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12/10/2025

IL CLANDESTINO – UN ROMANO “NASCOSTO” A MILANO

Come ormai sapete, oltre a leggere libri gialli di diverse tipologie, mi piacciono le serie e le fiction TV, in particolare quelle tratte da romanzi di autori italiani. Mi è capitato però, quasi per caso, di iniziare a guardare una serie che non nasce da un libro…e mi è molto piaciuta! Si tratta di “Il clandestino”, una serie creata da Ugo Ripamonti e Renato Sannio, i quali hanno anche firmato la sceneggiatura con Michele Pellegrini, diretta da Rolando Ravello. Potrebbe sembrare banale ma creare una serie non credo sia facile, soprattutto perché non si ha una “base” da cui partire, come quando, appunto, si trae spunto da un romanzo. Ma veniamo a noi. La serie narra le vicende di Luca Travaglia (interpretato dal bravissimo Edoardo Leo), un ex ispettore capo dell’antiterrorismo che ha lasciato la Polizia in seguito ad un tragico evento. Durante una serata di gala, infatti, in cui Luca e la sua squadra sono infiltrati per proteggere i diplomatici presenti, esplode un ordigno, provocando diversi feriti, fra cui l’agente più giovane della squadra, che perde l’uso delle gambe. Fin da subito sembra evidente che l’attentatore sia Khadija, compagna di Luca di origine libica, che muore nell’attentato davanti agli occhi del suo amato. Luca non riesce a riprendersi e, divorato da mille dubbi e domande e dal senso di colpa, lascia la Polizia “scappando” a Milano. Qui inizia a lavorare come buttafuori nelle discoteche e come guardia del corpo, andando a vivere in affitto nell'autorimessa di Palitha (che ha il volto del simpaticissimo e vulcanico
Hassani Shapi), un singalese con competenze da meccanico che gestisce una propria impresa di soccorso stradale e che vive al piano di sopra con la moglie Gedara. Nelle prime settimane, dopo il lavoro, Luca si chiude nel suo “antro” e beve fino allo sfinimento, vivendo di incubi e flashback e limitandosi ad andare avanti. L’esuberante Palitha, con il quale pian piano si crea un legame di profonda amicizia, lo coinvolge suo malgrado in “interventi” che di meccanico hanno ben poco! Con la scusa dell’affitto arretrato, infatti, il singalese gli chiede aiuto per risolvere problemi e soprusi che coinvolgono povera gente, spesso immigrati irregolari, che non possono o non vogliono rivolgersi alla Polizia. Oltre ad aiutare chi ha davvero bisogno, i due si trovano a guardare con occhi nuovi la loro vita. Da loro arrivano persone con storie incredibili, uomini e donne spesso sfruttati ed emarginati, a volte semplicemente ignorati o abbandonati, vittime silenziose e inerti di ingiustizie e di violenze. In tutto questo, il “buon” Palitha vede un’occasione di guadagno e propone a Luca di mettersi in società e di creare un’agenzia investigativa. L’improbabile “coppia”, che fra un caso e l’altro dà vita a esilaranti “siparietti”, si sposta per la città usando un furgone Fiat 1100 di colore rosso fiammante, completamente restaurato e modificato come carro attrezzi, con tanto di pubblicità dell’autofficina di Palitha e della loro neonata e sgangherata agenzia! Nelle loro indagini, ricorrono spesso all’aiuto del vicequestore Claudio Maganza, amico di vecchia data di Luca, che chiude sovente un occhio (anche due!) sulle loro “attività” non sempre regolari e a quello di Carvelli, un alto dirigente dei Servizi segreti italiani, altro suo vecchio conoscente dai tempi in cui lavorava all'antiterrorismo, al quale telefona per ottenere informazioni e rintracciare persone. Lavorando come
guardia del corpo e accettando i vari incarichi tramite l’agenzia, Luca capisce che deve riprendere in mano la sua vita e, soprattutto, rimanere sobrio. I soldi dell’agenzia, infatti, fanno comodo anche a lui, e non solo all’amico, per una ragione che tiene completamente segreta. Le bottiglie di vodka e whisky lasciano così il posto a innumerevoli bottigliette di chinotto, che beve in qualsiasi momento del giorno e della notte. …Mi piacerebbe proseguire e raccontarvi anche il resto ma preferisco fermarmi, sperando di aver suscitato in voi la curiosità di vedere la serie che, come vi dicevo, è davvero coinvolgente. Sarà stata la capacità espressiva di Edoardo Leo e il suo modo di parlare…o l’incredibile simpatia di Hassani Shapi, che si apposta con il carro attrezzi nei luoghi più assurdi, sgranocchiando bastoncini al cioccolato e pensando di non dare nell’occhio…o ancora vedere le vie e i quartieri della “mia” Milano diventare tristemente protagonisti di guerre tra gang o zone di traffici illeciti…sta di fatto che la serie, episodio dopo episodio, mi ha coinvolto e mi ha fatto stare con il fiato sospeso, riuscendo a stupirmi e a non dare nulla per scontato, neanche la differenza fra bene e male, che spesso non è così netta. Purtroppo, l’anno scorso l’attore Hassani Shapi è morto improvvisamente e quindi non si sa se verrà girata la seconda stagione ma vi consiglio vivamente di guardare la prima e unica, perché ne vale la pena. Per quanto riguarda il gusto, invece, non c’è molto da dire. Luca beve prima litri di alcool e poi litri di chinotto, mentre Palitha mangia i bastoncini Mikado (beh! Dico la marca perché nella serie non viene mai oscurata…) di cui ha una scorta infinita. Quindi per questa volta mi limito a parlarvi di una bevanda tutta italiana nata da un agrume:
il chinotto.

Il chinotto è un estratto analcolico del Citrus myrtifolia, agrume diffuso sulla costa tirrenica italiana. Si

tratta di una bevanda scura, dall’aspetto simile a una cola, di gusto amarognolo. Rispetto alle versioni storiche originali, (purtroppo direi!), i chinotti attualmente in commercio sono generalmente più zuccherati. La sua nascita è di origine incerta. Alcune fonti sostengono sia stato inventato negli anni Trenta dalla San Pellegrino, che ne è la principale produttrice, altre lo fanno risalire agli anni Quaranta in Sicilia o in provincia di Viterbo ed altre in un comune della Svizzera italiana. Infine, c’è una delle “teorie” più accreditate, secondo la quale la formula industriale fu inventata a Milano, dalla “Costantino Rigamonti fu Giovanni”, che divenne poi la Recoaro. E, infatti, negli anni Cinquanta il chinotto più famoso e venduto era proprio quello con marchio Recoaro. Nel tempo, nonostante una particolare diffusione oltreoceano, il chinotto ha rischiato di scomparire e di diventare un prodotto di nicchia, reperibile solo in Italia. Negli ultimi decenni, invece, è tornato un po’ “di moda”, grazie anche ai diversi marchi che lo producono e stanno cercando di tornare al prodotto originale, meno zuccherato e più dissetante. In molti Paesi in cui viene esportato, rimane comunque un prodotto “Made in Italy” che si può trovare solo nei negozi specializzati. Ricordo che questa bevanda, quando ero ragazzina, veniva venduta nel negozio di famiglia, insieme ad altre bibite, rigorosamente in bottiglie di vetro. Ultimamente l’ho bevuto e trovato molto, troppo dolce, in effetti. Però, poi, cercando una versione in vetro per fare le foto del post, sono rimasta piacevolmente sorpresa nel trovare un gusto decisamente più amarognolo e dissetante. Adesso, però, ogni volta che ne vedo una bottiglia, ripenso a Luca Travaglia che lo ha scelto per superare la dipendenza dall’alcool. Non so se a voi piace o se l’avete mai assaggiato. Magari provatelo e sorseggiatelo bello fresco, mentre guardate gli episodi de “Il clandestino”…direttamente dalla bottiglia, mi raccomando! Alla salute e alla prossima!

21/09/2022

NERO CARAVAGGIO – La prima indagine del libraio Ettore Misericordia

Max e Francesco Morini sono fratelli, autori teatrali e televisivi, e dirigono da circa dieci anni l’Accademia del Comico di Roma. Entrambi amano i romanzi polizieschi e Roma, la loro città, e così, qualche anno fa, hanno deciso di scrivere dei romanzi, che spiccano nel panorama della letteratura gialla italiana per l’ironia e per l’originalità. Loro stessi, in un’intervista, hanno detto “…ii nostri gialli (non sono thriller, attenzione!) sono un nostro personale omaggio alla grande narrativa giallistica anglo-americana classica dell’inizio del Novecento: Conan Doyle, Agata Christie, Chesterton, Van Dine, Ellery Queen, Rex Stout. I loro detectives immortali, a cominciare dal più famoso di tutti, Sherlock Holmes, non solo hanno straordinarie doti deduttive ma anche una cultura enciclopedica, di cui si servono per risolvere anche i casi più complessi. Proprio come il nostro Ettore Misericordia, Sherlock Holmes romano del ventunesimo secolo...” I loro libri sono ambientati ai giorni nostri e riportano continui riferimenti alla storia, in particolare alla storia dell’arte. Il loro personaggio è unico e per presentarvelo voglio utilizzare le parole del narratore (di cui vi parlerò fra poco): “Ettore aveva quarant’anni, era magro, con un naso prepotente a farla da protagonista su un viso perennemente pallido, quel classico pallore di chi sta sempre chino sui libri…le donne subivano il suo fascino e gli cadevano ai piedi…gli occhi scuri erano belli, acuti, penetranti, i capelli arruffati biondo cenere e a completare il quadro i basettoni lunghi…alto e dinoccolato…somigliava a uno chansonnier francese…e poi era un pozzo di scienze…”. Aveva ereditato la libreria dal padre, “il Sor Aldo, romano DOC da sette generazioni come vuole la tradizione, che aveva gestito il negozio dal dopoguerra finché era rimasto in vita. Poi era toccato a Ettore”. La libreria dei Misericordia è una sorta di monumento cittadino, 
specializzata in tutto ciò che riguarda Roma, dalla storia agli aneddoti, dalle tradizioni alla miriade di opere d’arte di tutti i tipi e di tutti i periodi…qualsiasi informazione o curiosità si stia cercando, qui si troverà di sicuro. E a districarsi in mezzo a tutti i libri, c’è Ettore, autodidatta dalla cultura immensa, che conosce tutti i segreti della città eterna come nessun altro. Completamente dedito alla lettura, è appassionato di romanzi gialli e investigatore dilettante. I suoi due creatori lo paragonano ad un moderno Sherlock Holmes, giustamente, e le sue affinità con il famoso personaggio di Conan Doyle sono davvero numerose. E come Holmes anche Misericordia ha il “suo” Watson, il suo assistente Fango, unico impiegato della libreria, chiamato così da talmente tanto tempo che nessuno ne ricorda il vero nome! “Fango vive all’ombra di Misericordia accettando serenamente il suo ruolo di “assistente”, lasciandosi spesso travolgere dall’esuberanza del suo Capo; nutre un sentimento di sincera ammirazione per Ettore, rimanendo sempre stupito dalle sue soluzioni investigative…” Fango è l’io narrante dei libri finora scritti, che sono: “Nero Caravaggio” (2016), “Rosso barocco (2018), “Il giallo di Ponte Sisto” (2019), “Il mistero della casa delle civette” (2020) e “Mozart deve morire” (2021). Non si sa molto di lui, appunto perché “parla” più che altro degli altri, ma è certo che condivide le passioni del suo capo, in particolare ama Roma e tutto ciò che la riguarda, ed è fiero di poter svolgere un lavoro così bello che gli permette di immergersi nella cultura. Oltre ai due protagonisti principali, troviamo l’ispettore Ceratti della Squadra Omicidi “sessant’anni, un cristone di un metro e novanta e passa, occhi azzurro ghiaccio, temperamento collerico, toni e modi secchi e sbrigativi...sotto la scorza dura c’era un animo sensibile, romantico, quasi ottocentesco. Come i suoi baffi vagamente asburgici…un milanese che amava Roma…e che da lei era stato rapito e adottato…” Ceratti conosce bene le incredibili capacità di Misericordia, ne apprezza l’acume e la cultura e lo coinvolge nelle sue indagini, anche se apparentemente controvoglia, perché sa che con il suo aiuto la soluzione non tarderà ad arrivare. E insieme a Ceratti troviamo l’agente Antonio Cammarata, trentenne di Benevento, diametralmente opposto al suo capo, con l’abitudine di parlare troppo! Infine…la protagonista per eccellenza che ora si trova sullo sfondo, ora è chiamata a mostrarsi in tutto il suo splendore, nei vari quartieri, nelle vie, nelle chiese…Roma, sempre presente in tutte le pagine scritte dai fratelli Morini. Chi non la conosce sentirà il desiderio di visitarla e chi già crede di conoscerla…beh! Si ricrederà! Io per ora, come d’abitudine, ho letto il primo libro della serie “Nero Caravaggio” (e spero di riuscire a leggere anche gli altri, appena possibile!). È un romanzo che si legge tutto d’un fiato, perché è coinvolgente, ironico, pieno di citazioni, di piccoli siparietti fra i vari personaggi, di colpi di scena…lo stile narrativo è scorrevole, piacevole e leggero. La trama è semplice...o almeno così sembra. Il corpo senza vita di un rispettabile imprenditore viene trovato nella Basilica di Sant’Agostino, davanti alla “Madonna dei Pellegrini”, uno dei capolavori del
Caravaggio. L’ispettore Ceratti, incaricato delle indagini, capisce subito che il caso non è facile e chiama il suo amico libraio. Misericordia accorre, insieme a Fango, e intuisce immediatamente che la soluzione è nascosta nella travagliata storia di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, e nelle sue opere. Inizia a seguire varie piste, ad affiancare Ceratti durante gli interrogatori dei diversi sospettati, e così, poco alla volta, la matassa si dipana e… Stop! Mi fermo qui. Se volete saperne di più vi consiglio di leggere il libro! Per quanto riguarda il gusto, invece, cosa posso dire? Non se ne parla esplicitamente ma è certo che Ettore e Fango mangiano bene. Basti pensare che i nostri due investigatori dilettanti vivono a Roma, la amano e la conoscono e di conseguenza sanno bene dove trovare una trattoria in cui gustare uno dei tanti, tantissimi piatti tipici della cucina della capitale. E quindi ho deciso di scegliere uno degli emblemi di Roma, uno dei piatti più conosciuti e più mangiati: i bucatini all’amatriciana! Ovviamente nella versione classica, anzi, l’unica e la sola, come direbbe un qualsiasi romano…prepararla non è difficile, l’importante è utilizzare gli ingredienti giusti: guanciale e pecorino…mi raccomando…altrimenti sarebbe un vero delitto del gusto!!! Eccovi, quindi, la ricetta: se non l’avete ancora fatta provatela!

BUCATINI AL’AMATRICIANA

Ingredienti per 4 persone: 320 gr di bucatini - 300 gr di pomodori pelati (in stagione 4-5 pomodori rossi maturi) - 120 gr di guanciale stagionato (tagliato possibilmente a fette spesse) - 50 gr circa di pecorino grattugiato - 1 peperoncino - 1/2 bicchiere di vino bianco secco e acidulo - olio evo – sale - pepe

Se utilizzate i pomodori freschi, per prima cosa sbollentateli per pochi istanti in acqua bollente salata, scolateli e raffreddateli sotto l’acqua corrente. Dopo averli pelati, eliminate i semi e tagliateli a filetti. In una padella (preferibilmente di ferro) scaldate l’olio e aggiungete il guanciale tagliato a listarelle lunghe circa un paio di centimetri. Quando avrà iniziato a fondere, unite il peperoncino. Rosolate il guanciale fino a quando avrà preso colore, quindi sfumate con il vino bianco. Lasciate evaporare, scolate il guanciale e tenetelo da parte al caldo. Nella stessa padella mettete i pomodori pelati schiacciati (oppure quelli freschi precedentemente preparati), regolate di sale e cuocete per il tempo di cottura della pasta, che nel frattempo avrete buttato all'interno di una casseruola con acqua bollente salata. Quando sarà quasi giunta a cottura unite il guanciale al condimento ed eliminate il peperoncino. Scolate la pasta al dente e trasferitela nella padella con il sugo. Fuori dal fuoco aggiungete il pecorino grattugiato e regolate di pepe a piacere. Mescolate bene e servite subito, completando la vostra pasta all'amatriciana con altro pecorino. Accompagnate i bucatini con un bicchiere di buon vino e una buona compagnia!! Buon appetito e alla prossima!


03/04/2019

MARIO FALCONE, ROMA E…LO CHEF DEGLI CHEF


Mario Falcone è nato a Messina nel 1952 e vive a Roma. Oltre ad essere uno scrittore, è tra gli sceneggiatori più noti in Italia, ha firmato alcune delle fiction televisive di maggior successo e vinto numerosi premi nazionali e internazionali. Da qualche anno organizza workshop di sceneggiatura e scrittura creativa ed è inoltre un apprezzato Writing Coach. In qualità di scrittore ha pubblicato i romanzi diversi romanzi, il primo dei quali è stato “L’alba nera”. Nel 2018 è uscito il suo ultimo romanzo dal titolo “Lo Chef degli Chef”, un originalissimo poliziesco ambientato nel mondo della cucina stellata. «“Lo chef degli chef” vuole essere paradossalmente un atto d’amore verso un mondo che amo: quello del cibo», ha raccontato 
Mario Falcone in un’intervista.  «Il grido di un amante deluso nei confronti di un universo che, specie nell’ultimo decennio, coinciso con la comparsa dei talent culinari, a mio avviso rischia di snaturare completamente quella che è sempre stata la sua mission originaria (nutrimento del corpo, dell’anima, comparto produttivo, fiore all’occhiello del nostro Paese) per approdare in terreni sempre più incomprensibili al grande pubblico; ai palati che richiedono gusti semplici, genuini e ben riconoscibili come il mio, ad appannaggio di ristrette schiere di gourmet (o presunti tali) “gastrofighetti”, riccastri di ogni latitudine che la cucina più che affidarla alle papille gustative e ai sensi, la demandano agli occhi e alle parole con la complicità di chef, molti dei quali hanno barattato il loro posto dietro ai fornelli per quello di fronte a una telecamera o a una macchina da presa».

Queste parole dello stesso autore rendono subito l’idea della lettura che ci si appresta a fare. Il libro racconta le “gesta” di Asso, nome d’arte di un aspirante chef che diventa un serial killer. Asso rapisce famosi chef stellati, a suo dire colpevoli di aver tradito la vera cucina tradizionale per vendere piatti “rivisitati” senza anima né sapore, li interroga sul loro operato, li tortura per farsi svelare i segreti del loro “piatto simbolo” e, dopo averli uccisi, li cucina, utilizzando parte dei loro corpi per ricreare proprio quei piatti. So che leggendo queste parole si può pensare di trovarsi di fronte ad una lettura orribile e “truculenta” ma non è così: Falcone riesce a dire senza dire, a raccontare senza scendere in particolari sanguinari e aberranti! Anzi, spesso ci fa quasi stare dalla parte di Asso, quasi ammirati dal suo amore per la vera cucina. La storia è ambientata a Roma, descritta come una città eternamente bella ma sofferente ed in lento declino. È in questa città che Asso si muove e colpisce. A cercare di trovarlo e di fermarlo troviamo Michela Serrano, una giovane foodblogger, pianista mancata, figlia di un noto ristoratore ormai deceduto e compagna di Sandro Cecchin, il primo chef stellato che viene rapito da “Asso”. È a Michela che Asso invia le foto dei suoi trofei, attraverso il suo famoso blog. Insieme a lei due dei migliori investigatori della Polizia di Stato: il commissario Max Rosati, scanzonato e casinista, e l’ispettore Giorgio Scuderi, suo assistente e mentore, ormai vicino alla pensione. A coordinare le indagini Lorenzo Canfora, un magistrato sui generis, amante del cinema d’autore degli anni Settanta. Michela e Max faticheranno non poco per riuscire a stanare ed assicurare alla giustizia il giovane assassino, arrivando a rischiare la vita in prima persona. Al termine di questa serrata “caccia all’uomo” le vite dei protagonisti, segnate dai fatti accaduti, subiranno delle svolte che li porteranno a scelte radicali. Ho letto il libro dopo averlo trovato per caso fra gli scaffali di una libreria. Date le mie passioni, il titolo e la copertina mi hanno subito colpito e devo dire che Falcone scrive davvero bene. Certo lo conoscevo come sceneggiatore e non immaginavo fosse anche un bravo scrittore. Dovrò sicuramente leggere anche gli altri suoi libri ma intanto vi consiglio questo che è molto scorrevole, a tratti divertente ed irriverente e capace di coinvolgere e di creare quella giusta suspense che ogni thriller dovrebbe avere. Ovviamente in un libro del genere non mancano le ricette, i piatti classici e quelli innovativi, i personaggi mangiano…anzi spesso mangiano davvero bene ed alcuni cucinano, compreso l’assassino! Siccome non mi andava di riproporre i piatti creati dal serial killer (!) ho scelto uno dei piatti tipici di Roma, citato e descritto
diverse volte nel testo. Signore e signori ecco a voi gli spaghetti cacio e pepe!

Ingredienti per 4 persone: 400 gr spaghetti – 100 gr pecorino romano dop grattugiato - Pepe nero – Sale  * Per ottenere una pasta cacio e pepe perfetta bisogna non solamente condire la pasta cotta con il formaggio grattugiato, ma miscelare un po’ di acqua di cottura della pasta (ricca di amido) con il formaggio, in modo che questo si sciolga sino a formare una specie di crema, particolarità di questa ricetta. Mettere in una terrina abbastanza capiente tutto il pecorino romano dop e il pepe nero macinato (meglio pestato
nel mortaio al momento). Cuocere la pasta in acqua bollente salata, scolarla al dente con un mestolo forato per mantenere l’acqua di cottura. Versare la pasta nella terrina e aggiungere immediatamente un mestolo scarso di acqua bollente avanzata dalla cottura della pasta. Mescolare velocemente in modo che il formaggio si sciolga con l’acqua, aggiungendone se necessario. Servire immediatamente, in un piatto possibilmente caldo, spolverando con altro pepe nero. 
N.B. La ricetta originale della pasta con cacio e pepe alla romana prevede l’utilizzo degli spaghetti ma negli anni le varianti sono diventate infinite, anche perché nella cucina di ogni giorno, la ricetta, si prepara spesso con quello che c’è in dispensa. Sono conosciute quindi versioni in cui si utilizzano i rigatoni, i tonnarelli o la pasta all’uovo, come ad esempio i tagliolini o gli spaghetti alla chitarra, che favorirebbero la cremosità del piatto. Beh! Scegliete voi, l'importante è il pecorino! Buon appetito e alla prossima!



17/10/2018

IL COMMISSARIO MANCINI: ASSETATO DI SILENZIO, DI GIUSTIZIA E...DI BIRRA!

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974, ha insegnato lingua e letteratura italiana a Dublino ed è cultore di lingua e letteratura inglese presso l’Università per stranieri di Perugia. Molto attivo su vari fronti editoriali, è stato fra l’altro editor per minimum Fax e traduttore dall’inglese di testi molto importanti, quali per esempio “Il cardellino di Donna Tartt” (Premio Pulitzer). Nel 2015 è uscito il suo romanzo d'esordio “È così che si uccide” a cui sono seguiti “La forma del buio” (2017) e “Così crudele è la fine” (2018). I suoi libri hanno riscosso un grande successo in diversi paesi europei, oltre che in Italia, e sono stati tradotti in diverse lingue. Il protagonista di quella che è stata definita la sua “trilogia” è il commissario Enrico Mancini. Profiler esperto, attento ed appassionato studioso di psicologia criminale, ha raggiunto uno dei suoi principali obiettivi andando a Quantico per una specializzazione. Purtroppo questa importantissima esperienza gli ha impedito di stare accanto all’adorata moglie Marisa, malata di cancro, proprio negli ultimi istanti della sua breve vita. Rientrato dagli Stati Uniti, schiacciato dai sensi di colpa, non riesce ad accettare questa dolorosa mancanza e non riesce più nemmeno a lavorare come “prima”. Non riesce più ad assistere ad un’autopsia, non riesce più a toccare niente e nessuno, non riesce più ad instaurare e mantenere
rapporti e, soprattutto, non sente più quel “fuoco” interiore che il suo lavoro accendeva in lui…E la fatica di vivere del commissario si incrocia con le indagini, condotte insieme ad una squadra che ha tanto, troppo bisogno di lui e della sua preparazione per fermare un serial killer spietato e meticoloso, che diffonde il panico nella capitale. Roma è sempre descritta come tetra, buia, rappresentata dai quartieri che ospitano i fantasmi del boom industriale, con relitti di grandi industrie e di vecchie glorie. Le scene del delitto diventano parte della messa in scena dell’assassino, in un crescendo di tensione che porta il commissario ed i suoi uomini a correre da una parte all’altra senza un preciso punto di riferimento. E alla fine sarà proprio Mancini che dovrà affrontare i suoi fantasmi per poter mettere la parola fine ad una scia di sangue che sembra non volere arrestarsi mai. Per ora ho letto solo il primo dei tre libri e mi è davvero piaciuto. Mi ha “preso” dalla prima pagina, l’ho finito in pochissimo tempo e ve lo consiglio volentieri. Lo stile di Zilahy è scorrevole, la trama è accattivante e la suspense è un crescendo rossiniano! Purtroppo però, preso com’è dai mille pensieri e dalle indagini, il protagonista non fa altro che bere birra ghiacciata. La sete che ha dentro diventa fisica e quasi contagiosa. Mancini non mangia quasi niente ma la birra diventa un altro protagonista, una sorta di compagno di viaggio. E quindi, pensando a quanto è triste e depresso il nostro commissario, ho deciso di proporvi un dolce. Ma non uno qualsiasi o uno tradizionale, no! Si tratta di una “rivisitazione” di un grande classico: il tiramisù, che questa volta diventa un birramisù. Così cerco di tirare su Mancini e non lo privo della sua amata birra. Ecco a voi la ricetta.
RICETTA DEL BIRRAMISÙ 

Ingredienti: • 2 tuorli • 70 g di zucchero • 400 g di mascarpone • 20 mg di albume montato a neve • 50 ml di birra chiara • 18 savoiardi • cacao amaro per decorare PER LA BAGNA: • 150 ml di caffè • 100 ml di birra
La ricetta del birramisù si basa sulla più tradizionale versione di questo dolce, il tiramisù. Cominciate montando i tuorli con lo zucchero, fino a quanto otterrete una crema morbida e spumosa. A questo punto aggiungete il mascarpone e 50 ml di birra (io consiglio una chiara ma siete liberi di usare la vostra birra preferita!). Se desiderate avvertire il sapore della birra in modo intenso aggiungete il doppio della dose. Montate gli albumi a neve e uniteli al composto, mescolate il tutto con delicatezza. Preparate il caffè, lasciatelo raffreddare e aggiungete la birra. A questo punto potete iniziare a montare il vostro birramisù: immergete i savoiardi nella bagna e formate il primo strato. Ricopritelo generosamente con la crema e proseguite così per gli strati successivi. Spolverizzate la superficie dell'ultimo strato con il cacao amaro e lasciate raffreddare in frigorifero per almeno 2 ore prima di servire. Rispetto alla versione classica, questa golosità non è troppo dolce e l’amaro della birra risalta piacevolmente, senza comunque coprire gli altri ingredienti. Vi consiglio di provarlo e vedrete che, cucchiaio dopo cucchiaio, finirà in un batter d’occhio e vi tirerà su davvero! Allora buon birramisù e alla prossima settimana!


31/01/2018

UN CASO BIZZARRO PER IL COMMISSARIO CARRA


Questo libro è scritto e firmato a quattro mani da Claudio Arbib e Rodolfo Rossi, insegnanti rispettivamente dell’Università dell’Aquila e del Conservatorio di Latina. E infatti si ritrova molta cultura, artistica, letteraria e classica seminata con leggerezza nelle pagine di questo romanzo appassionante, nel quale la trama gialla è il pretesto per parlare di una squadra di poliziotti romani normali, né eroici né troppo violenti, guidati dal commissario Carra, divorziato, solitario, amante del pesce freschissimo che cucina da vero chef, abbastanza pigro, molto intuitivo, non troppo abile con le donne, ma al fondo pieno di malcelata umanità, che traspare dal suo modo di lavorare e di avere rapporti con i collaboratori. Non ci sono donne nella sua squadra, solo due o tre poliziotti normali anch’essi, ma che al momento giusto
sanno agire in modo risoluto ed efficace. Il commissario Carra, in questo caso, non sa proprio che pesci pigliare (per fare una battuta, proprio lui che adora il pesce!) Non gli era mai successo di non riuscire a capire da dove cominciare, né si era mai trovato coinvolto in un caso come questo…lui e la sua squadra sono abituati ad avere a che fare con qualunque tipo di crimine, ma stavolta è davvero troppo. Com’è possibile che siano collegati tra loro il ritrovamento in un cortile di una carcassa di elefante, la sparizione di un ragazzo, il rapimento di un bambino rom e la morte per overdose di una prostituta? Tutto sembra maledettamente assurdo, gli viene da pensare, mentre attraversa la periferia romana alla ricerca del prossimo indizio. E proprio quando la matassa sembrerà impossibile da sbrogliare, l’incontro con uno stravagante quanto acuto barbone metterà il solitario commissario sulle tracce dell’unico filo da seguire. A fare da sfondo il degrado di Roma ai nostri giorni, descritto con puntigliosa precisione dagli autori, che lascia un sapore amaro in bocca, nonostante la simpatica ironia dei personaggi. Le uniche “note di colore” sono costituite dai dialoghi fra Carra e il magistrato di turno, che parla solo per frasi fatte e proverbi latini e dalle simpatiche “escursioni” del commissario al mercato, dove acquista il pesce fresco da mettere in padella, con gli aromi giusti, per rilassarsi con un buon pranzo, prima di tornare alle indagini. Ho voluto scegliere un piatto semplice ma sempre molto amato della nostra cucina: le linguine con le vongole veraci. Spesso Carra sceglie i fasolari ma io ho dovuto adattarmi a ciò che di più fresco aveva il mio pescivendolo di fiducia…e devo dire che ho fatto bene!!!

LINGUINE ALLE VONGOLE VERACI (per 4 persone)

1 kg di vongole veraci - 320 g di linguine - prezzemolo - vino bianco – peperoncino – olio - aglio – pepe - sale

Prima di tutto fate spurgare per almeno 10/12 ore le vongole in acqua di mare oppure in acqua fredda e sale. Passato il tempo necessario, scolatele e ripassatele di nuovo sempre con dell’acqua fredda. Picchiettate le conchiglie su un piano per accertarvi che non ci sia più sabbia. Mettete le vongole in una padella con l'aglio, un po’ di olio evo e il vino bianco a fuoco vivo, fate evaporare l’alcol, poi coprite con un coperchio fino a quando le vongole saranno totalmente aperte.
Ci vorranno circa 3 minuti. Scolatele e recuperate l’acqua (sughetto) ottenuta che andrete a filtrare e a tenere da parte. Fate rosolare a fuoco basso l’aglio con poco peperoncino a aggiungete le vongole, l’acqua filtrata in precedenza e insaporite per qualche minuto. Tritate finemente del prezzemolo. Cuocete le linguine in acqua salata e scolatele molto al dente per non rischiare che in padella scuociano. Mettetele nella padella con le vongole, amalgamate per qualche secondo, servite ben calde con una girata di pepe e prezzemolo. Come vedete questa ricetta è di una semplicità estrema ma il profumo che sale dalla padella, il colore del prezzemolo e delle vongole e, soprattutto, il sapore degli ingredienti che si amalgamano armoniosamente, ne fanno un piatto davvero unico! Se poi lo gustate in compagnia, con un bicchiere di buon vino bianco fresco e frizzante...vi sentirete davvero appagati…almeno spero! E allora buon appetito e alla prossima settimana!!!