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20/02/2024

“L’UOMO SENZA UN CANE”: LA PRIMA INDAGINE DELL’ISPETTORE GUNNAR BARBAROTTI

Hakan Nesser, classe 1950, è uno scrittore svedese di romanzi polizieschi. Dopo il successo dei suoi primi libri, ha lasciato il suo lavoro di insegnante di lettere e si è dedicato a tempo pieno alla scrittura. E direi che ha fatto bene! I suoi romanzi sono ben scritti, scorrevoli, mai banali…Nesser è capace di coinvolgere i suoi lettori fin dalle prime pagine. Ogni luogo, ogni situazione, ogni personaggio è descritto e “raccontato” in modo dettagliato. Ha scritto diversi libri ma è diventato famoso in particolare per aver creato due personaggi molto originali: il commissario Van Veeteren e l’ispettore Gunnar Barbarotti. Oggi desidero presentarvi il primo libro della serie dedicata a quest’ultimo: “L’uomo senza un cane”, pubblicato nel 2006. La vicenda prende il via in casa dei coniugi Hermansson, pochi giorni prima di Natale. Tutta la famiglia è riunita per festeggiare i sessantacinque anni del capofamiglia, Karl-Erik, insegnante in pensione, ed i quaranta di Ebba, la figlia “perfetta e prediletta”. Ma l’atmosfera di festa è destinata a lasciare il posto all’angoscia. Prima Robert, unico figlio
maschio degli Hermansson e “pecora nera” della famiglia, esce a fare una passeggiata, poi Henrik, il figlio maggiore di Ebba, si allontana nel cuore della notte…e dei due non si hanno più notizie. Solo dopo quarantotto ore Karl-Erik si decide a contattare la polizia ed il caso viene affidato all’ispettore Barbarotti. Italosvedese, quarantacinque anni, poliziotto per scelta (e per passione), tre figli, sposato con Helena…che ad un certo punto, quasi senza che lui se ne rendesse conto, lo ha lasciato per un altro uomo e si è portata appresso due dei tre figli (Sara, l’unica femmina, ha preferito rimanere con il padre), Barbarotti è un “segugio” vecchio stampo, che desidera vivere serenamente e non riesce a riprendersi dalla separazione. Da quel momento, infatti, il “suo” mondo è crollato e Barbarotti ha ingaggiato una sorta di “gara” nientemeno che…con Dio. Ha sempre dubitato della sua esistenza (e i “fatti della sua vita” non hanno fatto altro che aumentare quei dubbi) e quindi sfida ogni giorno Dio a dargli una dimostrazione del contrario. Tiene perfino un piccolo quaderno nero, sul quale si appunta di volta in volta le occasioni in cui i suoi dubbi si rivelano fondati e quelle in cui, invece, Dio “si fa vivo”!  E in quei giorni che precedono le festività si appresta a sfidare di nuovo l’Altissimo! Ha promesso, infatti, alla ex moglie che per Natale l’avrebbe raggiunta con Sara, a casa dei suoceri (che lui odia profondamente) …ma non ne ha alcuna voglia! Così si ritrova di nuovo a parlare con Dio: “se esisti dimostramelo: fa’ in modo che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, che mi impedisca di partire!” …detto, fatto: il suo telefono squilla! Il capo, pur sapendo che è in ferie, vorrebbe che si occupasse di un caso di scomparsa, anzi, di doppia scomparsa…e nello stesso momento Sara si sveglia con la febbre altissima! Barbarotti, pur dispiaciuto per la figlia, deve riconoscere che questa volta Dio è stato davvero grande!!! Quindi, dopo aver aggiornato il quaderno, avvisato la ex moglie e sistemato Sara, si reca dalla famiglia Hermansson per far partire l’indagine…ritrovandosi nel mezzo di un caso davvero strano! Ben presto scopre che tutti i membri della famiglia hanno qualcosa da nascondere e nessuno di loro dice tutta la verità. La facciata di irreprensibilità e di felicità cela vecchi e nuovi rancori, problemi irrisolti, parole non dette, invidie e gelosie…e si sgretola a poco a poco, man mano che Barbarotti avanza nelle indagini. Quello che, inizialmente, sembrava un caso abbastanza semplice, lentamente si trasforma in un’indagine complessa che arriverà ad un tragico epilogo. Mi fermo qui, non aggiungo altro, perché non voglio rovinare la lettura a chi vorrà “conoscere” Barbarotti ed il suo metodo investigativo. Posso solo dire che ve lo consiglio. Io ho già deciso che leggerò anche altri libri della serie, perché questo mi è proprio piaciuto. Per quanto riguarda il gusto, il libro offre davvero molti spunti: dai ricchi e variegati menù della tradizione svedese, preparati dalla signora Hermansson in occasione delle feste, fino ai pasti consumati in giro dallo stesso ispettore…non si può certo dire che Nesser non abbia gusto, anzi! Dovendo scegliere fra tanti, ho optato per un piatto tipicamente svedese: il tortino di aringhe e patate, conosciuto anche come “Tentazione di Jansson”. 
La tentazione di Jansson (Janssons frestelse) ovvero le patate alla svedese, sono un piatto tipico della cucina scandinava che si prepara principalmente per il Natale. Molti sostengono che il piatto deve il suo nome al cantante d'opera Per Janzon (1844-1889), ricordato come un buongustaio. Un'altra rivendicazione dell'origine del nome è stata fatta da Gunnar Stigmark in un articolo che apparve nella pubblicazione periodica Gastronomisk kalender. Secondo il famoso giornalista, il nome è stato preso dall'omonimo film del 1928 “Janssons frestelse”. Infine, la “versione” più accreditata: a dare il nome a questo piatto è stata la madre dello stesso Stigmark che, insieme alla cuoca assunta in occasione di una cena speciale, ha presentato l’originale tortino. Da allora questo piatto si è diffuso ed è diventato parte integrante della tradizione svedese, comparendo anche nei ricettari “ufficiali”. Si tratta di un gustoso e ricco gratin a base di aringhe, patate, panna e cipolla, molto saporito che si adatta bene ad essere consumato nelle fredde giornate invernali. Ecco la ricetta...



Ingredienti per 4 persone: 7-8 patate medie - 2 cipolle bionde – 8/10 filetti di aringhe - 300 ml di panna da cucina (o panna acida) - 2-3 cucchiai di pangrattato – burro, sale e pepe qb

Sbucciate e tagliate le patate a fettine sottili ed immergetele in una ciotola di acqua fredda per dieci minuti circa. Intanto affettate finemente le cipolle e fatele rosolare a fuoco lento, con un bel cucchiaio di burro. Sgocciolate le aringhe. Scolate molto bene le patate e cominciate a disporle sul fondo di una pirofila ben imburrata, disponete sopra i filetti di aringhe a pezzetti e le cipolle appassite, un pizzico di sale e pepe e continuate a strati terminando con le patate. Versate infine sulle patate la panna, un po’ di sale e pepe, il
pangrattato e qualche fiocchetto di burro. Infornate a 200° per circa 40-45 minuti. Servite il tortino preferibilmente tiepido e decorato con dei ciuffetti di aneto! Buon appetito e alla prossima! 



01/12/2021

L’ISPETTORE CHOPRA E L’ELEFANTINO GANESH: UNA STRANA COPPIA DI INVESTIGATORI A MUMBAI

Nell’ultimo giorno prima della pensione, l’ispettore Ashwin Chopra scoprì di aver ereditato un elefante…” Inizia così il primo libro di Vaseem Khan “L’inaspettata eredità dell’ispettore Chopra” sottotitolato “Il primo caso dell’agenzia investigativa Baby Ganesh”. E direi che, già dalle prime righe, promette di essere decisamente originale. Non appena ho letto il titolo e ho visto la copertina tutta colorata di questa opera prima…beh! Mi conoscete ormai: non ho saputo resistere. Sarà che adoro tutto ciò che è indiano, sarà che mi sono molto simpatici gli elefanti, sarà pure che spesso, anzi, spessissimo, mi lascio influenzare dal primo colpo d’occhio…fatto sta che questo libro mi ha colpito e attirato, l’ho letto tutto d’un fiato e vi assicuro che è davvero spassoso! Sì, spassoso! Certo, è un racconto poliziesco ma in alcuni tratti è quasi comico, permeato dalla simpatia dei suoi personaggi, ciascuno con un carattere particolare. Ma andiamo per ordine…Anzitutto l’autore. Vaseem Khan, nato a Londra nel 1973 da genitori indiani, si è laureato in Economia e Finanza, ha lavorato diversi anni in India e poi è tornato in pianta stabile nel Regno Unito, lavorando
per il Dipartimento di Sicurezza e Scienze criminologiche dello University College di Londra. Fra le sue passioni, i primi tre posti sono occupati dalla letteratura, dal cricket e dagli elefanti. Ed è proprio un elefante il personaggio “quasi” principale di questo suo romanzo d’esordio, che gli ha subito permesso di conquistare critica e pubblico. L’elefante in questione è un cucciolo, il “piccolo” Ganesh, che viene lasciato in eredità ad un ispettore della polizia di Mumbai proprio nell’ultimo giorno di lavoro, prima della pensione anticipata. Già, perché Ashwin Chopra, ispettore coscienzioso e integerrimo, anglofilo, poliziotto “nel midollo”, innamorato della grande Mumbai e della sua adorata e stravagante moglie Archana (Poppy per lui e per gli amici), dopo più di vent’anni di lavoro si vede costretto ad anticipare la pensione a causa di un problema cardiaco. Il responso medico non ha lasciato scampo quando, qualche mese prima, era miracolosamente sopravvissuto ad un attacco di cuore “non si tratta di una cosa molto grave ma potrebbe diventarlo…il prossimo episodio potrebbe essere fatale”, aveva detto il cardiologo e Poppy era quasi svenuta. In quel momento l’ispettore Chopra aveva capito che la sua vita sarebbe irrimediabilmente cambiata. E per l’ennesima volta aveva sentito l’acidissima suocera, che viveva in casa con lui e Poppy, rivolgersi alla figlia dicendole che aveva proprio fatto male a sposarlo, che avrebbe dovuto scegliere ben altro partito eccetera eccetera…Così vediamo il buon Chopra che, con la tristezza nel cuore, sale per l’ultima volta sull’auto di servizio guidata dal suo fidato collaboratore Rangwalla, diretto alla stazione di polizia dove per tanto tempo ha cercato di far rispettare la legge e di stare sempre dalla parte della giustizia. Pensava che avrebbe trascorso la giornata salutando i colleghi, fingendosi sorpreso davanti alla piccola festicciola che da settimane stavano preparando (teoricamente di nascosto…ma a lui non sfugge mai niente!!), raccogliendo le sue poche cose e sistemando le ultime scartoffie…invece proprio in quell’ultimo giorno si trova davanti ad un caso di omicidio goffamente camuffato da incidente. Le sue grandi doti di segugio e la sua innata capacità di “vedere oltre” le apparenze lo mettono subito in allerta, pronto ad entrare in azione. Non gli è concesso: il caso viene
assegnato ad un altro ispettore che non andrà in pensione dal giorno dopo e che probabilmente archivierà il caso in meno di una settimana. Davanti alla madre della vittima, però, che chiede giustizia per il giovane figlio ucciso in modo brutale, l’ispettore Chopra promette che troverà il colpevole, anche da pensionato, anche senza la divisa, perché un poliziotto è un poliziotto finché campa. E dal giorno dopo, incapace di stare fermo e inerte come ci si aspetterebbe da lui, l’ispettore in pensione Ashwin Chopra inizia ad indagare per conto suo, affiancato nientemeno che dal “piccolo” Ganesh, che lo segue in giro per la città. Ben presto le sue indagini lo porteranno a scoprire un giro di corruzione che arriva fin dentro le fila della polizia, coinvolgendo funzionari e alte cariche della città, arrivando a toccarlo da vicino e a fargli provare rabbia, tristezza e tanta amarezza. Nonostante la serietà del caso e i pericoli affrontati, le indagini di Chopra e Ganesh trasportano il lettore nelle vie della brulicante Mumbai, piena di contrasti e di persone, pronta ad inghiottire chiunque nel suo marasma. La caparbietà e la calma di Chopra, che indaga senza sosta, la gelosia e le sofferenze di Poppy, per il suo istinto materno spezzato dalla sterilità, la tenerezza di Ganesh, che si rivelerà essere un elefante speciale, la fedeltà di Rangwalla, affezionato al suo ormai ex capo, i giochi e le urla dei bambini, i traffici più o meno leciti dei commercianti, gli occhi dei malavitosi e quelli delle persone “per bene”…tutti concorrono a rendere questa avventura intrigante e coinvolgente, parlando di un paese e di un popolo che sono unici. Questo di Khan è un libro che mi sento di consigliare a chi vuole leggere qualcosa di “diverso”, di divertente e profondo allo stesso tempo, a chi riesce a capire il serio che cela il faceto e viceversa. E sono sicura che, come me, amerete Chopra e tutti gli altri e, come me, vorrete leggere le altre indagini dell’agenzia investigativa Baby Ganesh. E il gusto? Vi starete chiedendo che ne è del gusto…signori, siamo in India! Siamo nella terra delle spezie, dei colori e dei profumi che esaltano i sapori! Poppy è una cuoca sopraffina che vizia il palato e lo stomaco del suo amato Ashwin, preparandogli piatti tipici della cucina indiana (che io adoro!). E fra questi ho scelto uno di quelli più conosciuti: le samosa. Si tratta di triangoli croccanti ripieni di verdure, carne o pesce. Quelle più conosciute sono fritte, ripiene di verdure e con un mix di spezie diverso per ogni regione, città, quartiere, famiglia…Praticamente ne esistono una marea di versioni, ciascuna con un sapore unico! Io vi propongo quelle più “classiche” che ho assaggiato a New Delhi tanti anni fa. Le ho rifatte usando la pasta sfoglia già pronta e le ho cotte al forno, anziché friggerle (Se le preferite fritte usate la fillo, mi raccomando). Mi sono venute bene e le ho proprio gustate. Provateci anche voi e poi fatemi sapere cosa ne pensate.

SAMOSA VEGETARIANI

Ingredienti per circa 6/8 Samosa  – Un rotolo di pasta sfoglia - 250 g di patate - 80 g di piselli - 60 g di

cipolla - 1 cucchiaino di zenzero in polvere - 1 cucchiaino di semi di cumino - 1 cucchiaino di curcuma - 1 cucchiaino di semi di coriandolo - 1 cucchiaino di Garam Masala - Qualche fogliolina di menta fresca - Olio di semi e sale q.b.

Iniziate lessando le patate in una pentola capiente. Sistemate le patate in pentola e coprite con abbondante acqua fredda e dal momento in cui l’acqua sarà a bollore contate circa 20-30 minuti; fate la prova forchetta e se i rebbi entreranno senza difficoltà allora potrete scolarle. Pelate le patate mentre sono ancora calde, lasciatele raffreddare leggermente e tagliatele a cubetti di 1cmx1cm circa. Tagliate anche la cipolla a fettine sottili e a questo punto scaldate due cucchiai abbondanti d’olio di semi (se preferite potete usare anche il ghee, molto popolare nella cucina indiana) in una padella antiaderente e aggiungete le cipolle, le patate e i piselli. Lasciate rosolare fino a

che le cipolle non saranno leggermente appassite. Quindi aggiungete tutte le spezie (se qualcuna non vi piace potete non metterla, ovviamente!) e amalgamate tutto per bene cercando anche di schiacciare leggermente parte delle patate (se il ripieno risultasse troppo asciutto aggiungete un mezzo bicchiere d’acqua mentre cuoce). Una volta che il ripieno sarà ben omogeneo spegnete il fuoco e lasciatelo raffreddare completamente. Tagliate la pasta sfoglia in 6/8 quadrati uguali, prendete un cucchiaio di ripieno e ponetelo dentro ogni quadrato, cercando di non esagerare altrimenti non riuscirete a chiuderli. Chiudeteli formando dei triangoli, disponeteli sulla teglia, rivestita con carta da forno, e cuoceteli a 180° per circa 15/20 minuti, controllandoli ogni tanto per evitare che diventino troppo scuri. Ed eccoli pronti!! Mangiateli super caldi appena usciti dal forno perché saranno croccantissimi. Potete servirli con una crema a base di yogurt o della maionese o…semplicemente così…finiranno in un batter d’occhio! E provate a sbizzarrirvi creando la vostra versione, giocando con le verdure e le spezie che più vi piacciono! Buon appetito e alla prossima!

10/10/2021

COMMISSARIO KOSTAS CHARITOS, IL FRATELLO GRECO DI MAIGRET

Ho iniziato a leggere il primo libro di Petros Markaris quasi per caso, con un po’ di scetticismo ad essere sincera…ma poi appena ho “incontrato “il commissario Charitos è stato un colpo di fulmine (letterario si intende)!!! Markaris, nato nel 1937 da padre armeno e madre greca, è uno scrittore e sceneggiatore e ha ricevuto diversi premi e onorificenze nel corso della sua carriera.  La grande fama, però, arriva a metà degli Anni Novanta, quando crea il “suo" personaggio: il commissario Kostas Charitos, definito dalla critica internazionale “il fratello greco di Maigret”. Io ho già deciso che pian piano leggerò tutti i libri che lo vedono protagonista e lo consiglio vivamente anche a voi...ma per ora, come da prassi, vi parlerò del primo della serie: “Ultime della notte". Anzitutto qualche parola per presentarvi il protagonista. Pigro, disilluso, fermo in una carriera che poco gli interessa e in un matrimonio stanco, il commissario Charitos in un primo momento potrebbe risultare anche antipatico, poi però man mano che si approfondisce la sua conoscenza, ci si ricrede (almeno per me è stato così).
Vive ad Atene, legge solo i dizionari, odia tutto ciò che è troppo innovativo (non sopporta nemmeno i bancomat!) ed è sposato con Adriana, litigiosa, pessimista, TV dipendente appassionata di telenovela e di shopping e fortunatamente (per lui) ottima cuoca, con la quale ha una figlia, Katerina, unica grande gioia e orgoglio della sua vita, che vede troppo poco perché studia legge a Salonicco. Beh, a dire il vero ci sono anche altre cose che il nostro commissario brontolone mal sopporta: la burocrazia, le riunioni con il capo, il capo (!), le bugie, i criminali (in particolare chi fa soffrire i più deboli e indifesi) e i giornalisti. Già, i giornalisti...sempre a caccia di notizie e sempre pronti ad attaccare la Polizia e a travisare ogni singola parola, utilizzandola per fare audience in televisione o per vendere più copie dei loro giornali, senza pensare nemmeno lontanamente alle conseguenze delle loro affermazioni e delle loro allusioni. Tutto viene spettacolarizzato, sbattuto in prima pagina, soprattutto la sofferenza e la morte. E in questa sua prima avventura Charitos si deve occupare proprio dell’omicidio di una delle giornaliste più famose e agguerrite della TV greca, Ghianna Karaghiorghi. Il commissario è solo uno dei tanti che la odiavano e dovrà faticare non poco a trovare il suo assassino. Così, insieme al brigadiere Thanasis, uomo decisamente poco brillante e dalle dubbie capacità, Charitos deve obbedire ai superiori e mettere da parte un’indagine già in corso per buttarsi a capofitto in quella che diventa una vera e propria caccia all’assassino della cinica reporter. E anche se può essere pigro e poco incline all’azione, il nostro commissario ama e rispetta il suo lavoro e vuole che ogni ad ogni vittima venga assicurata giustizia, quindi il colpevole deve essere arrestato, chiunque egli sia. Si ritroverà a dover affrontare testimoni reticenti e bugiardi, segreti nascosti da tanti e da tanto, coinvolgimenti di illustri insospettabili, corruzione, malaffare, strani e inspiegabili “incroci” con l’indagine precedentemente e frettolosamente sospesa…e si vedrà attaccare da più fronti. Da una parte i giornalisti, come sempre occupati a coglierlo in fallo e a dimostrare l’incapacità della Polizia, seguendo proprie indagini parallele e nascondendo informazioni importanti, e dall’altra i suoi diretti superiori, che gli alitano sul collo e lo invitano alla prudenza, più preoccupati dell’opinione pubblica e del coinvolgimento di personaggi importanti che non della giustizia e della verità. E a casa non va di certo meglio: Adriana lo assilla perché è poco presente e le riserva poche attenzioni e lui si rifugia fra le pagine dei suoi dizionari, per cercare un po’ di pace. Ma a dargli il colpo finale è l’adorata figlia, quando gli comunica che non potrà venire a casa per le ormai prossime festività natalizie…Insomma il buon Charitos sembra avere tutto e tutti contro e
quindi non gli resta che fare ciò che gli viene meglio: sistemare tutti i pezzi di questo intricato puzzle e chiudere il caso. Sullo sfondo, quasi in secondo piano ma tutt’altro che marginale, la città di Atene. Caotica e pulsante, moderna e vittima di un’urbanizzazione selvaggia, afflitta da immensi ingorghi, che alterna, come tutte le metropoli, quartieri belli e tranquilli a quartieri brutti e malfamati. Markaris ne parla come di un palcoscenico sul quale tutti i personaggi si muovono, entrando e uscendo di scena quasi casualmente, senza un ordine preciso e senza seguire un copione. E quella che emerge è l’umanità, quella vera, con le sue debolezze e i suoi punti di forza, con le luci e le ombre, le gioie e i dolori, i valori e le devianze, la vita e la morte. Nessuno fa niente per niente, tutti si muovono con un preciso scopo: quello di prevalere sull’altro. Ciascuno con le proprie motivazioni, più o meno importanti, legate al bene o al male. Markaris ci presenta una serie di personaggi bianchi e una di personaggi neri…ma poi ne mette qualcuno colorato, qua e là, per farci capire che non tutti sono uguali, quasi per rincuorarci, per darci una speranza, per dirci che in fondo qualcuno di “meno uguale” c’è sempre. Come vi dicevo vi invito a leggere questo e gli altri libri di questo autore, capace di coinvolgere i suoi lettori dalla prima all’ultima pagina, per mettersi a fianco del suo commissario. E per quanto riguarda il gusto? Kostas Charitos è un vero amante del cibo ed è ghiotto di tutti i piatti tipici della cucina greca. Il suo preferito, però, è quello che sua moglie riesce a preparare ancora meglio di sua madre: la gemistà. Si tratta di un piatto tipico della cucina greca, appunto, che ha origini antichissime, a base di verdure e riso. Può essere mangiato sia caldo che freddo e viene realizzato soprattutto durante i mesi estivi in quanto è più facile reperire gli ingredienti freschi. Charitos ne mangerebbe a chili e quindi ho deciso di provare a cucinarlo…beh! Devo dire che mi è piaciuto e sono sicura che lo rifarò, magari con qualche “accorgimento” in base ai miei gusti. A voi, ovviamente, propongo la ricetta originale.

GEMISTÀ (γεμιστά)

Ingredienti per 3-4 persone: 4 pomodori maturi - 4 peperoni verdi varietà corno - 10 cucchiai da minestra colmi di riso (carnaroli o arborio) – 1 cipolla bianca - 1 ½ cucchiaio da minestra di uvetta nera - 1 ½ cucchiaio da minestra di pinoli - 7- 8 foglioline di menta fresca tritata - un pizzico abbondante di menta secca - 2 cucchiai da minestra di prezzemolo tritato – sale – pepe - olio evo - una manciata abbondante di formaggio grattugiato (casera, caciocavallo, fontina, asiago, provolone... sceglietevene voi uno che vi piace!) - 2 patate medie - 1 lattina di polpa di pomodoro – sale - pan grattato - una tazzina da caffè olio evo

Una premessa: pomodori e peperoni vanno scelti per quanto possibile della stessa dimensione per avere una cottura uniforme. I pomodori ramati, quelli che vengono anche definiti a grappolo, vanno benissimo per questa ricetta, importante però è che siano maturi e sodi. I peperoni verdi, invece, devono essere della varietà corno. Sceglieteli possibilmente dritti, senza curvature e di circa 10-12 cm. di lunghezza. Iniziate lavando e asciugando pomodori e peperoni. Prendete i pomodori, tagliate una calotta dalla parte del picciolo e con un cucchiaino svuotateli con attenzione per non romperli. Svuotateli senza lasciare troppa polpa attaccata alle pareti ma nemmeno ridurli a carta velina. Polpa e succhi vanno raccolti in una ciotola. Tagliate una calotta anche ai peperoni e puliteli da eventuali semi e filamenti. Mettete intanto in ammollo in acqua fredda l’uvetta per 10 minuti, tritate la polpa dei pomodori che sono stati svuotati e raccolti nella bacinella insieme ai succhi e tostate a secco i pinoli per 2 minuti in una padella antiaderente. Tritate la cipolla e mettetela in una padella antiaderente, versandovi abbondante olio evo. Stufatela a fiamma bassa per 5-6 minuti, aggiungete i pinoli e procedete con la cottura per circa 2 minuti. Unite il riso e insaporite, girando spesso per 2 o 3 minuti. A questo punto versate la polpa dei pomodori che sono stati svuotati insieme ai succhi raccolti, salate, pepate e unite l’uvetta scolata, il prezzemolo, la menta fresca e quella secca. Mescolate e cuocete fino a quando non venga assorbita la maggior parte dei liquidi, lasciando il riso morbido “all’onda” (in genere 5 – 6 minuti sono sufficienti). Ritirate dal fuoco e aggiungete il formaggio, grattugiato
grossolanamente. Mescolate bene, assaggiate e nel caso aggiustate di sale. Farcitura, assemblaggio e cottura: Tagliate le patate a spicchi e salatele leggermente. Con un cucchiaio riempire le verdure fino a tre quarti, senza pigiare la farcitura (il riso si gonfierà ulteriormente durante la cottura e deve avere lo spazio necessario per non rischiare di strabordare). A questo punto accendete il forno a 180 gradi. Una volta farcite tutte le verdure copritele con la loro calotta e sistematele nella teglia. I pomodori vanno messi in piedi mentre i peperoni essendo lunghi e stretti vanno sistemati sdraiati. Attenzione quindi a metterli con la calotta verso le pareti della teglia per non rischiare che si sposti durante la cottura. Sistemate gli spicchi di patate negli interstizi. Allungate la polpa di pomodoro con 150 ml di acqua e versate tutto nella teglia. Spargete un poco di sale su tutte le verdure e del pangrattato sulla calotta dei pomodori. Fate un abbondante giro di olio evo, coprite con della carta stagnola e infornate per 50 minuti irrorando con il sughetto del fondo dopo 25 minuti. Trascorsi i 50 minuti, togliete la carta stagnola, irrorate di nuovo e continuate la cottura per altri 45 minuti, irrorando dopo 20 minuti. Ultimata la cottura, togliete dal forno e aspettate almeno un’ora prima di servire: le verdure hanno bisogno di riposare per amalgamare ed esaltare tutti i sapori. Gustate questo piatto accompagnandolo con della feta e un bicchiere di vino bianco fresco e…καλή όρεξη (kalì òrexi = buon appetito)!

02/10/2020

CASSANDRE: INDAGINI NEL CUORE DELL’ALTA SAVOIA

L’ultima tappa del nostro tour è dedicata ad un’altra donna e ci porta nella pittoresca città di Annecy, nell’Alta Savoia. Circondata da scenari mozzafiato, in una posizione unica che un tempo la rendeva strategica, a poca distanza dall’Italia e dalla Svizzera, Annecy è ancora oggi méta di molti turisti, sia in inverno che in estate. Il lago da una parte e le montagne dall’altra fanno da sfondo alle vicende della serie televisiva “Cassandre”. La serie è una delle più recenti nel panorama delle serie tv francesi: ha iniziato, infatti, ad essere trasmessa nel 2015, sta andando tutt’ora in onda, ed è giunta alla quarta stagione. Da noi, invece, è arrivata nel 2018 ed al momento è ferma alla terza stagione. Il commissario Florence Cassandre, interpretata dalla sofisticata Gwendoline Hamon, è un’ottima poliziotta ed è vicinissima ad una promozione ambita da molti: prendere il comando della polizia giudiziaria di Parigi al prestigioso 36 Quai des Orfèvres. Purtroppo, quando la nomina è già praticamente pronta per lei, decide di rinunciare e chiede il trasferimento ad Annecy…perché? Per il suo più grande amore: Jules, il figlio adolescente. Ribelle e dal carattere difficile, dopo la separazione dei genitori, Jules si è cacciato in un guaio dopo l’altro, fino ad infrangere la legge. Il giudice del tribunale dei minori, per aiutarlo e per evitargli il riformatorio, lo costringe a vivere per qualche anno in una sorta di “collegio-comunità” ad Annecy, appunto, dove la disciplina, lo studio e il lavoro scandiscono il ritmo della vita di tanti giovani come lui. E così Florence, che è un bravo commissario e al contempo una madre un po’ “ansiosa”, decide di mettere da parte tutto e tutti e si ritrova in mezzo alle montagne. All’inizio la vita in montagna non le va molto a genio, in più la squadra che è chiamata a dirigere la accoglie con la diffidenza tipica della provincia nei confronti di chi viene dalla città e anche con un po’ di rancore, dovuto al fatto che erano già pronti a vedere un altro
a ricoprire quel ruolo. Già, perché al posto di Cassandre doveva esserci quello che ora è il suo vice, l’affascinante capitano Pascal Roche, poliziotto un po’ “fuori dagli schemi”, abituato a condurre le indagini a modo suo e incurante delle regole. Ex “infant terrible”, bello e “dannato”, Pascal è entrato in Polizia per riscattarsi da un’adolescenza e una giovinezza turbolenta ed è diventato il punto di riferimento del gruppo di poliziotti con i quali lavora quotidianamente. Figlio della procuratrice “di ferro”, Evelyne Roche (madre onnipresente e un po’ “ingombrante”) Pascal in realtà è quello che soffre meno per la mancata promozione e che accoglie il nuovo commissario con un certo entusiasmo, cercando di “mediare” con il resto della squadra e, soprattutto, con la madre. Cassandre, comunque, non è certo tipo da scoraggiarsi e si fa conoscere e rispettare lavorando per prima sul campo insieme ai colleghi. A poco a poco riesce a conquistare la loro fiducia e a creare una buona sinergia, grazie alla quale i casi affrontati nei vari episodi vengono risolti brillantemente. Ad aiutarla in particolare troviamo il simpatico tenente Jean-Paul Marchand, l’intraprendete e giovane tenente Nicky Maleva (gelosa di Pascal con il quale ha una storia) e il maggiore Sidonie Montferrat, donna semplice ed efficiente, da sempre segretamente innamorata di Marchand. Ci sono poi altri personaggi secondari, fra i quali Philippe, ex marito di Florence e padre di Jules, ufficiale della Polizia doganale, Audrey Roche, avvocatessa in carriera e sorella di Pascal, e Stephane, poliziotto parigino ex collega (ed ex amante) di Cassandre. La serie mi piace molto, in particolare per il metodo di indagine di Cassandre: inizia cercando di “conoscere” la vittima e tutte le persone che in qualche modo hanno fatto parte della sua vita, prende in esame tutte le piste senza scartare niente e nessuno e si concentra sull’umanità di tutti i protagonisti di ciascuna vicenda, immedesimandosi ed entrando nelle loro esistenze. E facendo lavoro di squadra riesce sempre a risolvere i casi che le vengono affidati, spesso arrivando a discutere con superiori e sottoposti pur di arrivare alla verità. Ispirandomi alla bellissima ambientazione di questa serie, ho scelto di abbinare una ricetta tradizionale dell’Alta Savoia, dai sapori forti e decisi, semplice e
di grande effetto. I pochi ingredienti che la compongono, pur mantenendo la loro identità, riescono a fondersi egregiamente, dando vita ad un piatto unico, una vera festa per il palato. Un po’ come Cassandre e la sua squadra: ciascuno di loro ha un proprio carattere e sa lavorare da solo ma è insieme agli altri che riesce a dare il meglio. Il piatto di cui sto parlando è la “tartiflette”! La conoscete? No? Beh! Io vi consiglio di provarla…soprattutto in questi giorni di inizio autunno particolarmente umidi, nei quali è molto facile riuscire a gustarla e a lasciarsi avvolgere dall’intensità dei suoi sapori. Ecco a voi la ricetta.

TARTIFLETTE

Ingredienti per 4-6 persone: 1 Reblochon Dop (formaggio francese a pasta pressata da latte crudo di

vacca, tipico della Savoia) - 1 kg di patate di buona qualità - 200 g di pancetta affumicata a cubetti - 200 g di cipolle - 1 dl di vino bianco – pepe - noce moscata (facoltativa)

Sbucciate le patate e tagliatele a pezzetti o a fettine. Tagliate a rondelle le cipolle. Fate saltare la pancetta a cubetti in una padella assieme alle cipolle (senza aggiungere olio o burro) fino a quando inizieranno a essere dorate. Unitevi le patate e fate cuocere a fuoco medio per 20 minuti. Bagnate con il vino bianco, fate evaporare e lasciate cuocere per altri 5 minuti. Pepate e aggiungete della noce moscata se lo desiderate.

Tagliate il Reblochon in due parti nel senso dello spessore, conservate una delle due “facce” e tagliate l’altra in piccoli pezzettini che unirete al composto di patate e pancetta. Trasferite il composto in una pirofila da forno e posatevi sopra l’altra metà di Reblochon tagliata in due o quattro parti (la crosta va rivolta verso l’alto). Fate gratinare in forno preriscaldato a 200° per circa 15-20 minuti, quindi servite ben caldo accompagnando con un buon vino: una vera coccola! Buon appetito e alla prossima settimana.

15/04/2020

CALLADINE E BAYLISS: INDAGINI NEL NORDOVEST INGLESE


Non si sa molto di Helen H. Durrant ma secondo me è un’autrice che merita un posto di rilievo nel panorama della letteratura gialla britannica. Ambienta i suoi libri nella zona in cui vive e lavora, il Nordovest dell’Inghilterra, un luogo che la scrittrice conosce bene e che si trova tra due contee, tra la città e le colline. Questo posto, ricco di insediamenti industriali e scorci di lussureggiante campagna, è fonte di ispirazione per lei, tanto che è proprio qui che si muovono Calladine e Bayliss, i due detective protagonisti di una serie thriller di successo. Il suo è uno stile nudo e crudo, che sa arrivare nei meandri più oscuri e pericolosi della mente e dei sobborghi poveri, ricchi solo di disperazione e di violenza. Il suo primo libro “Il silenzio della morte” si presenta subito come un thriller decisamente fuori dal comune, pieno di “pugni nello stomaco” e di colpi di scena e capace di tenere il lettore incollato alle sue pagine, dalla prima all’ultima, senza sosta. Il navigato ispettore Tom Calladine e la giovane sergente Ruth Bayliss vengono chiamati nel parco giochi del complesso di case popolari di Hobfield, dove viene fatta una macabra scoperta: un sacchetto con delle dita mozzate. I due formano professionalmente una coppia molto affiatata e si buttano a capofitto nelle
indagini, sfidando la rete della criminalità organizzata che sfrutta giovani innocenti, abbandonati dalla società in balìa delle varie gang. Devono mettersi sulle tracce dell’assassino prima che tutto il quartiere venga sopraffatto dalla violenza. Si tratta di un regolamento di conti o c’è sotto altro? L’istinto di Calladine gli suggerisce che il caso nasconde qualcosa di decisamente brutto e insieme a Bayliss ed al resto della loro squadra battono con perizia tutte le possibili piste. Ben presto si trovano coinvolti in una lotta contro il tempo, fino a trovarsi in un sentiero che passa pericolosamente vicino alle loro vite… Ovviamente mi fermo qui e vi invito a leggere questo thriller: sono sicura che vi piacerà. Anche Calladine e Bayliss, purtroppo, presi dal ritmo serrato delle indagini, fanno parte della lunga schiera di poliziotti che sembrano vivere d’aria, incapaci di fermarsi a mangiare qualcosa…quindi ho deciso di scegliere una delle specialità anglosassoni che vengono solitamente proposte nei pub, ottime per accompagnare una pinta di birra: le jacket potatoes. Si tratta di patate medio-grandi, cotte nel forno o sul barbecue e poi farcite. La loro principale caratteristica è il mantenimento della buccia e la cottura nella carta stagnola, mentre la farcitura varia a seconda del luogo e delle preferenze (formaggio, pancetta, uova, prosciutto, fagioli, cipolle…). Io vi propongo una delle tante varianti e vi suggerisco di gustarle ancora calde, per non perdere il gusto, obviously!

JACKET POTATOES
Ingredienti: 4 patate medio-grandi - 100 g di pancetta affumicata - • 100 g di formaggio emmenthal – sale – pepe -  cipollotti freschi
Lavate bene le patate e strofinatele con un canovaccio pulito in modo da pulire bene la buccia. Avvolgete ogni patata con carta stagnola. Posizionate le patate su una teglia rivestita di carta forno ed infornatele in forno già caldo a 200°C per 50/60 minuti. Controllate la cottura infilando un coltello prima di sfornare e se serve proseguitela ancora per 10 minuti. A parte, intanto, rosolate la pancetta e i cipollotti in una padella fino al grado di cottura desiderato e tagliate il formaggio in pezzetti piccoli. Una volta cotte, sfornate le patate ed incidetele direttamente sulla stagnola con due tagli a croce, aprite un poco i lembi e scavate le patate con un cucchiaino. Fate attenzione a non scavare troppo e bucare le patate sul fondo o dai lati. Riempite le patate con un cucchiaino di pancetta, del cipollotto e con il formaggio che si scioglierà con il calore della patata. Servite immediatamente ed accompagnatele con una bella birra inglese o un bicchiere di vino rosso: il loro gusto vi conquisterà! Buon appetito e buona lettura!


04/03/2020

I BASTARDI DI PIZZOFALCONE: UNA STORIA DI RISCATTO FRA I VICOLI DI NAPOLI

Vi ho già parlato del bravissimo Maurizio De Giovanni e del “suo” commissario Ricciardi. Forse, però, molti lo conoscono di più per altri personaggi da lui creati e che hanno riscosso un enorme successo sia fra le pagine dei suoi libri sia sul piccolo schermo. Si tratta dei “Bastardi di Pizzofalcone” ed è proprio di loro che voglio parlarvi oggi. Siamo a Napoli e il commissariato di Pizzofalcone è appena stato teatro di una brutta storia, la peggiore: quattro poliziotti che vi lavoravano erano corrotti ed implicati in un traffico di droga...praticamente dei bastardi. La Questura decide di rimpiazzarli con dei “soggetti problematici”, cioè con dei poliziotti che, in un modo o nell’altro, sono diventati scomodi e poco graditi in altri reparti…praticamente altri bastardi,
pur se in altro senso. In questo modo i superiori pensano che l’ormai agonizzante commissariato arriverà più speditamente al fallimento ed alla conseguente chiusura. E così il comando viene affidato al commissario Luigi Palma, sempre positivo e gioviale, separato e appassionato del suo lavoro, il quale si ritrova a gestire una squadra apparentemente già perdente, composta da soggetti che non potrebbero essere più diversi ed incompatibili fra loro. Giuseppe Lojacono, ispettore proveniente dalla Sicilia, allontanato perché accusato (ingiustamente) da un pentito di essere un informatore della mafia. Ha perso tutto: la sua carriera, la stima dei colleghi, la famiglia…gli rimangono la sua professionalità e le sue grandi capacità investigative. Francesco Romano, burbero, “sanguigno”, con un carattere impetuoso e
violento che lo ha portato ad aggredire un sospettato e ha rovinato il suo matrimonio. Alessandra Di Nardo, “Alex”, introversa e riflessiva, da sempre succube del padre, generale dell’esercito in pensione che avrebbe preferito un figlio maschio, al quale nasconde la sua omosessualità. La sua passione per le armi le ha fatto rischiare di uccidere il suo capo che l’ha “spedita” a Pizzofalcone. Marco Aragona, giovane agente raccomandato perché “figlio di papà”, si atteggia a detective delle serie tv americane ma deve dimostrare di fare sul serio, in quanto gli è stata data un’ultima possibilità per tenere la divisa. A completare la squadra ci sono due veterani del commissariato, risultati estranei ai traffici illeciti dei loro colleghi: Giorgio Pisanelli e Ottavia Calabrese. Il primo è la memoria storica di Pizzofalcone, conosce benissimo il quartiere e le persone che lo abitano. Vedovo e completamente dedito al lavoro, è ossessionato da una serie di morti sospette, catalogate come suicidi, sulle quali indaga da tempo per conto proprio. Ottavia, invece, è l’esperta informatica del gruppo e considera il lavoro, oltre che una missione, una sorta di scappatoia dalla pesantezza della sua vita privata, segnata da un figlio autistico e da un marito inerte ed asfissiante. Ciascuno di loro si
ritrova catapultato in una situazione difficile, con colleghi che non avrebbe mai scelto ma tutti hanno un solo, fondamentale obiettivo: riscattarsi e dimostrare a chi li ha messi in un angolo di essere dei bravi ed onesti poliziotti. Ci sono anche altri personaggi che ruotano intorno a loro, più o meno importanti ma tutti con il loro specifico posto e le loro sfumature. Fra gli altri la PM Laura Piras, intransigente, energica e fortemente attratta da Lojacono; Marinella, figlia di Lojacono in piena crisi adolescenziale; Frate Leonardo, amico e confidente del buon Pisanelli e tanti altri. Sullo sfondo, poi, la stupenda e tormentata città di Napoli, con i suoi vicoli stretti dove tanti vedono e pochi parlano ma dai quali alla fine emerge un’umanità pulsante ed appassionata. A poco a poco i nostri “bastardi” iniziano a conoscersi e ad apprezzarsi, a risolvere dei casi difficili e a farsi notare dai “piani alti”. La chiusura del commissariato si allontana ed il gruppo diventa sempre più una vera squadra, affiatata ed efficiente, nella quale ciascuno può essere sé stesso e ricoprire il proprio ruolo. Dai fantastici libri di De Giovanni è stata tratta la serie televisiva trasmessa dalla Rai, che ha riscosso grande successo ed è già alla terza stagione. Tutti gli attori sono davvero bravissimi! Chi ha letto i libri e ha poi guardato la serie ha ritrovato un’interpretazione magistrale dei diversi personaggi, primo fra tutti (lasciatemelo dire!) quel gran figo di Alessandro Gassmann, che interpreta Lojacono, seguito da Carolina Crescentini (Laura Piras) e da Massimiliano Gallo (Luigi Palma), per citare solo i più famosi. Penso che abbiate capito che vi consiglio vivamente di leggere i libri dei Bastardi e, se vi capita, di guardare anche la fiction perché è uno dei rari casi in cui la seconda è degna dei primi! A questa bellissima squadra ho voluto abbinare una delle ricette tradizionali napoletane: la pasta patate e provola.
Mi chiederete per quale motivo…beh! Per fare questo piatto viene utilizzata la pasta mista, composta da diversi formati di pasta appunto, che insieme alle patate ed alla provola si amalgamano e creano un giusto contrasto tra morbido e croccante. Penso di poter paragonare i bastardi di Pizzofalcone, così diversi fra di loro, alla pasta mista: alla fine il risultato è sorprendente e molto, molto gustoso! Provatela!

RICETTA PASTA PATATE E PROVOLA
Ingredienti per 4 persone: 350 gr patate – 250 gr pasta mista – 100 gr provola – 4 pomodorini - rosmarino – 1 litro brodo vegetale - 1 mazzetto prezzemolo tritato finemente - olio extravergine d’oliva – sale – pepe – aglio (se si desidera)
Lavare e sbucciare le patate e tagliarle a dadini. In una casseruola versare un filo l’olio extra vergine di oliva e aggiungere una testa d’aglio (se si desidera). Soffriggere per un po’ e aggiungere i cubetti di patate, qualche ago di rosmarino e i pomodorini (servono a dare un po' di colore). Togliere l’aglio, coprire le patate con il brodo e portare a bollore. Calare la pasta mista, portandola a cottura (se necessario aggiungere altro brodo). Nel frattempo tagliare la provola a dadini piccoli. Una volta che la pasta risulterà cotta, spegnere il fuoco, aggiustare di sale e pepe, condire con un filo d’olio evo e mescolare facendo addensare il fondo di cottura. Unire, infine, la provola e il prezzemolo continuando a mescolare. Una volta che sarà mantecata, servire la pasta guarnendo con un altro filo d’olio e un rametto di rosmarino. Questo piatto è semplice e gustoso e sarebbe un vero delitto non provarlo! Buon appetito!

20/03/2019

IL COMMISSARIO BORDELLI: UN SOLDATO POLIZIOTTO

Marco Vichi (Firenze 1957) è uno scrittore e sceneggiatore toscano. Nel  2002 esce il primo libro con il commissario Bordelli, protagonista di una serie di polizieschi ambientati a Firenze negli anni sessanta. Ex combattente della Seconda guerra mondiale, scapolo suo malgrado, onesto, appassionato del suo lavoro, umano e amante del buon cibo e del buon vino, Bordelli, dopo aver combattuto i nazisti, entra in Polizia perché crede ancora nella giustizia. I suoi collaboratori lo ammirano e lo rispettano e lui ricambia con un affetto sincero e riservato, incapace di esprimersi a parole ma molto eloquente nei gesti. In questa sua prima indagine il commissario viene chiamato per la morte di un'anziana e ricca nobildonna, apparentemente dovuta a problemi di asma. Ben presto però risulterà evidente che si tratta di un omicidio premeditato e molto ben architettato. Il movente risulta subito molto chiaro: la cospicua eredità. Il colpevole o meglio i colpevoli? Anche a questo proposito Bordelli ha quasi subito un’idea precisa. Ma resta un punto fondamentale sul quale occorre far luce: il come! Già! Bordelli si trova ad arrovellarsi il cervello per capire come la signora è stata uccisa, visto che tutte le persone coinvolte hanno un alibi, come si suol dire, di ferro! E insieme a lui anche l'irreprensibile e giovanissimo agente Piras, figlio di un suo vecchio commilitone, non sa proprio come risolvere il
mistero. A questo si aggiunga il caldo torrido che attanaglia Firenze e toglie il fiato e gli incubi notturni ricorrenti…e potremo capire perché il nostro commissario non riesce proprio a smettere di pensare e, soprattutto, di fumare, nonostante le buone intenzioni! Per fuggire dalla tensione delle indagini ferme ad un punto morto, Bordelli organizza una delle serate fra amici che tanto gli piacciono. Affida ad un ex galeotto, più o meno redento e abilissimo cuoco, la sua cucina ed il compito di preparare una cena coi fiocchi e lui si occupa di invitare vecchi e nuovi amici. Intorno alla tavola, gustando cibi saporiti e vino nostrano, gli uomini si ritrovano a condividere ricordi di guerra ed esperienze personali. E forse proprio grazie a questa piacevole distrazione, Bordelli ritorna a mente più serena sul luogo del delitto e ha finalmente l'intuizione che lo porta a risolvere il caso! Voglio leggere altri libri di Vichi perché mi è piaciuto il suo stile semplice e capace di coinvolgere il lettore, di fargli guardare cose e persone attraverso gli occhi stanchi del commissario Bordelli. Oltre alle cene con gli amici, il commissario ama gustare i piatti del suo amico Toto, siciliano “doc” proprietario e cuoco di una trattoria, che lo accoglie nella sua cucina ogni volta con una storiella ed un piatto diverso ma sempre gustoso e abbondante. Uno di questi è il baccalà alla livornese, che il poliziotto divora direttamente vicino ai fornelli, nonostante il caldo tremendo! E questa sera voglio proporvi proprio questo piatto: non è difficile ma ha un gusto davvero unico! Provatelo!
BACCALA’ ALLA LIVORNESE – Ingredienti per 4 persone: 600 gr baccalà – 700 gr passata di pomodoro – 300 gr patate – 1 cipolla – vino bianco – 150 gr farina 00 – olive nere - olio evo – sale – pepe
Sbucciate e cuocete le patate. Fatele freddare in un piatto e tagliatele. Affettate la cipolla e mettetela a rosolare in una padella con l'olio. Aggiungete la passata di pomodoro e aggiustate di sale. Fate cuocere il sugo per almeno 45 minuti a fiamma dolce, mescolando di frequente.  Tagliate il baccalà a fettine rettangolari e impanatele nella farina. Mettete a rosolare in un'altra padella con l'olio. Sfumate con il vino bianco e fate evaporare. A questo punto tuffate il baccalà rosolato nel sugo e aggiungete le patate e le olive. Cuocete insieme per 45 minuti e poi spegnete. Cospargete di pepe nero e servite caldo. N.B. Il baccalà alla livornese con le patate si prepara dopo aver dissalato il
pesce. Per farlo dovrete metterlo prima sotto il getto dell'acqua e poi in ammollo in un recipiente per 8 ore. Terminato il tempo vi basterà ripetere l'operazione (mattina e sera) per tre giorni. Sicuramente anche dopo questa procedura sarà salato. Perciò è consigliabile non aggiungere sale al pesce ma solo un pizzico nel sugo. Ad ogni modo potrete regolarvi anche alla fine della cottura, quando il piatto sarà pronto. Esistono diverse varianti di questa ricetta ma questa è la più nota...a me è piaciuta molto e ve la consiglio accompagnata da un bicchiere di vino bianco fresco! Buon appetito!

06/03/2019

L’ISPETTORE BARNABY: UN SEGUGIO NELLA CAMPAGNA INGLESE


Caroline Graham, classe 1931, è una scrittrice, sceneggiatrice, attrice e produttrice radiofonica inglese. Definita da molti la “nuova Agatha Christie”, dopo gli esordi in radio e a teatro, si dedicò definitivamente alla scrittura nel 1971 e da allora non si è mai fermata! Oltre a diversi drammi radiofonici e ad alcune sceneggiature scrisse anche dei libri per bambini. La sua fama, però, arrivò negli Anni Ottanta, quando iniziò a scrivere romanzi polizieschi e creò il personaggio dell’Ispettore capo Tom Barnaby. Dai romanzi, nel 1997, nacque una serie televisiva che ancora oggi ottiene un grande successo (e non solo in patria), nettamente
superiore rispetto alla versione stampata. Arrivata in Italia nel 2003 e tutt’ora trasmessa, la serie “L’ispettore Barnaby” (titolo originale “Midsomer Murders”) ha come protagonista, appunto, l’ispettore capo della contea inglese di Midsomer, il cui capoluogo è Causton, cittadina di medie dimensioni in cui vive con la moglie Joyce e la figlia Cully. L’ambientazione, pur essendo fittizia, è fondamentale nella serie perché in ogni episodio ciò che emerge è l’antitesi fra i piccoli, tipici villaggi inglesi, apparentemente tranquilli e pacifici, e la violenza dei crimini commessi dalle persone più insospettabili. In ogni indagine Barnaby, affiancato dal fedele sergente Gavin Troy (poi sostituito da altri nelle varie serie), si scontra con l’omertà degli abitanti del villaggio di turno, tutti colpevoli di nascondere almeno un segreto, tutti apparentemente coinvolti nell’omicidio e tutti molto ostili nei confronti della polizia. Per questo il nostro ispettore non si fida
mai di nessuno e continua a tornare sul luogo del delitto, a scavare nella vita della vittima ed in quella della comunità, a fare continuamente le stesse domande e a bere litri e litri di tè…fino ad arrivare alla soluzione del caso che spesso è davvero inaspettata. Nelle prime tredici serie Barnaby è stato egregiamente interpretato dall’attore John Nettles, sostituito poi dalla quattordicesima stagione dall’attore Neil Dudgeon, nel ruolo del cugino di Tom, John Barnaby, sposato con Sarah e padre di una bimba piccola. Il cambio non ha fatto scendere l’audience ed i fedelissimi di “Midsomer Muders” continuano a seguire le vicende di Midsomer. Io sono una di loro! Ho iniziato a vederlo quasi per caso e poi…beh! Ormai mi conoscete! Ho dovuto risalire ai libri della Graham e documentarmi…anche perché questo ispettore mi è davvero simpatico! Dotato di notevole intelligenza ed intuito, paziente, appassionato del suo lavoro, bonario, contrario alla violenza e gran conoscitore della natura umana, Barnaby è “british” fino al midollo e passa da un serio e laborioso silenzio ad un esuberante humor che spesso, purtroppo, non è compreso dal suo sergente. Ogni tanto fa una tappa in uno dei tanti pub e si beve una birretta (sì, anche se è in servizio!!!) e bisogna riconoscere che ha gusto e ama la buona tavola! Nonostante, infatti, si lasci assorbire completamente dai suoi casi, Barnaby non rinuncia a tornare a casa a fine giornata, dove trova la moglie ad aspettarlo con la cena pronta e…con qualche domanda sul caso. Questa è una delle principali differenze con le serie
TV alle quali siamo abituati: i poliziotti sono sicuramente sempre disponibili, in qualsiasi ora del giorno e della notte, a correre sulla scena del crimine o a verificare un nuovo indizio…ma sono pur sempre persone che lavorano e che hanno una famiglia e quindi a fine giornata, salvo rari casi e spesso in orari irregolari, rientrano a casa per cena e tornano ad occuparsi delle indagini la mattina seguente, ovviamente solo dopo una tipica e sacra English breakfast! Joyce Barnaby, casalinga e british quanto il consorte, è abituata agli strani ritmi del marito ma è sempre pronta a mettere in tavola ciò che più gli piace e gli sta accanto anche quando lui è assorto nelle sue elucubrazioni sull’indagine in corso, ascoltandolo e spesso aiutandolo a mettere un po’ di ordine nelle sue ipotesi. Inutile dire che, oltre alle sostanziose colazioni, sono tanti i piatti in puro stile campagna inglese che Joyce prepara a Tom ma uno dei suoi cavalli di battaglia è il classicissimo pollo arrosto con patate. Ovviamente lei è convinta che la sua ricetta sia la migliore in assoluto…ma noi sappiamo che ognuno di noi ha la propria versione, imparata dalla nonna, dalla mamma o dalla zia, o semplicemente letta su un libro di cucina. L’importante, però, è che sappia “di casa”, perché il pollo arrosto con patate non è solo un classico ma è “il classico piatto della domenica”. Il profumo che si sprigiona dal forno è invitante, avvolge tutta la casa e ti fa sentire subito il calore della famiglia…o mamma mia! Sto diventando sentimentale!!! Meglio che mi fermi e vi lasci la versione più comune di questo “evergreen”, sperando che ci sia ancora qualcuno che, come me, lo cucini rispettando i tempi, utilizzando gli aromi, curandolo amorevolmente, senza sacchettini o salse varie (!) perché allora sì che si parlerebbe di delitto!


POLLO ARROSTO CON PATATE   
Ingredienti - 1 pollo - 1 rametto di rosmarino - 1 cipolla - 1 carota - 1 costa di sedano – olio evo – sale – pepe – aglio - salvia
Togliete il pollo dal frigorifero e lasciatelo a temperatura ambiente per circa mezz’ora. Dopo averlo fatto riposare ponetelo in una teglia in grado di contenerlo comodamente. Riempite la cavità con due spicchi d'aglio in camicia, leggermente schiacciati, rametti di rosmarino, salvia e sale. Legate le zampe con uno spago da cucina in modo che il pollo tenga la forma durante la cottura. (Se, invece, preferite potete cuocerlo già tagliato a pezzi…dipende dal risultato che volete ottenere e dai commensali!). Spennellatelo con abbondante olio extra vergine d'oliva, poi “massaggiatelo” e cospargetelo con un misto di aromi tritati, sale e pepe. Ponete in forno preriscaldato a 190° per
circa un'ora. Il tempo di cottura preciso dipenderà dal peso del vostro pollo: dovrete contare circa 50 minuti per un kg. Durante la cottura, di tanto in tanto, prelevate qualche cucchiaio di liquido dal fondo di cottura e riversatelo sul pollo. Il vostro pollo sarà cotto a puntino quando infilando uno spiedo o uno stecchino nella coscia non uscirà sangue o liquido rosato. Io preferisco tagliarlo a pezzi e rosolarlo un pochino in una padella, magari di quelle che poi possono andare in forno, con un pochino di vino bianco o di birra in modo da fargli prendere un po’ di colore e poi metterlo in forno già caldo. Per accompagnarlo optate per delle patate novelle.  Se lo desiderate potrete cuocerle direttamente assieme al pollo: basterà aggiungerle nella stessa teglia, tenendo presente che cuoceranno in circa 40 minuti. In alternativa potete tagliarle e scottarle per 10 minuti in acqua bollente, poi in forno con olio e rosmarino per 40/50 minuti o comunque fino alla doratura. Ovviamente va servito e mangiato in compagnia, magari scambiandovi qualche opinione sull’ultimo episodio dell’ispettore Barnaby! Buon appetito!

27/02/2019

JOONA LINNA, UN FINLANDESE NELLA POLIZIA SVEDESE


Lars Kepler è lo pseudonimo di Alexander Ahndoril  e Alexandra Coelho Ahndoril, una coppia di scrittori svedesi. Entrambi con una propria carriera già avviata, nel 2009 decidono di scrivere un giallo insieme e per non influenzare i rispettivi lettori, adottano uno pseudonimo, appunto. Il loro primo libro, “L'ipnotista”, esce nel 2010 ed è subito un caso letterario! Già nei primi mesi riesce a scalzare i libri di Stieg Larsson che dominavano le classifiche e ben presto il successo arriva anche oltreoceano. Il libro è davvero un capolavoro e ne viene tratto anche un film molto ben riuscito nel 2012. Io non riuscivo a fermarmi quando l’ho letto! Il romanzo ha come protagonista l’ispettore di origini finlandesi Joona Linna, poliziotto integerrimo, dedito al lavoro, intelligente, astuto, testardo e con un oscuro passato. La vicenda inizia con il massacro di una famiglia, al quale sopravvive solo un ragazzo che però, per lo
shock, non è di aiuto nelle indagini. Trovandosi ad un punto morto con nessun indizio, Linna chiede aiuto al dottor Erik Maria Bark,  un famoso psicoterapeuta, esperto in ipnosi. Purtroppo Erik ha pagato caro le sue passate collaborazioni con la polizia e, per amore della sua famiglia, non vuole farsi coinvolgere. Solo l'insistenza di Linna lo farà capitolare ed entrare in una spirale che lo assorbirà completamente. L'omicida, infatti, arriverà a colpirlo nei suoi affetti più cari e la caccia all'uomo si farà sempre più serrata e angosciante. Il finale, privo di banalità, raggiunge il lettore come un pugno nello stomaco e lo lascia a bocca aperta! Kepler ha scritto altri libri, tutti molto coinvolgenti e di successo ma credo che il primo non abbia uguali. Inutile dire che, nel ritmo serrato dell’azione, nessuno dei protagonisti riesce a fermarsi un attimo…figurarsi mangiare! E quindi, in onore delle origini del bravo ispettore Linna, ho pensato di proporvi dei dolcetti finlandesi molto particolari e con un nome impronunciabile…i karjalanpiirakka. Si tratta di un dolce finlandese tipico della regione della Carelia, tanto è vero che questo dessert è anche conosciuto come “crostata careliana”. Viene cucinato con molte varianti ma la ricetta originale, ovviamente, è quella che trovate qui sotto!

KARJALANPIIRAKKA Ingredienti per 6 persone – 250 gr Farina di segale – 250 ml Acqua – 300 gr Riso – 500 ml Latte – 500 gr Patate - Burro q.b. - 1 tuorlo d’uovo – Sale – Pepe – Zucchero 
Impastate la farina di segale su una spianatoia assieme ad un cucchiaio di zucchero, un pizzico di sale e l’acqua. Quando avrete ottenuto un panetto sodo e liscio, mettetelo a riposare coperto da un panno in un luogo fresco, per circa 60 minuti. Nel frattempo cuocete le patate, dopo averle sbucciate, in una pentola contenente acqua bollente. Quando le patate sono morbide e cotte, passatele nello schiacciapatate e aggiungete una noce di burro. Aggiustate di sale e pepe e mescolate bene tutti questi ingredienti. Prendete un pentolino, versate il latte e portatelo a bollore, quindi versateci il riso, insieme ad un cucchiaio di zucchero. Fate cuocere per circa 20 minuti così che il riso assorba il latte, andando perciò a creare un impasto cremoso. Aggiungete il riso alle patate e mescolate bene. A questo punto stendete la pasta di segale, ottenendo una sfoglia dello spessore di mezzo centimetro. Ritagliate delle forme ovali, disponeteci sopra il ripieno e chiudete bene sigillando i bordi. Spennellate la superficie dei karjalanpiirakka con un composto di tuorlo d’uovo sbattuto e burro fuso e infine cuocete in forno caldo a 200° C per circa 20 minuti. Solitamente in Finlandia si consumano con una bevanda calda e della panna montata. Voi gustateli come preferite, meglio se accompagnati da un buon libro…meglio se di Lars Kepler!!!

06/02/2019

WULF DORN: ESPLORAZIONI NEL BUIO DELLA MENTE


Lo scrittore tedesco Wulf Dorn, classe 1969, ha studiato lingue e lavorato per molti anni come logopedista a contatto con pazienti psichiatrici. Questa esperienza, unita alla sua passione per la lettura e per la scrittura, lo hanno portato a scrivere alcuni testi horror e, nel 2009, il suo primo psico-thriller “La psichiatra”. Il successo arrivò subito non tanto per la pubblicità o per le promozioni fatte in diverse città ma per il passaparola dei lettori, letteralmente catturati dal suo stile narrativo. I suoi libri, infatti, riescono a trascinare il lettore in un crescendo di suspense, accanto ai protagonisti, fino al finale scioccante, mai banale e spesso imprevedibile. Nel suo primo libro appare subito evidente come la 
sua preparazione e la sua ricerca siano attente, meticolose quasi accademiche. Dorn scende negli abissi della psiche, laddove nessuno riesce ad arrivare, e scopre emozioni, sentimenti, paure, impulsi che solitamente vengono ignorati o accantonati. Il conscio e l’inconscio si trovano a combattere per arrivare alla verità, molto spesso scomoda e peggiore di quanto si possa immaginare. Nel secondo libro “Il superstite”, l’autore introduce lo psichiatra forense Jan Forstner, tornato nella sua città natale per lavoro e vittima di un passato che lo tormenta e che dovrà affrontare per poter continuare a vivere il presente e pensare al futuro. Jan è protagonista anche del terzo libro “Follia profonda”, mentre i successivi hanno altre ambigue ed inquietanti figure che prendono il suo posto. Tutti i libri di Dorn sono diventati best-sellers e lo hanno portato a diventare uno dei più importanti scrittori tedeschi. Secondo me il suo successo è più che meritato: mi sono ritrovata a leggere con avidità le sue pagine, spinta dal desiderio di arrivare a scoprire la verità, ritrovandomi ogni volta stupita e ammirata dal finale mai scontato e sempre sorprendente! Vi consiglio di approcciare questo autore seguendo proprio l’ordine di uscita dei libri, per apprezzarlo di più e per gustarne al meglio l’abilità narrativa. Per quanto riguarda il gusto, purtroppo i vari protagonisti si limitano a "mangiucchiare" qualcosa, fra un colpo di scena e l’altro. Il dottor Forstner, forse, è quello che si “sforza” maggiormente di mangiare bene…ahimè senza riuscirci. Il suo coinquilino ogni tanto gli cucina delle salsicce o delle patate (siamo pur sempre in Germania!!) e la sua infermiera qualche volta gli porta in ufficio un panino o una pizzetta (sigh!)…poverino! Con tutto il lavoro e i problemi che deve affrontare, mi piacerebbe poterlo aiutare preparandogli dei piatti confortevoli e sostanziosi! È per questo che, non potendo attingere dalle pagine di Dorn e pensando in particolare proprio a Jan, ho deciso di abbinare a questi libri un piatto che a volte faccio a casa, semplice e gustoso, alla portata di tutti: 
PATATE, CIPOLLE E SCAMORZA AL FORNO 
Ingredienti per 4 persone: 4 patate di media grandezza – 4 cipolle rosse – una scamorza affumicata – pane grattugiato – sale – pepe – olio evo
Lavate e sbucciate le patate e pulite le cipolle, poi tagliatele tutte finemente a rondelle, magari utilizzando una mandolina. Dovete cercare di ottenere delle fettine sottili e il più possibile simili per grandezza. Tagliate, quindi, anche la scamorza sempre con lo stesso criterio. Prendete una pirofila, ungetela ed iniziate a posizionarvi le patate, le cipolle e la scamorza, alternandole. Quando avrete finito condite con un po’ di sale, una macinata di pepe e un pochino di pane grattugiato. Irrorate il tutto con un filo di olio extra-vergine di oliva e infornate a 200° per 45/50 minuti. Sfornate e servite con un bicchiere di vino o una birra. Questo piatto, come vedete, è molto semplice e se volete potete anche modificare e/o aggiungere degli ingredienti, in base al vostro gusto. Per esempio potete usare la scamorza bianca anziché quella affumicata, oppure sostituire le cipolle con delle zucchine o ancora aggiungere dei pezzettini di pancetta o speck…Magari prima provate la versione originale e poi sbizzarritevi ma ricordatevi sempre che l’importante è il gusto: non considerarlo è un delitto!!!!