprezzato i primi tre libri di Carluccio…beh! Allora non solo vi consiglio vivamente di leggere il quarto ma vi invito a farlo prendendovi il vostro tempo, mettendovi comodi e facendo in modo che niente e nessuno vi disturbi. Ma
andiamo con ordine. Anzitutto il titolo. “Scatti mortali a Milano”, edito da Fratelli Frilli, con una bella copertina di un fantastico colore arancione (per me secondo solo al giallo) sulla quale campeggia una macchina fotografica che poggia su una macchia di sangue. Il tutto risulta molto accattivante e ammetto di averla apprezzata particolarmente. E poi si arriva alla seconda di copertina, sulla quale viene accennata la trama. Il “nostro” Mino si ritrova fra le mani un caso “spinoso”, anzi, se ne ritrova tre che si intrecciano e che lo faranno faticare non poco. Si comincia con la morte decisamente sospetta di un bravissimo “street photographer” e della successiva scomparsa della sua compagna. Si prosegue, poi, con l’omicidio di un ladro di appartamenti, legato agli avvenimenti dei primi due casi. E sullo sfondo, come sempre, la città di Milano, protagonista in tutti i libri di Carluccio, questa volta alle prese con l’Expo e con le devastazioni dei Black Bloc, avvenute durante la manifestazione del 1° maggio del 2015. Ben presto il commissario, coadiuvato come sempre dalla sua squadra, capirà che tutte le piste partono e riportano proprio a quella manifestazione. A tutto questo si aggiunge il coinvolgimento di Marina, la compagna di Cucci, che conosceva il fotografo e la sua compagna, e che lo ha spinto fin da subito a indagare. Il commissario si ritrova così in mezzo a due fuochi: da una parte la donna che ama pretende che lui risolva il caso, anzi i casi, ma non è del tutto sincera con lui e sembra dubitare del suo lavoro e delle sue capacità investigative. Dall’altra la pressione molto forte dei superiori, ansiosi di chiudere i casi ma determinati a cercare un capro espiatorio per i fatti legati alla manifestazione No Expo. In una dura lotta contro il tempo, a poco a poco, la matassa sembra sbrogliarsi e la verità che emerge è davvero inquietante. Il commissario deve combattere su più fronti, nulla sembra andare per il verso giusto e lui si deve spesso fermare per riflettere, cercando di fare ordine sul lavoro e nella sua vita e sforzandosi di rimanere lucido e distaccato, per il bene delle indagini. Ma non è facile e non sono pochi gli attacchi che è costretto a subire. “…al lavoro, così come nel privato, mi hanno descritto come una persona metodica, rigida, rompicoglioni, permalosa, tutto più che azzeccato. Cinico, mai! È la prima volta che mi apostrofano in questo modo. Io non sono così! Comunque farò chiarezza, sia con Marina che con Invernizzi, vediamo cosa cazzo hanno da dirmi. E comunque, vaffanculo a tutti e due!” aveva ragionato. La seduta di allenamento non era stata proficua...La corsa era stata nervosa, poco fluida, complice il suo stato d’animo, poco
sereno…Screzi nella via ne aveva avuti, ma mai con quella intensità e veemenza. Riguardavano sia la sfera privata che quella lavorativa, quindi importanti nella vita di ogni giorno…” Sinceramente non mi era mai capitato di trovare il commissario così incazzato (!) e questa tensione, questo nervosismo, permea ogni singola pagina, coinvolge il lettore, prendendolo come in un vortice e lasciandolo alla fine del libro quasi senza fiato, con la rivelazione di verità scomode e con l’amaro in bocca, nonostante la soluzione dei casi. E con questo arriviamo al gusto…Questa volta Cucci fa solo una “toccata e fuga” dai suoi amici Santino e Luce, del ristorante “Il saraceno” e sembra non riuscire mai a fermarsi nemmeno per uno spuntino. Io vi confesso che, dopo aver letto “Scatti mortali a Milano” e pur avendolo molto apprezzato, ho sentito una gran voglia di mangiare qualcosa di dolce, qualcosa che mi aiutasse a togliere quell’amaro che rimane davanti a qualcosa che sai essere reale, qualcosa che mi "coccolasse" dopo un ritmo così serrato. E così ho preparato della cioccolata e l’ho gustata con delle freschissime e dolcissime fragole. E voi? Dopo la lettura quale “comfort food” vi concederete? Fatemelo sapere. Intanto vi aspetto per il prossimo libro…io continuo a leggere e a cucinare…A presto!

08/01/2023

IMPASTO PERFETTO – La prima indagine di Carlo Castelli

Roberto Valentini, classe 1960, è emiliano e le sue importanti radici si ritrovano nelle pagine dei suoi libri. Nella sua biografia si legge “…Siccome nella vita bisogna cercare di fare quello che piace, commise la leggerezza di iscriversi a Lettere Moderne, a Bologna. Nel 1985 si laureò con il massimo dei voti con una tesi su Cesare Beccaria e Alessandro Verri assegnatagli dal prof. Ezio Raimondi, padre intellettuale che lo introdusse al pensiero di Popper e Heidegger, alla critica di Bachtin e Lotman, agli scritti di Benjamin e Barthes, alle osservazioni di Gombrich e Longhi. Di nascosto però frequentava anche le lezioni al Dams, dove seguendo un seminario sulla letteratura hard boiled, scoprì quelli che sarebbero diventati i numi tutelari della sua poetica nera: Dashiell Hammet, Raymond Chandler, James M. Cain e le loro versioni cinematografiche degli anni Quaranta”. Dopo la laurea avrebbe voluto fare lo scrittore ma, in attesa di realizzare questo suo sogno, iniziò a lavorare nell’ufficio marketing di una grande azienda di ceramica e, successivamente, entrò come socio in un’agenzia di comunicazione, dove lavora tutt’ora, alternando il suo impiego al “mestiere” di scrittore, appunto. Il suo primo romanzo, ambientato nel mondo del distretto ceramico sassolese, uscì nel 1999 e venne poi ristampato nel 2001 con il titolo
di “Impasto Perfetto”, per la collana Impronte di Todaro editore, diretta da Tecla Dozio. L’incontro con Tecla Dozio ha contribuito in modo decisivo al suo destino di autore. Al primo romanzo con protagonista il giornalista-motociclista Carlo Castelli ne seguirono altri tre: Terre Rosse (2002) che ha come sfondo la Maranello del mito Ferrari; Nero Balsamico (2005) che indaga tra le preziose botti dell’Aceto Balsamico di Modena e Nella città di cemento (2009), che solleva il velo sulle infiltrazioni camorristiche nell’economia del nord. “Roberto scrive di notte, quando i pensieri si mescolano al vino, e riscrive di giorno, negli spazi lasciati liberi dalla sua attività di imprenditore. A chi gli chiede perché scrive, sobbarcandosi la fatica immane di questa doppia vita, risponde che scrive perché non riesce a farne a meno e che comunque non è una domanda da fare”. Tornando ai suoi scritti, oggi vi voglio parlare del primo “Impasto perfetto”, quello che racconta della prima indagine di Carlo Castelli, giornalista che dai reportage internazionali è finito, suo malgrado, nella cronaca locale. Castelli, infatti, complice l’essere figlio di un grande giornalista noto a tutte le principali testate nazionali, ha un inizio di carriera folgorante. Lavora a Milano e, articolo dopo articolo, riesce ad entrare nei “giri” giusti, conoscendo persone importanti e famose, bazzicando la “Milano da bere” e cavalcando l’onda del successo… fino a quando la dirigenza del giornale per cui lavora viene coinvolta e travolta da tangentopoli. Carlo a quarant’anni lascia Milano e ritorna a Modena, cercando di vivere dignitosamente, occupandosi di cronaca locale e coltivando le sue passioni: il buon vino (è infatti un eccellente sommelier), la moto e la buona musica. Ad allietare la sua vita di apparente single, ci sono i momenti passati con Zeba, la sua misteriosa ed affascinante compagna, conosciuta nell’ambiente della moda, che corre da lui fra un viaggio di lavoro e l’altro. La vicenda del romanzo prende il via con l’omicidio di un magnate della ceramica, assassinato nel suo stabilimento di Sassuolo in modo brutale. Ovviamente il direttore della “Gazzetta Modenese” affida a Carlo l’incarico di indagare e di tenere aggiornati i lettori circa le mosse della Polizia. E Castelli, dapprima solo incuriosito, si butta a capofitto nel caso, incontrando personaggi curiosi e misteriosi, conoscenti della vittima o emersi dal suo passato. E così, fra pranzi a base di tortellini, cotechino, lambrusco e altre specialità del modenese, riesce a mettere insieme i pezzi di un puzzle davvero difficile e incredibilmente diabolico. Arrivare al colpevole lo metterà in pericolo e l’articolo per il giornale gli costerà non poco…ma Carlo Castelli ormai ha capito che quella dell’investigazione è un’altra delle sue passioni. Anche lui, quindi, entra giustamente e di diritto nel panorama degli investigatori “dilettanti” della letteratura gialla italiana degli ultimi vent’anni. Lo stile di Valentini è semplice, diretto e scorrevole e le pagine scivolano via, portando il lettore direttamente in quelle terre abitate da lavoratori, da gente schietta che parla ancora il dialetto e che si lascia andare alle confidenze davanti ad un buon piatto e ad un buon bicchiere. A differenza di altri libri, fra le pagine di “Impasto perfetto” ho trovato molto gusto e buon cibo...e ho avuto l’imbarazzo della scelta ma, visto il periodo delle feste appena concluso e dato che ancora non sono in piena forma per stare troppo ai fornelli…ho optato per un saporito e gustosissimo cotechino. Beh!
Quello di Modena è IGP…quindi non si può sbagliare e io l’ho abbinato alle lenticchie, non tanto per la tradizione ma perché le adoro! E allora vi consiglio di gustarlo così oppure accompagnato da spinaci al burro, da un soffice purè o da qualsiasi altra verdura vi piaccia…c’è anche chi lo avvolge nella pasta sfoglia o nella pasta brisé…o ancora chi lo abbina ad una crema di zucca…insomma scegliete voi come gustarlo: è un piatto talmente buono che potrebbe semplicemente finire in un bel panino caldo, magari con un filo di senape! L’importante è non lasciarlo solo…lui vuole sempre un buon vino, meglio se rosso e corposo, meglio ancora se un buon lambrusco…anche quello modenese…on va sans dire! E allora buona lettura, buona degustazione e ancora buon anno! Alla prossima!

 

31/03/2021

IL COMMISSARIO AMBROSIO E LE UOVA STRAPAZZATE AL POMODORO

Per il libro di cui vi voglio parlare oggi, torniamo a Milano, la Milano di metà degli Anni Settanta, quella avvolta dalla nebbia, umida e malinconica, raccontata da Renato Olivieri (1925 – 2013). Olivieri, di origini venete, si trasferisce nella metropoli lombarda a 14 anni e lì vive fino alla sua morte. Impara fin da subito ad amare questa città e ne fa uno dei “personaggi” dei suoi romanzi. Giornalista e scrittore, incontra il successo grazie al protagonista dei suoi gialli, il commissario Ambrosio, di cui scrive per un ventennio, dal 1978 al 1998, e grazie al quale vince anche degli importanti premi letterari, fra cui l’ambito “Premio Scerbanenco” nel 1993. Amante del bello, conoscitore dell’arte e della natura umana, introverso, Olivieri “passa” queste sue caratteristiche ad Ambrosio e lo rende uno dei poliziotti più famosi nel panorama dei gialli italiani, interpretato al cinema dal grande Ugo Tognazzi nel film “I giorni del
commissario Ambrosio”, per la regia di Sergio Corbucci. L’esordio di Ambrosio avviene nel 1978, quando esce il primo libro che lo vede protagonista: “Il caso Kodra”. In una fredda sera di gennaio, a Milano (ovviamente!), una donna viene investita da un’auto e lasciata sul bordo della strada, di fronte al palazzo in cui viveva. Morirà più tardi al Policlinico, pronunciando una parola incomprensibile, simile a Pola, Paola, Paolo. Non ci sono testimoni e il caso dovrebbe essere archiviato come semplice ed ignobile omissione di soccorso…dovrebbe…sì, perché al vicecommissario Giulio Ambrosio qualcosa non quadra. Inizialmente si interessa della morte della misteriosa signora Anna Kodra, vedova e sola al mondo, unicamente in relazione alla via in cui abitava, via Catalani all'angolo con via Porpora, situata in una zona che lo riporta al passato. Poi, però, a poco a poco capisce che quello che sembra un caso di morte accidentale è un vero e proprio omicidio. Sostenuto dal commissario capo Massagrande, suo superiore, e dall’aiuto dell’affascinante Emanuela, giovane infermiera che ha assistito la vittima prima che morisse (e con la quale si mette a flirtare), Ambrosio sfodera le sue grandi doti investigative e inizia una vera e propria indagine. Cercando nella vita della signora Kodra finirà spesso avvolto dalla nebbia fitta, sia in senso figurato che in senso effettivo, e si ritroverà a dover scavare nel
passato per poter capire il perché, il come e il chi. Ambrosio ha un metodo tutto particolare di gestire il caso: ha una curiosità innata che lo spinge a fare domande su domande alle persone coinvolte e a ritornare nei luoghi che diventano parte integrante della matassa che cerca di dipanare. I vicini di casa, l’ex datore di lavoro, il presunto amante…tutti devono fare i conti con la tenacia di Ambrosio e con i suoi pacati ma efficaci interrogatori. Non vado oltre ma vi invito a leggere questo libro, a mio avviso godibile e scritto davvero bene, capace di coinvolgere e di regalare qualcosa anche ai lettori più esigenti. E adesso che vi ho presentato scrittore e protagonista, vi chiederete se possiamo parlare anche di gusto…ebbene sì! Ambrosio è un estimatore della buona cucina e sa bene cosa vuole. Sceglie locali dove sa che può mangiare e bere bene, anche quando si tratta di piatti cosiddetti “poveri”. "C’era un locale, mezzo caffè mezzo osteria, in via Lodovico il Moro, lungo il Naviglio Grande, di quelli frequentati da artigiani, bottegai del quartiere e camionisti…Il padrone, più largo che alto, portava intorno al ventre un grembiule bianco da oste, un mozzicone di matita all’orecchio. Data l’ora, quasi le due del pomeriggio, non c’era nessuno. Ambrosio aveva voglia di vino bianco secco e di uova strapazzate al pomodoro…” Ecco, avete capito? Il nostro vicecommissario le ha appena prese di santa ragione, ha appena risolto il caso e rischiato anche la vita e…cosa fa? Porta il principale testimone a mangiare in una trattoria! Fantastico! Questo è uno dei passaggi più belli del libro e non perché si parla di cibo ma perché dimostra quanto il gusto abbia importanza. Dopo una scarica di adrenalina,
dopo un crescendo di tensione, dopo momenti di pericolo e di sofferenza fisica, Ambrosio ha fame di qualcosa di semplice. Vuole ritrovare la “certezza”, la “consapevolezza”, quella che ti fa sentire ancora vivo, capace di gustare un piatto dai sapori decisi e un bicchiere di vino fresco. Le uova strapazzate al pomodoro per me sono un tuffo nel passato, un gusto ed un profumo che mi riportano bambina, a tavola, con la nonna. Lei le preparava ogni tanto, in particolare nei venerdì di Quaresima, perché non si poteva mangiare la carne e per me era una festa! E allora ecco a voi la semplice ma gustosa ricetta: se non l’avete mai assaggiata non sapete cosa vi siete persi!

UOVA STRAPAZZATE AL POMODORO

Ingredienti (per 2 persone): 4 uova extra fresche - Passata di pomodoro – Cipolla - Olio extravergine di oliva- Sale - Pepe

Per prima cosa tritate la cipolla finemente e fatela soffriggere in una padella antiaderente, con un filo

d'olio evo. Quando sarà leggermente dorata, aggiungete la passata di pomodoro e un pizzico di sale. Fate cuocere per circa cinque minuti e, intanto, sbattete le uova in una terrina, con un pizzico di sale e pepe. Aggiungetele al pomodoro e mescolatele, facendo attenzione che non si rapprendano troppo ma che rimangano morbide. Servite insieme a dei crostini di pane e ad un bicchiere di vino bianco fresco: buon appetito!


28/10/2020

INDAGINI E BUON CIBO ALL’ISOLA DI MILANO

Fra un libro e l’altro letto durante le vacanze estive, mi sono imbattuta in uno scrittore che non conoscevo: Giancarlo Bosini. Non si sa molto di lui…a parte che è un architetto milanese doc e che ha iniziato a scrivere solo di recente; il suo esordio, infatti, è avvenuto nel 2011 con “Orazio & Company”, un giallo per ragazzi nato per caso che lo ha subito fatto entrare nel panorama dei giallisti italiani. Lui ha continuato a fare l’architetto ma, per fortuna, non ha smesso di scrivere e dopo quello di Orazio, sono arrivati altri libri fra i quali spiccano l’ironico-surreale “I disperati casi dell’ispettore Tombini”, l’intrigato e storico “Giallo Milano” e il tragicomico “Misteriosi delitti all’Isola di Milano”. Io ho letto quest’ultimo e devo ammettere che mi sono proprio divertita! Certo, si tratta pur sempre di un giallo con tanto di omicidi, intrighi, indizi, sospetti, depistaggi e tutto ciò che serve per creare una certa dose di suspense…ma Bosini riesce a coinvolgere il lettore anche con tanta, tanta ironia. I fatti si svolgono a Milano, ovviamente, e più precisamente nel pittoresco quartiere Isola, che negli ultimi anni ha subito una profonda trasformazione e riqualificazione, diventando una delle zone a mio avviso più belle e autentiche del capoluogo lombardo. I protagonisti principali del romanzo sono l’architetto Bonelli, che vive nel quartiere Isola,
appunto, e si trova suo malgrado coinvolto nelle indagini, e il commissario Silvestri, pacato e arguto poliziotto del quartiere Niguarda. I due, ex compagni di liceo, si ritrovano quando, durante la ristrutturazione di un appartamento affidata al Bonelli (l’articolo è doveroso…siamo a Milano!!!), viene ritrovato uno scheletro murato. I lavori si fermano e parte l’indagine che, a poco a poco, coinvolge tutta una serie di personaggi che vivono nello stabile dove è “successo il fattaccio” e dove, fra l’altro, vive anche lo stesso Bonelli, il quale, preso da un’irrefrenabile curiosità e spinto dalla necessità di riprendere i lavori, si affianca al buon Silvestri formando una strana e simpatica coppia di investigatori. Anche le loro vite private, non sempre idilliache, li vedono allearsi per far fronte alle difficoltà quotidiane fatte di mogli, ex mogli, figli, parenti ingombranti, vicini di casa, gatti, cani e…pappagalli!!! E così fra una falsa pista e uno strano indizio, l’ombra della mafia e la piaga dell’usura, una cena a base di polpette svedesi e un tentato avvelenamento…Bonelli e Silvestri arrivano alla soluzione del caso. Non voglio svelare nulla perché vi consiglio vivamente di leggere questo libro! Io ho deciso che prima o poi leggerò anche gli altri scritti da Bosini e spero di trovare di nuovo Bonelli e Silvestri in altre avventure. Venendo al gusto, se dovessi scegliere una ricetta da proporvi in 
abbinamento a questo romanzo, sarei costretta a scegliere uno dei piatti svedesi cucinati da Bonelli (la cui ex moglie è, appunto, svedese) ma non posso proprio farlo! No! Perché siamo a Milano e sapete bene che io sono milanese e amo la cucina meneghina…come potrei metterla completamente da parte?!?!? Inoltre sono particolarmente legata al quartiere Isola: mio zio, il mitico Marino, ha lavorato da giovane al mercato di via Borsieri e poi, qualche anno fa, ho avuto l’immensa fortuna di lavorare, seppur per poco tempo, nella cucina di uno dei tanti locali che rendono questa zona così unica. Sto parlando della mitica Pizzeria “Alla Fontana” (l’originale!), in via Thaon di Revel, che sforna una pizza fantastica e dei piatti buonissimi dal 1973. Non la conoscete? Allora dovete assolutissimamente andarci! Già, perché almeno una volta nella vita bisogna entrare alla Fontana (che fra l’altro si trova proprio di fronte alla Chiesa di Santa Maria alla Fontana, la quale vale davvero una visita)! Il locale è semplice, dallo stile un po’ vintage, e troverete ad accogliervi i sorrisi dei camerieri e dei pizzaioli; potrete sedervi ad uno dei tavoli (all’interno o all’esterno), guardare una delle lavagne sulle quali sono elencati i piatti del giorno e rimanere lì per un po’ in balìa dell’indecisione…Un trancio di pizza morbida e gustosa, con la mozzarella filante, o una porzione delle meravigliose lasagne? Il pollo allo spiedo con le golose patate
al forno o una succulenta costata cotta al punto giusto? Un piatto del rinomato riso in crosta o una zuppetta di pesce? E ancora la cassœula o la trippa con i fagioli?? Gli ossibuchi o la polenta?? La scelta non è per niente facile e forse la cosa migliore è tornare nelle varie occasioni e stagioni per assaggiare le diverse proposte del bravissimo Martino, cuoco e “front man” della Fontana, capace di trasformare qualsiasi ricetta, anche la più semplice, in un godimento per il palato, nel pieno rispetto della tradizione! Qui non troverete scheletri ma solo tanto, tantissimo gusto e il vero delitto sarebbe non andarci! Quindi stavolta non cucino e vi invito ad andare alla Fontana…magari ci incontriamo là!! Buon appetito e alla prossima! 

18/09/2019

IL COMMISSARIO CUCCI: UN RUNNER NELLA QUESTURA DI MILANO


Luciano Cosimo Carluccio è nato a Zurigo nel 1966, si è laureato in Chimica a Firenze, vive e lavora in provincia di Milano, come ricercatore in una società petrolifera…e questo al momento è tutto ciò che si sa di questo scrittore. Beh! Del resto non serve sapere altro per apprezzare la sua bravura, il suo stile narrativo schietto e coinvolgente, la sua capacità di farti “vivere” i suoi libri e di catapultarti in una Milano vera, autentica, viva e pulsante. Già perché è proprio questo che mi ha colpito delle sue tre opere: una volta che ho iniziato a leggere le prime pagine ho dovuto arrivare alla fine e una volta letto il primo libro ho dovuto leggere anche gli altri. Sarà che sono di Milano e che ho vissuto proprio vicino ad alcune delle zone che fanno da sfondo alle sue storie, sarà che il protagonista mi è simpatico e sarà pure che mi sono “imbattuta” in Carluccio per caso, tramite una collega…fatto sta che i suoi libri mi hanno proprio “preso”! In tutti e tre i suoi scritti, Carluccio affronta temi forti, molto attuali e spesso il confine fra il bene e il male non è così netto e viene superato anche da chi dovrebbe, invece, tenerlo più marcato. “Perline colorate” (2013), “Rifiuti particolari” (2016) e “Perfidi inganni” (2018) sono i titoli dei tre gialli, tutti con un unico protagonista: il commissario Cosimo Cucci, detto Mino. Originario della Puglia, single (almeno nella prima avventura…), Cucci è schivo, metodico, pignolo, rigoroso, attento al minimo dettaglio sul lavoro e nella vita. È ancora scosso dal fallimento di un’importante operazione, durante la quale sei dei suoi uomini hanno perso la vita ed in seguito alla quale è stato trasferito dall’Antidroga alla Omicidi. Runner appassionato, ogni
mattina, puntuale come un orologio svizzero, si alza all’alba per correre nel Parco di Trenno poi torna a casa, si prepara e va in Questura. Durante la corsa pensa al caso che sta seguendo, cercando di fare ordine fra le varie prove acquisite, le testimonianze ascoltate e i tanti piccoli dettagli che sembrano fuori posto. E, a poco a poco, ogni tessera del puzzle trova la sua collocazione e la verità emerge, portando con sé un gusto amaro, a volte acido. Le indagini di Cucci, però, ci fanno conoscere e apprezzare anche la sua grande umanità, la sua capacità di empatia, il suo disgusto per gli arrampicatori sociali, il suo rispetto per l’onestà e per la diversità, il suo desiderio di giustizia unito al profondo senso del dovere. Accanto a lui troviamo i suoi uomini più fidati: l’assistente capo Carmine Esposito e il viceispettore Libero Centamore, sempre pronti a seguirlo e ad assecondare le sue richieste, anche quelle apparentemente stravaganti. E, al di fuori della Questura, i suoi amici e corregionali Santino e Luce, rispettivamente gestore e cuoca del ristorante “Il saraceno”, che hanno a cuore il giovane commissario e, in particolare, il suo stomaco! Luce, con grande senso materno, lo trova sempre sciupato e gli prepara dei piatti tipici della cucina pugliese, che lui apprezza e gusta con sano appetito, accompagnati da un buon vino! Che soddisfazione! Meno male che ogni tanto si trovano ancora dei protagonisti che sanno godere della buona tavola! Sinceramente mi sono trovata un po’ in imbarazzo a scegliere uno dei piatti di cui si parla nei libri di Carluccio e, siccome sono anch’io un po’ pignola, mi sto preparando per cercare di riprodurne uno in modo degno di Luce…magari in occasione del prossimo libro!!! Nel frattempo, visto che anche il clima mi impedisce di “lasciarmi andare” in cucina come vorrei (!), ho deciso di
proporvi una ricetta preparata proprio dal commissario Cucci in persona: le friselle (o frise) con i  pomodori. Mi sono documentata e ho scoperto che c’è molta storia dietro questo piatto semplice e gustoso che è tanto amato e non solo in Puglia! Le sue origini risalgono ai tempi dei Crociati, che le inserivano nel loro vettovagliamento in vista delle lunghe spedizioni. Le friselle, infatti, si prestano ad una lunga conservazione e, per questo, sono sempre state utilizzate dai contadini e, soprattutto, dai pescatori che si limitavano a bagnarle con l’acqua del mare per poi farcirle con pomodorini e altre verdure o ad utilizzarle per accompagnare le zuppe di pesce. Si tratta, in pratica, di grandi taralli di grano duro o di orzo, cotti nel forno, tagliati a metà in senso orizzontale e messi di nuovo in forno. Per questo hanno una parte liscia e una ruvida. Sono tante le possibili farciture di questa specie di “pane biscottato” ma direi che la più classica è quella che vede le friselle servite con pomodorini, sale e olio. Io vi propongo la mia versione, vicina ma non identica a quella del buon commissario Cucci.

FRISELLE, POMODORI E CIPOLLOTTI
Ingredienti: friselle (due o più a persona…dipende dalla grandezza delle friselle e…da chi avete a
tavola!!!) – pomodori – cipollotti freschi – sale – pepe – olio evo – olive (a piacere)
Anzitutto preparate un piatto con un po’ di acqua leggermente salata (Io ho aggiunto anche un po’ di acqua dei pomodori), perché bisogna “sponzare” le friselle, bisogna cioè bagnarle, immergendole nell’acqua. Questo passaggio è molto importante: infatti in base a come si preferiscono, più croccanti o più morbide, si devono lasciare immerse per circa 30 sec o 1 minuto. Dopo averle ammorbidite si può iniziare a condirle. Ho preparato i pomodori, tagliandoli a piccoli pezzettini, e li ho uniti ai cipollotti, li ho conditi con olio evo, sale, pepe e origano e li ho posati sulle friselle. (Volendo si possono unire delle olive, del formaggio o altro, a vostro piacimento). Infine ho versato un filo di olio e le ho servite con una burratina e un bel bicchiere di vino bianco ghiacciato! Che buone! Vi assicuro che le rifarò presto, magari cercando anche di fare proprio le friselle, anziché comprarle già pronte. Per ora è andata benissimo così. E allora buon appetito e alla prossima!

09/01/2019

MILANO: FA PAURA LA 90!


Francesco Gallone, milanese classe 1978, vende fiori al mercato di Segesta e scrive perché a scuola aveva 5 in italiano, come lui stesso ha dichiarato! Autore di noir, irriverente, ama Milano e la odia allo stesso tempo. Riccardo Besola, milanese classe 1974, lavora nel settore pubblicitario televisivo, adora Scerbanenco, maestro del noir italiano, e scrive sia da solo che “in trio”. Andrea Ferrari, milanese classe 1977, lavora in un centro anziani e ha scritto diversi libri gialli ambientati nella sua città. Ha creato i personaggi del detective Brandelli e dell’investigatore Bossi oltre, naturalmente, a quelli di cui ha scritto insieme a Besola e Gallone.
Questi tre scrittori contemporanei hanno ottenuto un discreto successo, sia singolarmente sia insieme e mi sono piaciuti, quindi leggerò altri loro libri. Fra i tanti ho scelto di iniziare da quello che più mi attirava: “Milano fa paura la 90 – Il delitto di via Botticelli”.  Perché proprio questo? Beh! Forse perché mi coinvolge in prima persona…in che senso? Dovete sapere che per andare a lavorare prendo tre mezzi, uno dei quali è la 91. In andata, almeno, perché poi per tornare a casa prendo la 90 e vi assicuro che a volte fa davvero paura! Certo non è la stessa paura a cui si riferiscono i tre autori ma io ho colto questa sorta di richiamo e ho letto il libro. Anzitutto, come per tutti i libri la cui azione si svolge a Milano, mi è piaciuto tanto seguire i protagonisti nei luoghi, nelle vie, nelle piazze che conosco bene e per le quali ho passeggiato o sono passata a piedi e sui mezzi. Altrettanto interessante è il periodo in cui il romanzo è ambientato, che poi è quello in cui sono nata. Le azioni, infatti, si svolgono nel pieno dei controversi Anni Settanta, più precisamente nel 1976. Sono gli anni in cui i poliziotti dovevano intervenire durante le guerriglie urbane fra gli studenti, divisi in rossi e neri, in “compagni” e “camerati”, al termine di cortei partiti con slogan urlati da Largo Cairoli a Piazza San Babila. E sono gli anni in cui gli stessi poliziotti si
rendevano conto che quelle guerriglie non sarebbero mai finite bene e che in qualsiasi modo si fossero comportati avrebbero comunque passato dei guai. Troppa violenza o troppa calma finivano entrambe a titoli cubitali sulle prime pagine dei giornali e tutto il resto passava in secondo piano. Ma torniamo al nostro libro. I protagonisti, oltre a Milano e al 1976 appunto, sono il commissario della Squadra Mobile Benito Malaspina, il suo attendente, l’agente scelto Venditti, il giornalista di cronaca nera Dino Lazzati, detto Fernet, amico e informatore di Malaspina e tutta una serie di personaggi che fanno da “contorno” ai primi tre. Malaspina è un poliziotto vecchio stampo, onesto, tutto d’un pezzo, che crede ancora e comunque nella giustizia e nella legge. Umano, un po’ burbero, innamorato della moglie Rossella, dalla quale vorrebbe tanto avere un figlio, è un segugio testardo e non sopporta la burocrazia e l’indolenza di chi sta sopra di lui. Venditti, romano doc, entrato in Polizia e mandato sotto la Madonnina dopo un passato da piccolo criminale di borgata, è il suo attendente, il suo autista…spesso è anche il suo “grillo parlante” che, con la sua parlata romanesca, riporta il commissario con i piedi per terra in tante occasioni. Ingenuo, sempliciotto ma fedele e caparbio, non lo ammette con sé stesso ma nutre profondo rispetto ed ammirazione per il suo capo, ad eccezione “de quanno sta ‘ncazzato che è mejo staje alla larga”. Ed infine Fernet, così chiamato per la sua passione sfrenata per l’omonimo amaro. Scrive e tiene tutto e tutti sotto controllo dal suo “ufficio” situato nel Bar Lafuss (gioco di parole
comprensibile solo a chi capisce il milanese!!) e sogna di riuscire a fare breccia nel cuore di una giovane collega che lo stima molto e ne segue i consigli ma gli appare inarrivabile. Per le sue conoscenze è diventato informatore e amico di Malaspina, il quale ricambia con le esclusive sui suoi casi e non esita a trascinarlo nelle sue indagini. La trama del libro è avvincente: un omicidio, durante il Carnevale ambrosiano, porta Malaspina ad indagare in un Istituto di arti grafiche, dove troverà solo omertà e tanta confusione. Ma non finisce qui. Le morti aumentano e, come se non bastasse, ci sono le “apparizioni” di una 90 fantasma, che circola senza autista, e del terrificante Uomo Lupo. A tutto questo si aggiunge il figlio neonato di una delle vittime che il “Mala” porta a casa alla moglie. Ufficialmente per proteggerlo ed accudirlo durante le indagini, in realtà per colmare quel vuoto che consuma la sua amata Rossella. Il povero commissario, però, si ritroverà ben presto in un incubo non solo sul lavoro ma anche a casa! La moglie, infatti, è completamente assorbita dal bambino e lui passa notti insonni e si ritrova a mangiare panini con qualcosa pescato in frigorifero, sognando uno dei tanti manicaretti ai quali, invece, era abituato! Tutto questo lo logora e la sua rabbia si sfoga su Venditti, che tace e spera che la buriana finisca presto. Leggendo questa avventura di Malaspina ho provato tanta simpatia per lui e una grande pena immaginandolo davanti al frigorifero a scartare pacchettini di affettato e ad aprire sottaceti e sottoli per creare assurdi ed indigesti abbinamenti! Pensando a lui e a quanti sono costretti a mangiare così, in qualche modo, per mettere a tacere la fame sacrificando il gusto, ho deciso di proporvi una ricetta tanto semplice quanto robusta, dal gusto deciso. L’ho mangiata spesso a casa di mia sorella, che vive nella collina romagnola e ha accesso ad ingredienti genuini, dai sapori schietti che poi mette insieme armoniosamente.


MACCHERONCINI FUNGHI, PANNA E SALSICCIA

Ingredienti per 4 persone: 300/320 gr di pasta formato maccheroncini – 350 gr di salsiccia fresca – 300 gr di funghi freschi misti (o 200 gr di funghi secchi misti) – 250 ml di panna fresca – una carota – una gamba di sedano – una cipolla - vino bianco – sale – pepe- noce moscata – 50 gr di grana padano – olio evo

Prima di tutto bisogna pulire i funghi e, prima di lavarli, raschiateli con un coltellino per eliminare la terra che c’è sopra. Quindi, sciacquateli velocemente sotto l’acqua corrente fredda, dopodiché asciugateli, tamponando con della carta assorbente. Se utilizzate quelli secchi, invece, lasciateli almeno un’oretta in immersione in acqua tiepida e poi lasciateli asciugare prima di utilizzarli. In una padella fate soffriggere carota, sedano e cipolla precedentemente sminuzzati e poi aggiungete pian piano la salsiccia, privata del budello, 
spezzettandola. Deve proprio essere “sbriciolata”. Fatela rosolare bene, irrorandola con un po’ di vino bianco, quindi aggiungete i funghi tagliati grossolanamente e ancora un pochino di vino bianco e un pizzico di noce moscata. Nel frattempo buttate la pasta e, prima di scolarla, prendete un mestolo di acqua di cottura e versatelo nella padella, alzando leggermente la fiamma. Aggiungete la panna e aggiustate di sale e pepe, in base al vostro gusto (assaggiate prima di condire, altrimenti rischiate di esagerare), infine unite la pasta scolata al sugo e amalgamate sul fuoco per un paio di minuti. Servite con una grattata di grana padano e gustatela insieme ad un vino rosso corposo. Come vi dicevo è un piatto robusto e gustoso, ideale per un pranzo invernale e confortevole. Sono certa che al commissario Malaspina piacerebbe molto! Buon appetito e alla prossima!