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09/03/2024

“LA RETE A MAGLIE LARGHE” – UN’INCHIESTA DEL COMMISSARIO VAN VEETEREN

Nell’ultimo post vi ho presentato lo scrittore svedese Hakan Nesser attraverso una delle sue “creature”, l’ispettore Barbarotti. Oggi, invece, vorrei parlarvi dell’altro personaggio creato dallo stesso autore, che lo ha portato al successo: il commissario Van Veeteren.  Van Veeteren è un commissario di polizia che svolge le sue funzioni nell'immaginaria cittadina di Maardam, genericamente situata in Nord Europa ed in cui sono ambientati i dieci romanzi finora scritti e la serie televisiva che continua a raccogliere molti consensi in Svezia. Taciturno e solitario, non ama né la tecnologia né le armi, è completamente privo di ambizioni e rifugge i media e i superiori, verso i quali è molto critico. Intuitivo, metodico, nelle sue indagini cerca di immedesimarsi sia nella vittima che nel carnefice…e ci riesce facendo leva sulla sua umanità, che lo rende un ottimo investigatore ma lo condanna a lasciarsi sempre coinvolgere e ad essere vittima a sua volta di una dolorosa empatia. Il primo libro della serie a lui dedicata è “La rete a maglie larghe”, nel quale si racconta di un mite e benvoluto insegnante, Janek Miller, accusato dell'omicidio della moglie, rinvenuta cadavere nella vasca da bagno proprio dal marito. L'uomo, in seguito ad una forte sbornia presa la sera prima, non ricorda nulla fino al ritrovamento dell’amata moglie al suo risveglio, il mattino seguente. Tutto sembra indicarlo come colpevole, in un classico delitto passionale, e tutti pensano che il caso sia già risolto. L'unico ad essere convinto dell'innocenza di Miller è il commissario Van Veeteren, il quale vedrà rafforzare le sue ipotesi a seguito dell'assassinio dello stesso Miller all'interno della cella in cui era detenuto. Indagando per risolvere questo doppio omicidio, quindi, si ritroverà a dover scavare nel torbido passato della prima vittima. Segreti, strani accadimenti, un figlio di quattro anni morto per annegamento, un padre violento, un gemello scomparso e un fidanzato deceduto in circostanze poco chiare…sono tutti gli scheletri che la signora Miller teneva ben nascosti nel suo armadio. Van Veeteren aprirà quell’armadio per far chiarezza e assicurare l’assassino alla giustizia…ma sarà tutt’altro che facile! Come sempre non vado oltre e spero di aver destato la vostra curiosità. Il libro mi è piaciuto molto e vi consiglio di leggerlo. Pur iniziando con un ritmo apparentemente lento, Nesser riesce a poco a poco a coinvolgere il lettore, facendolo sentire parte della vicenda, a volte quasi seduto in macchina con Van Veeteren! Per venire a noi…beh! Occorre ammettere che il “nostro” commissario non è un grande cultore del gusto ma in un passaggio del romanzo si ritrova a fermarsi (finalmente!) per bere e mangiare, durante un incontro con una testimone importante: “…sorseggiò lentamente la birra e rimase seduto…” Mangiamo?” chiese titubante Ulrike deMaas. “Senz’altro” risposte Van Veeteren “Ho guidato per due ore e me ne aspettano altrettante per il ritorno. Un bello stufato nell’oscurità autunnale è il minimo che pretendo. Scelga quello che vuole…paga lo Stato!” E allora ho cercato fra le varie declinazioni svedesi dello stufato e ho scelto quella che unisce il piatto e la bevanda di cui si parla nel libro: l’arrosto di maiale alla birra con cipolle. Un piatto robusto e gustoso, adatto ai pranzi invernali, meglio se accompagnato da un buon pane e da una birra fresca e corposa. Vi propongo questa versione: provatela e fatemi sapere se vi è piaciuta!

 Arrosto di maiale alla birra con cipolle

Ingredienti: 1 kg di lombo o spalla di maiale - 800 g di cipolle bionde – qualche foglia di alloro - 3 rametti di timo - 300 ml di birra chiara - olio evo - 30 g di burro – sale - pepe nero

Per realizzare questo arrosto iniziate a legare il pezzo di carne con più giri di spago da cucina. Massaggiatelo con una presa di sale e una macinata di pepe, quindi rosolatelo in una casseruola con il burro e un poco di olio. Rigiratelo bene su tutti i lati in modo che la doratura avvenga in maniera uniforme. Prelevate l'arrosto dalla casseruola e tenetelo in caldo. Nel frattempo, unite al fondo di cottura le cipolle sbucciate e tritate finemente, le foglie di alloro e i rametti di timo. Mescolate bene e lasciate stufare dolcemente per cinque minuti, quindi trasferite le cipolle in una pirofila da forno, adagiatevi sopra la carne e irrorate il tutto con la birra. Coprite con un coperchio (o un foglio di alluminio) e trasferite la pirofila in forno, preriscaldato a 150°, per 2 ore e 30 minuti. Gli ultimi 15/20 minuti togliete il coperchio (o il foglio di alluminio). Terminata la cottura, eliminate le erbe aromatiche e trasferite l'arrosto di maiale alla birra con cipolle su un piatto da portata. Servitelo tagliato a fette con il suo sughetto di cottura. Buon appetito!! 


23/04/2021

MILANO, MARZO 1978: IL COMMISSARIO NEGRI INDAGA

Oggi vorrei presentarvi un autore che è molto apprezzato nell’ambiente del giallo milanese: Oscar Logoteta. Si definisce “creativo, scrittore e padre. (O almeno ci provo - dice)” e di lui non si sa molto, se non che è nato a Milano nel 1983 e che ha esordito nel 2014 con il romanzo “A come Armatura”. Il libro racconta la vita di Nino, nato a Milano, figlio di calabresi “saliti al nord”, cresciuto negli anni difficili, gli anni cupi, gli anni di piombo. Con questo primo romanzo Logoteta si è fatto conoscere, ha avuto un discreto successo e negli anni successivi ne ha scritti altri. Quello che vi propongo è uscito nel 2017 ed è il primo che vede come protagonista il commissario Negri: “Milano disillusa. 1978, un’indagine del commissario Negri”. Milano marzo del 1978, appunto. La città è sconvolta dall’omicidio di Fausto e Iaio e, insieme a tutta l’Italia, dal rapimento di Aldo Moro ed è in questa atmosfera cupa, pesante e tesa che lavora il commissario Renato Negri, detto Renè. Figlio di Palmiro e nipote di Alcide, laureato in Lettere e
mancato docente, Negri è un poliziotto “sui generis”: si veste male, fuma, la mattina si alza sempre con un gran mal di testa perché la sera alza un po’ il gomito insieme agli amici. E lo fa per distrarsi dalle brutture del suo amato-odiato lavoro e per cercare di convivere con un passato doloroso, che spesso torna nelle lunghe notti insonni. Quando è all’opera, però, è davvero un bravo poliziotto: attento, preciso, ascolta, osserva, cerca indizi e annota tutto sul suo taccuino, dove, a poco a poco, tutti i pezzi del puzzle trovano il loro posto e la verità finalmente si mostra nella sua totalità. Il libro inizia in uno dei posti più noti del capoluogo lombardo: il Piccolo Teatro. Il “grande Bernini”, famoso illusionista e sedicente mago, giace a testa in giù, privo di vita, in una teca di vetro piena d’acqua…chi può essere riuscito a trasformare un famoso numero di escapologia in una trappola mortale? E, soprattutto, come? E, ovviamente, perché? Tutte domande al quale il Negri deve rispondere, insieme al suo fidato vice Palamara, il Nicola, e all’ispettore Coviello, ossia il Nennì...tutti rigorosamente con il loro articolo davanti, perché non dimenticatevi che siamo a Milano, eh! E per risolvere questo difficile caso dovrà addentrarsi in un mondo fatto di trucchi e di illusioni, andando oltre la razionalità che lo contraddistingue. Le indagini, gli interrogatori, le false piste, si alternano a momenti di leggerezza, quasi comici, in cui conosciamo i (pochi) punti fermi di Renè: la passione per la sua bella città, il Negroni “alla Negri” (che solo il Nino sa fare), le bevute con il suo amico il Beppe, il suo anziano e saggio vicino di casa “Vecchia Aquila” e i panini al chiosco del Frank (serviti dalla sua bellissima nipote Alessia…lei senza articolo!). Questi personaggi, apparentemente secondari, insieme all’amata Milano, sono il suo mondo, la sua famiglia, la sua vita. Il libro, vi assicuro, si legge in un soffio, “scivola via”, pagina dopo pagina, portando il lettore ad indagare fianco a fianco con il commissario Negri, arrivando a sentire i suoi mal di testa, a respirare il fumo delle sue sigarette e a cercare di concludere le indagini per riposarsi un po’. E così, standogli vicino, si può avvertire anche l’odore del Negroni e…delle cipolle! Sì, perché il Negri è ghiotto dei
panini del Frank e il suo preferito è una vera e propria arma letale “doppio salamella, cipolla, peperoni, maionese e – massì, una volta si campa – melanzane sott’olio passate velocemente alla piastra. E, forse l’ingrediente più importante, il bel sorriso di Alessia…” Certo non si può dire che il commissario sia un fine gourmet, né che abbia un palato sopraffino, anzi, ha sicuramente uno stomaco di ferro e delle papille gustative abituate a sapori forti e decisi! Fatto sta che riesce mangiare quasi tutti i giorni da Frank e trascina nelle sue incursioni al chiosco anche il Nicola e il Nennì, un po’ prevenuti ma ben felici di fargli compagnia. Quindi, signore e signori, la proposta culinaria di oggi è proprio un classicissimo panino con la salamella. Ovviamente non sono andata ad uno dei chioschi che, solitamente, si vedono nei pressi dello stadio o nelle strade più frequentate dai nottambuli in cerca di “street food” per fare l’alba in compagnia…un po’ perché non è proprio il momento (!), un po’ perché non è proprio nelle mie corde. Lascio volentieri al buon Negri queste “esperienze estreme” che non mi attirano più di tanto…del resto va bene “il gusto del delitto” ma che non si arrivi mai al “delitto del gusto”! Ho deciso, quindi, di proporvi una mia rivisitazione un po’ “nordica” del panino del Frank con senape e crauti. Lo so, non
è molto originale ma provate ad immaginare la scena: una giornata un po’ “difficile”, una certa “malavoglia”, il cielo più grigio che azzurro…e davanti a voi, a casa al calduccio, un bel panino fragrante, la salamella che sfrigola sulla piastra e fa quella bella crosticina bruna, la cremosità della senape e il sapore acidulo e deciso dei crauti bollenti. Unite armoniosamente tutti gli ingredienti, prendete in mano il panino ben caldo e date un primo morso: un tripudio di gusto e di godimento. Prima di proseguire nella degustazione, stappate una birra freschissima e mandate giù un bel sorso…a questo punto la giornata è già migliorata, i vostri sensi sono tutti coinvolti e in men che non si dica avrete finito panino e birra! Provatelo anche voi, certo non serve essere cuochi provetti…se, invece, preferite rimanere fedeli alla versione del Frank…ben venga! L’importante è capire che anche un semplice panino con la salamella può diventare un’esplosione di gusto e lasciarvi in bocca il sapore di Milano! Taac! Ah! Dimenticavo! Leggete anche il libro, mi raccomando, non pensate solo a mangiare, dai!!!! Vi aspetto alla prossima!

01/05/2019

SIMON & SIMON: DUE FRATELLI CHE INDAGANO A SAN DIEGO



Facciamo un tuffo nei favolosi Anni Ottanta con una serie che non tutti conoscono: “Simon & Simon”. Quando venne trasmesso l’episodio “pilota” nel 1978, la CBS aveva già in mente di spostarne l’ambientazione dalla Florida alla California e così nel 1981 prese il via la prima stagione direttamente da San Diego. Protagonisti sono Rick e A.J. Simon, appunto, che gestiscono un’agenzia investigativa privata. I due fratelli non potrebbero essere più diversi! Il maggiore, Rick, è un veterano della guerra del Vietnam; pratico, scanzonato, abituato alla vita di strada, uomo di azione e di poche parole, attinge dalla sua esperienza e dal suo addestramento militare la capacità di affrontare anche i casi più pericolosi. A.J., al contrario, è l’intellettuale di famiglia. Laureato, posato, affascinante, attento alle regole ed al rispetto della legge, usa spesso la sua fluente oratoria per estorcere le informazioni necessarie alle indagini o per “distrarre” i sospettati mentre Rick ne perquisisce la casa o l’ufficio. Nonostante le continue discussioni fra i due titolari, la “Simon & Simon investigation” funziona e soddisfa i clienti. I loro differenti caratteri, infatti, portano Rick e AJ dapprima ad affrontare le indagini con due diversi approcci e poi ad unire le forze per risolvere i casi che vengono loro sottoposti. Accanto ai nostri eroi troviamo anche altri personaggi, due dei quali vanno obbligatoriamente citati. La sempre presente madre, Cecilia, pronta a tirarli fuori dai guai, a riprenderli quando le loro liti superano il limite o a consolarli quando devono affrontare dubbi,
problemi o sconfitte, ed il tenente Marcel Proust "Downtown" Brown, poliziotto atipico che molte volte aiuta i Simon o viene aiutato da loro. Una simpatica presenza, infine, è Marlowe, il cane di Rick, spesso protagonista di salvifici interventi. Anche l’ambientazione non è secondaria: oltre alla città di San Diego, infatti, spesso lo “sfondo” si sposta oltre confine, in Messico, dove i Simon arrivano per seguire una pista o un sospettato. La serie, andata in onda in Italia fra il 1983 ed il 1989, non ha avuto successo da subito ma ha dovuto pian piano farsi strada fra le tante che arrivavano sui nostri schermi dagli Stati Uniti. Dopo otto stagioni, però, “Simon & Simon” chiuse definitivamente i battenti. Nel 1995 venne trasmesso un film per la TV che vedeva i due fratelli di nuovo insieme dopo tanti anni, ma rimase un evento a sé stante e non ebbe seguito. I due attori si divisero e si dedicarono ciascuno alla propria carriera: Gerald McRaney, Rick, ha continuato ad avere successo e recita tutt’oggi, mentre Jameson Parker, AJ, ha smesso di recitare e da una decina di anni si è dedicato alla scrittura. Non ho visto tutte le stagioni di “Simon & Simon” ma mi piacevano le avventure dei due fratelli; in particolare mi piaceva l’umanità che emergeva in tutti gli episodi e l’affiatamento che si coglieva fra Rick e AJ, anche se litigavano spesso. A parte qualche tazza di caffè o una birra gelata bevuta qua e là, i fratelli Simon non si dedicano molto al loro stomaco né al loro palato. È più facile vederli ingurgitare un hot dog o un hamburger oppure cercare di gustarsi una bistecca o uno dei tanti succulenti piatti messicani. Per questo voglio proporvi una ricetta messicana semplice e saporita: le fajitas! Le fajitas sono un piatto tipico della cucina messicana, un classico street food che si è diffuso anche negli USA. La fajita è una sorta di piadina farcita preparata con la “tortilla de harina” che racchiude un delizioso ripieno, tipicamente di carne di manzo o pollo, verdure e salse piccanti. Quelle di pollo sono sicuramente le più comuni. Solitamente vengono preparate facendo marinare il pollo tagliato a straccetti con succo di lime, birra (o Tequila) e varie spezie: in questo modo la carne oltre ad acquistare un buonissimo sapore, diventa anche molto tenera e piacevole mangiata all'interno della piadina. Ecco a voi le FAJITAS DI POLLO
Ingredienti per 4 tortillas (potete farle o acquistarle già pronte o sostituirle con delle piadine): 250 gr di petto di pollo - 1 peperone (o 2 piccoli di colore diverso) - 1 cipollotto (o una cipolla rossa) - Olio evo – sale – pepe – peperoncino – erbe aromatiche - lime

Marinare il pollo per una notte (o almeno 12 ore) in frigorifero con olio, lime, peperoncino, qualche fettina di cipolla, delle erbe aromatiche. Se vi piace aggiungete anche una testa d’aglio. Lavate il peperone e tagliatelo a listarelle, non troppo lunghe, cercando di farle dello stesso spessore, così
cuoceranno in modo più omogeneo. Lavate anche la cipolla e tagliatela a fettine sottili. Scaldate una padella antiaderente (o un wok) e iniziate a cuocere i peperoni, aggiungendo solo un pochino di sale e un filo di olio. Quando saranno arrivati a metà cottura, aggiungete anche il pollo, precedentemente tagliato a listarelle come i peperoni, insieme alla sua marinatura. Mescolate ogni tanto, tenendo la fiamma medio-bassa e facendo attenzione che la carne e il peperone si cuociano ma senza bruciarsi: il pollo dovrà dorarsi un po’ in superficie e i peperoni dovranno stufarsi. Per ultime aggiungere le cipolle e aggiustare di sale e pepe, a vostro gusto (a me piacciono piccanti!). Non appena sarà pronto dovrete servire il tutto ben caldo, con le tortillas anch’esse calde. Ogni commensale
può riempirsi la tortilla autonomamente attingendo dalla padella o, se ce l’avete, dalla piastra di ghisa bollente. In alternativa potete confezionare voi le tortillas, dividendo il ripieno equamente, arrotolandole e servendole già pronte. Io preferisco la prima opzione perché è più conviviale e divertente! Ovviamente dovete servire anche le salse di accompagnamento e birra rigorosamente ghiacciata! Per quanto riguarda le salse, ormai si possono trovare già pronte in molti supermercati ma io preferisco quelle home made e così vi propongo le “mie” salse.

SALSA AL POMODORO PICCANTE - Ingredienti: 1 o 2 pomodori ramati – peperoncino o jalapenos – sale – olio evo – origano –
basilico Tagliate a metà i pomodori, privateli dei semi e tagliateli molto piccolo a coltello (in alternativa potete usare un frullatore ma il risultato non sarebbe lo stesso!). Conditeli con gli aromi, sale, olio e peperoncino. Questa salsa solitamente è davvero piccante! PANNA ACIDA - È molto semplice: unite alla panna (fresca o a lunga conservazione) del succo di lime o di limone. Si abbina perfettamente alla salsa piccante, perché smorza un po’ il gusto intenso del peperoncino. Volendo si può preparare anche la salsa guacamole, fatta con avocado…io personalmente la sconsiglio perché l’avocado è oleoso e va a “disturbare” i sapori forti e decisi del ripieno! Ecco fatto: gli ingredienti li avete e ora non vi resta che provarli! Buenas tardes y hasta pronto!







17/10/2018

IL COMMISSARIO MANCINI: ASSETATO DI SILENZIO, DI GIUSTIZIA E...DI BIRRA!

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974, ha insegnato lingua e letteratura italiana a Dublino ed è cultore di lingua e letteratura inglese presso l’Università per stranieri di Perugia. Molto attivo su vari fronti editoriali, è stato fra l’altro editor per minimum Fax e traduttore dall’inglese di testi molto importanti, quali per esempio “Il cardellino di Donna Tartt” (Premio Pulitzer). Nel 2015 è uscito il suo romanzo d'esordio “È così che si uccide” a cui sono seguiti “La forma del buio” (2017) e “Così crudele è la fine” (2018). I suoi libri hanno riscosso un grande successo in diversi paesi europei, oltre che in Italia, e sono stati tradotti in diverse lingue. Il protagonista di quella che è stata definita la sua “trilogia” è il commissario Enrico Mancini. Profiler esperto, attento ed appassionato studioso di psicologia criminale, ha raggiunto uno dei suoi principali obiettivi andando a Quantico per una specializzazione. Purtroppo questa importantissima esperienza gli ha impedito di stare accanto all’adorata moglie Marisa, malata di cancro, proprio negli ultimi istanti della sua breve vita. Rientrato dagli Stati Uniti, schiacciato dai sensi di colpa, non riesce ad accettare questa dolorosa mancanza e non riesce più nemmeno a lavorare come “prima”. Non riesce più ad assistere ad un’autopsia, non riesce più a toccare niente e nessuno, non riesce più ad instaurare e mantenere
rapporti e, soprattutto, non sente più quel “fuoco” interiore che il suo lavoro accendeva in lui…E la fatica di vivere del commissario si incrocia con le indagini, condotte insieme ad una squadra che ha tanto, troppo bisogno di lui e della sua preparazione per fermare un serial killer spietato e meticoloso, che diffonde il panico nella capitale. Roma è sempre descritta come tetra, buia, rappresentata dai quartieri che ospitano i fantasmi del boom industriale, con relitti di grandi industrie e di vecchie glorie. Le scene del delitto diventano parte della messa in scena dell’assassino, in un crescendo di tensione che porta il commissario ed i suoi uomini a correre da una parte all’altra senza un preciso punto di riferimento. E alla fine sarà proprio Mancini che dovrà affrontare i suoi fantasmi per poter mettere la parola fine ad una scia di sangue che sembra non volere arrestarsi mai. Per ora ho letto solo il primo dei tre libri e mi è davvero piaciuto. Mi ha “preso” dalla prima pagina, l’ho finito in pochissimo tempo e ve lo consiglio volentieri. Lo stile di Zilahy è scorrevole, la trama è accattivante e la suspense è un crescendo rossiniano! Purtroppo però, preso com’è dai mille pensieri e dalle indagini, il protagonista non fa altro che bere birra ghiacciata. La sete che ha dentro diventa fisica e quasi contagiosa. Mancini non mangia quasi niente ma la birra diventa un altro protagonista, una sorta di compagno di viaggio. E quindi, pensando a quanto è triste e depresso il nostro commissario, ho deciso di proporvi un dolce. Ma non uno qualsiasi o uno tradizionale, no! Si tratta di una “rivisitazione” di un grande classico: il tiramisù, che questa volta diventa un birramisù. Così cerco di tirare su Mancini e non lo privo della sua amata birra. Ecco a voi la ricetta.
RICETTA DEL BIRRAMISÙ 

Ingredienti: • 2 tuorli • 70 g di zucchero • 400 g di mascarpone • 20 mg di albume montato a neve • 50 ml di birra chiara • 18 savoiardi • cacao amaro per decorare PER LA BAGNA: • 150 ml di caffè • 100 ml di birra
La ricetta del birramisù si basa sulla più tradizionale versione di questo dolce, il tiramisù. Cominciate montando i tuorli con lo zucchero, fino a quanto otterrete una crema morbida e spumosa. A questo punto aggiungete il mascarpone e 50 ml di birra (io consiglio una chiara ma siete liberi di usare la vostra birra preferita!). Se desiderate avvertire il sapore della birra in modo intenso aggiungete il doppio della dose. Montate gli albumi a neve e uniteli al composto, mescolate il tutto con delicatezza. Preparate il caffè, lasciatelo raffreddare e aggiungete la birra. A questo punto potete iniziare a montare il vostro birramisù: immergete i savoiardi nella bagna e formate il primo strato. Ricopritelo generosamente con la crema e proseguite così per gli strati successivi. Spolverizzate la superficie dell'ultimo strato con il cacao amaro e lasciate raffreddare in frigorifero per almeno 2 ore prima di servire. Rispetto alla versione classica, questa golosità non è troppo dolce e l’amaro della birra risalta piacevolmente, senza comunque coprire gli altri ingredienti. Vi consiglio di provarlo e vedrete che, cucchiaio dopo cucchiaio, finirà in un batter d’occhio e vi tirerà su davvero! Allora buon birramisù e alla prossima settimana!


08/11/2017

CRIMINI E RICETTE PER NERO WOLFE


Rex Todhunter Stout (1886-1975) è stato uno scrittore statunitense capace di unificare due fra i generi, tradizionalmente separati, della narrativa poliziesca: il giallo d’azione americano (hard boiled) e il più intellettuale giallo all’inglese (giallo deduttivo). Questi due aspetti si incarnano nei suoi personaggi più famosi, Nero Wolfe e Archie Goodwin.  Fra le pagine del mio blog Nero Wolfe, unico nel suo genere, non poteva assolutamente mancare. Intelligente ed infallibile investigatore privato, appassionato di orchidee, burbero, pigro, gran bevitore di birra e soprattutto eccellente cuoco e gourmet con un grande appetito e un palato estremamente esigente. Per lui lavorare è necessario solo per mantenere il suo alto tenore di vita. Nella sua mente non è neppure lontanamente pensabile saltare un pasto o concedersene uno veloce (o peggio ancora mediocre!) per “buttarsi” nelle indagini, anzi! Solo dopo aver gustato uno dei raffinati e abbondanti pranzi preparati dal suo cuoco personale, Fritz Brenner, si può dedicare all’analisi dei fatti per poi arrivare al colpevole.  Spesso è lo stesso Wolfe che si mette ai fornelli o dà indicazioni a Brenner per la realizzazione di uno o più piatti. E Archie Goodwin, suo fidato collaboratore e "io narrante" dei libri di Stout, deve adeguarsi e gustare a sua volta i vari manicaretti che escono dalla cucina della casa di Manhattan. Nei tanti romanzi che vedono come protagonista Nero Wolfe ci sono talmente tanti riferimenti al cibo ed alla cucina, che lo stesso Stout ha scelto, agli inizi degli anni Settanta, di dedicare al suo personaggio un libro, un vero e proprio manuale culinario che ci porta nell’eccentrico mondo dell’arguto investigatore, fatto di “Crimini e ricette”, che è appunto il titolo di questo scritto.  Ho letto e apprezzato diversi libri di Stout e credo che tantissimi appassionati del genere ne abbiano letto almeno uno. 
Ma ancora di più sono sicuramente coloro che hanno seguito le tante trasposizioni per la TV, a partire da quella più famosa trasmessa fra il 1969 e il 1971, con Tino Buazzelli, nei panni di Wolfe, e Paolo Ferrari, in quelli di Goodwin, fino alla più recente del 2012 con Francesco Pannofino e Pietro Sermonti. Devo essere sincera: ho letto tutte le ricette del libro e non ho la più pallida idea di quale possa essere quella che più rappresenta Wolfe…. Per non impazzire ho scelto quelle che lui chiama “brioches” e che mangia a colazione….. secondo me sono una sorta di piccoli panini al latte….a voi l’ardua sentenza!!!



Brioches alla Fritz
500 gr di farina 00 setacciata
1 cubetto di lievito di birra
100 ml di latte
1 pizzico di sale
2 cucchiai di zucchero
200 gr di burro morbido
2 uova (+ 1 tuorlo per spennellare)


Sciogliete il lievito nel latte intiepidito. Disponete la farina a fontana, versate il lievito, le uova, lo zucchero, il sale e il burro a pezzetti. Impastate amalgamando bene tutti gli ingredienti. Lavorate la pasta per 15/20 minuti, sollevandola e sbattendola più volte sul piano di lavoro, fino a renderla liscia ed elastica. Mettetela a lievitare in un luogo tiepido, per 30 minuti, coperta da un telo. Riprendete l’impasto, lavoratelo ancora un po’ e poi riponetelo in un contenitore capiente (lo deve riempire per un terzo). Copritelo con un panno umido e lasciatelo riposare nella parte meno fredda del frigorifero per 12 ore. 
Passato questo tempo, tagliate l’impasto in pezzi sufficienti a riempire fino a metà altezza degli stampi da brioches, meglio se scanalati (tenendo da parte abbastanza pasta per le palline da porre sulla sommità delle brioches). Modellate delle palle di pasta, mettetele negli stampi imburrati e incidetevi una croce in cima. Ricavate delle palline più piccole dalla pasta tenuta da parte e infilatene una in ogni apertura a croce. Lasciate lievitare a temperatura costante (25/30°) e al riparo dalle correnti d’aria per un’altra ora. Spennellate la superficie della pasta con il tuorlo battuto al momento di metterla in forno preriscaldato a 180°. (Se si fa in anticipo il velo di uovo si può screpolare). Cuocete per 15/20 minuti finché le brioches saranno belle dorate e servitele tiepide. E mi raccomando perché Wolfe non transige: si consumano a colazione con uova, formaggio e prosciutto o con burro e marmellata, accompagnate da una o due tazze di cioccolata calda… secondo lui è l’unico modo per cominciare bene la giornata….e se lo dice Nero Wolfe potete fidarvi, anzi dovete!!!!