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20/08/2023

MIAMI VICE - DUE DETECTIVE AFFASCINANTI IN UNA CITTÀ CHE NON DORME MAI

Nel pieno dei “mitici” anni Ottanta, esattamente nel 1986, arrivava sugli schermi italiani una nuova serie “Miami Vice”, ambientata nella psichedelica città di Miami, appunto, in Florida e nata da un’idea di Anthony Yerkovich. Nei diversi episodi venivano raccontate vicende ispirate a fatti realmente accaduti che riguardavano principalmente il traffico di droga, la prostituzione e il contrabbando di armi. In effetti all'epoca buona parte della città era in mano alla criminalità organizzata ed era un importante nodo e punto di ingresso per la droga proveniente dal Sud America e diretta ai mercati statunitensi. Oltre a questi nella serie venivano affrontati diversi temi, legati in particolare ad aspetti politici (corruzione e appoggio di governi militari) e sociali (omofobia, violenza sulle donne, abuso su minori…). Due anni prima, alla sua uscita negli USA, la serie aveva incontrato una dura opposizione da parte del sindaco di Miami, preoccupato per la ricaduta negativa che poteva avere sul turismo. Ciò non impedì la messa in onda…relegata comunque in seconda serata ed in simultanea con altri programmi molto seguiti. Fu una scelta poco felice che fece temere il flop ai produttori, i quali chiesero e ottennero un orario e una posizione migliore nel palinsesto della NBC…e in poco tempo “Miami
Vice” decollò e divenne una delle serie TV di maggior successo. Merito, soprattutto, dei due affascinanti protagonisti: Don Johnson e Philip Michael Thomas, nei panni rispettivamente di James “Sonny” Crockett e Ricardo “Rico” Tubbs, due detective della polizia di Miami sotto copertura. Grandi amici, scanzonati, pronti alla battuta ma sempre in allerta e attenti a non fare passi falsi, Crockett e Tubbs riuscivano puntualmente a mettersi nei guai…uscendone sempre, però, e arrestando il criminale di turno. Spesso dovevano ricorrere alle armi e non pochi episodi terminavano con un inseguimento e una sparatoria, con conseguente morte dei colpevoli. Ma i due poliziotti riscuotevano successo non solo per le loro indagini. Lo stile di Sonny e Rico fece tendenza, tanto da influenzare la moda maschile sia in patria che oltreoceano. I completi leggeri, color pastello indossati da Sonny, sopra una T-shirt, abbinati ai mocassini senza calze divennero ben presto un must, così come l’aspetto leggermente e volutamente trasandato di Rico convinse molti uomini che con un filo di barba avrebbero ottenuto un grande successo (!). I due si muovevano sempre bordo di una Ferrari bianca e consumavano cocktail esotici, in compagnia di belle ragazze, ostentando ricchezza per rendere sempre più credibile la loro copertura. Ovviamente Sonny e Rico non erano soli a combattere la criminalità. Potevano infatti contare sul supporto del tenente Rodriguez, loro capo sempre impegnato a coprirli, sull’aiuto delle colleghe Gina e Trudy e sulle soffiate dei tanti informatori disseminati a Miami. Le prime stagioni furono più “soft”, nonostante i temi trattati, mentre le ultime tendevano ad essere più cupe e i personaggi più cinici, forse anche per le vicissitudini e i drammi personali che si intrecciavano inevitabilmente con le indagini dei diversi episodi. Anche la colonna sonora, composta da Jan Hammer, riscosse un grande successo e rimase per molto tempo nelle classifiche
mondiali. L’ultima stagione in Italia andò in onda nel 1992 ma recentemente, nei canali dedicati al vintage, è stata riproposta e ha riscosso un discreto successo. Nel 2006 è stata fatta una trasposizione cinematografica ambientata negli anni duemila, con Colin Farrell e Jamie Foxx nei panni rispettivamente di Crockett e Tubbs. Nonostante la martellante e costosa campagna pubblicitaria, però, il film non ha ottenuto il consenso di pubblico e critica sperato da autori e produttori. E veniamo ora al gusto…beh! Nella serie è più facile vedere scene in cui i due protagonisti sorseggiano un cocktail a bordo piscina o in un locale alla moda, piuttosto che trovarli a tavola a gustare una delle tante specialità locali. Ed è un vero peccato, credetemi, anche perché la cucina della Florida ha subito, nel tempo, molte influenze caraibiche, in particolare si è lasciata “contaminare” da quella cubana. Piatti molto speziati e piccanti, a base di pollo, pesce, frutta e verdura e abbinamenti inaspettati e sorprendentemente gustosi…c’è proprio l’imbarazzo della scelta…ma fa tanto, troppo caldo…perciò ho deciso di proporvi un piatto semplice e apparentemente povero che si può trovare in tutti i locali di Miami e della Florida, e che è diventato anche gourmet, in seguito alle rivisitazioni di grandi chef: il sandwich cubano, conosciuto anche come sandwich medianoche. Anticamente questo sandwich era il pasto tradizionale dei lavoratori impiegati negli zuccherifici e nelle fabbriche di sigari a L’Avana e a Santiago de Cuba, perché molto nutriente e pratico da portare con sé al lavoro. Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 si diffuse in Florida e poi in tutti gli Stati Uniti, entrando di diritto nei prodotti tipici dello street food a stelle e strisce. Provatelo e poi ditemi se vi è piaciuto!

SANDWICH CUBANO

Ingredienti: baguette (si dovrebbe utilizzare il tipico pane cubano, il “pan de flauta”) – arrosto di lonza di maiale – formaggio edamer- prosciutto cotto- cetriolini sott’aceto- senape (a piacere si può aggiungere del peperoncino)

Tagliare il pane a metà e spalmare entrambe le parti con la senape. Stendere i vari ingredienti a strati: prima il prosciutto cotto, poi la lonza, i cetriolini precedentemente scolati e tagliati a fettine ed infine il formaggio. Non vengono indicate le quantità…ma si deve essere molto generosi, mi raccomando! Una volta imbottito il panino deve essere messo su una piastra rovente e pressato. Quando sarà caldo e si vedrà il formaggio fondente, allora si potrà togliere dalla piastra, tagliare in due e servire con una birra o una bibita ghiacciata. Buon appetito e alla prossima!!!



23/04/2021

MILANO, MARZO 1978: IL COMMISSARIO NEGRI INDAGA

Oggi vorrei presentarvi un autore che è molto apprezzato nell’ambiente del giallo milanese: Oscar Logoteta. Si definisce “creativo, scrittore e padre. (O almeno ci provo - dice)” e di lui non si sa molto, se non che è nato a Milano nel 1983 e che ha esordito nel 2014 con il romanzo “A come Armatura”. Il libro racconta la vita di Nino, nato a Milano, figlio di calabresi “saliti al nord”, cresciuto negli anni difficili, gli anni cupi, gli anni di piombo. Con questo primo romanzo Logoteta si è fatto conoscere, ha avuto un discreto successo e negli anni successivi ne ha scritti altri. Quello che vi propongo è uscito nel 2017 ed è il primo che vede come protagonista il commissario Negri: “Milano disillusa. 1978, un’indagine del commissario Negri”. Milano marzo del 1978, appunto. La città è sconvolta dall’omicidio di Fausto e Iaio e, insieme a tutta l’Italia, dal rapimento di Aldo Moro ed è in questa atmosfera cupa, pesante e tesa che lavora il commissario Renato Negri, detto Renè. Figlio di Palmiro e nipote di Alcide, laureato in Lettere e
mancato docente, Negri è un poliziotto “sui generis”: si veste male, fuma, la mattina si alza sempre con un gran mal di testa perché la sera alza un po’ il gomito insieme agli amici. E lo fa per distrarsi dalle brutture del suo amato-odiato lavoro e per cercare di convivere con un passato doloroso, che spesso torna nelle lunghe notti insonni. Quando è all’opera, però, è davvero un bravo poliziotto: attento, preciso, ascolta, osserva, cerca indizi e annota tutto sul suo taccuino, dove, a poco a poco, tutti i pezzi del puzzle trovano il loro posto e la verità finalmente si mostra nella sua totalità. Il libro inizia in uno dei posti più noti del capoluogo lombardo: il Piccolo Teatro. Il “grande Bernini”, famoso illusionista e sedicente mago, giace a testa in giù, privo di vita, in una teca di vetro piena d’acqua…chi può essere riuscito a trasformare un famoso numero di escapologia in una trappola mortale? E, soprattutto, come? E, ovviamente, perché? Tutte domande al quale il Negri deve rispondere, insieme al suo fidato vice Palamara, il Nicola, e all’ispettore Coviello, ossia il Nennì...tutti rigorosamente con il loro articolo davanti, perché non dimenticatevi che siamo a Milano, eh! E per risolvere questo difficile caso dovrà addentrarsi in un mondo fatto di trucchi e di illusioni, andando oltre la razionalità che lo contraddistingue. Le indagini, gli interrogatori, le false piste, si alternano a momenti di leggerezza, quasi comici, in cui conosciamo i (pochi) punti fermi di Renè: la passione per la sua bella città, il Negroni “alla Negri” (che solo il Nino sa fare), le bevute con il suo amico il Beppe, il suo anziano e saggio vicino di casa “Vecchia Aquila” e i panini al chiosco del Frank (serviti dalla sua bellissima nipote Alessia…lei senza articolo!). Questi personaggi, apparentemente secondari, insieme all’amata Milano, sono il suo mondo, la sua famiglia, la sua vita. Il libro, vi assicuro, si legge in un soffio, “scivola via”, pagina dopo pagina, portando il lettore ad indagare fianco a fianco con il commissario Negri, arrivando a sentire i suoi mal di testa, a respirare il fumo delle sue sigarette e a cercare di concludere le indagini per riposarsi un po’. E così, standogli vicino, si può avvertire anche l’odore del Negroni e…delle cipolle! Sì, perché il Negri è ghiotto dei
panini del Frank e il suo preferito è una vera e propria arma letale “doppio salamella, cipolla, peperoni, maionese e – massì, una volta si campa – melanzane sott’olio passate velocemente alla piastra. E, forse l’ingrediente più importante, il bel sorriso di Alessia…” Certo non si può dire che il commissario sia un fine gourmet, né che abbia un palato sopraffino, anzi, ha sicuramente uno stomaco di ferro e delle papille gustative abituate a sapori forti e decisi! Fatto sta che riesce mangiare quasi tutti i giorni da Frank e trascina nelle sue incursioni al chiosco anche il Nicola e il Nennì, un po’ prevenuti ma ben felici di fargli compagnia. Quindi, signore e signori, la proposta culinaria di oggi è proprio un classicissimo panino con la salamella. Ovviamente non sono andata ad uno dei chioschi che, solitamente, si vedono nei pressi dello stadio o nelle strade più frequentate dai nottambuli in cerca di “street food” per fare l’alba in compagnia…un po’ perché non è proprio il momento (!), un po’ perché non è proprio nelle mie corde. Lascio volentieri al buon Negri queste “esperienze estreme” che non mi attirano più di tanto…del resto va bene “il gusto del delitto” ma che non si arrivi mai al “delitto del gusto”! Ho deciso, quindi, di proporvi una mia rivisitazione un po’ “nordica” del panino del Frank con senape e crauti. Lo so, non
è molto originale ma provate ad immaginare la scena: una giornata un po’ “difficile”, una certa “malavoglia”, il cielo più grigio che azzurro…e davanti a voi, a casa al calduccio, un bel panino fragrante, la salamella che sfrigola sulla piastra e fa quella bella crosticina bruna, la cremosità della senape e il sapore acidulo e deciso dei crauti bollenti. Unite armoniosamente tutti gli ingredienti, prendete in mano il panino ben caldo e date un primo morso: un tripudio di gusto e di godimento. Prima di proseguire nella degustazione, stappate una birra freschissima e mandate giù un bel sorso…a questo punto la giornata è già migliorata, i vostri sensi sono tutti coinvolti e in men che non si dica avrete finito panino e birra! Provatelo anche voi, certo non serve essere cuochi provetti…se, invece, preferite rimanere fedeli alla versione del Frank…ben venga! L’importante è capire che anche un semplice panino con la salamella può diventare un’esplosione di gusto e lasciarvi in bocca il sapore di Milano! Taac! Ah! Dimenticavo! Leggete anche il libro, mi raccomando, non pensate solo a mangiare, dai!!!! Vi aspetto alla prossima!

14/11/2018

L'ISPETTORE DERRICK: DALLA BAVIERA CON GRIGIORE!


Le prime puntate in Germania furono trasmesse nel 1974 ma in Italia arrivarono nel 1979 e fino al 2000, con ben 281 episodi divisi in 25 stagioni, “L’ispettore Derrick” ebbe un successo incredibile! Inizialmente la critica colpì duramente la serie, definendola mediocre e addirittura noiosa…ma ben presto dovette ricredersi davanti ai record di ascolti che aumentavano ad ogni nuovo episodio. Ma come mai le famiglie italiane erano letteralmente incollate davanti al teleschermo per non perdersi nemmeno un episodio dell’Ispettore Derrick?!? Centinaia di ragazzini si sedevano sul divano assieme ai genitori, costretti a sorbirsi questa serie tedesca che non aveva nulla di entusiasmante…perché?!? Viene proprio da domandarsi da dove venisse un tale apprezzamento!!! Sicuramente si potevano dire molte cose del nostro “eroe tedesco” ma certo non si poteva affermare che fosse un uomo affascinante o di azione, anzi! Rispetto agli stereotipi proposti dalle serie tv statunitensi di quel periodo, per esempio, direi che il nostro ispettore bavarese usciva da
tutti gli schemi, anzi, non ci entrava proprio!!! Quindi?!?!? Dove sta l’arcano mistero?!?!? Andiamo con ordine e analizziamo la serie partendo proprio dal protagonista. L’attore Horst Tappert (1923-2008) interpretò Stephan Derrick per tutte le stagioni, tanto da entrare nel Guinness dei primati come il poliziotto televisivo più longevo. Capelli impomatati tirati indietro (vi svelo un segreto: ha sempre portato un parrucchino!!!), occhiali terrificanti che gli coprono mezza faccia (un altro segreto: dovevano coprire le enormi borse sotto gli occhi dell’attore!!), viso pallido, a tratti grigio, sguardo quasi sempre fisso con la stessa identica espressione, abbigliamento sobrio (ma orologio-pataccone d’oro al polso!), tono di voce mono-nota…insomma l’ispettore Derrick non è mai stato il ritratto dell’allegria, né della salute! Perde raramente la pazienza e non si può dire nemmeno che brilli per simpatia. E cosa dire del fido braccio destro di Derrick, l’ispettore Harry Klein, interpretato da Fritz Wepper dal primo all’ultimo episodio? A parte la chioma castano-rossiccia, sempre molto ben curata, Klein non ha proprio il “physique du role”! Bassino, tarchiato, abbigliamento monocromatico, viene mostrato sempre un po’ tonto rispetto al capo che, alle sue domande, risponde con tono a volte annoiato, spesso saccente. Questo, però, non lo tocca minimamente, visto che pende letteralmente dalle labbra di Derrick e lo segue come un’ombra. Anche le ambientazioni sono tutt’altro che “briose”. L’ufficio di Derrick è grigio quanto lui, essenziale, con le classiche piantine in punto di morte alle finestre, la mappa ingiallita della città, il lavandino in un angolo, la scrivania ingombra di documenti e il telefono nero o grigio, a seconda delle stagioni! La stessa Monaco di Baviera, sede delle avventure dell’ispettore, sembra coperta da una nebbia triste e malinconica! In tutti gli episodi della serie televisiva il ritmo è lento, cadenzato solo dai cambi di inquadratura e dalle domande di Derrick, che fin dall’inizio delle indagini, individua subito il colpevole e comincia a girargli intorno, a fargli mille domande, a fargli visita a casa o sul lavoro…tutto con l’unico obiettivo di farlo crollare. E grazie ai suoi modi educati e pacati, al suo tono conciliante, alla sua ricerca maniacale della verità e, soprattutto, ai suoi estenuanti interrogatori, alla fine il disgraziato di turno confessa le sue colpe! Non c’è altro sullo sfondo, neppure qualche accenno alla vita privata dei protagonisti, dei quali non si sa nulla e che sembra non abbiano neanche una vita al di fuori del lavoro! Tutto ruota attorno all’indagine e le uniche concessioni alla mondanità sono le poche, rare scene girate in una fumosa birreria, dove Derrick e Klein si fermano
per un pasto veloce o per una birra a fine giornata. Da buoni bavaresi i due si gustano classicissimi wurstel e crauti accompagnati da un enorme boccale della bevanda nazionale! Ecco, questa è forse l’unica nota di colore nel grigiore che pervade la serie. Avrei voluto proporvi qualcosa di più originale ma sapete che devo rimanere fedele alle mie scelte e quindi stasera vi allieterò con un abbinamento che abbiamo importato dalla Germania, così come l’ispettore Derrick: ecco a voi i würstel e crauti, anzi, i...
WÜRST MIT SAUERKRAUT  
Ingredienti per 4 persone - 1 kg di cavolo cappuccio bianco - 1 cipolla bianca - 4 spicchi d’aglio - 200 ml di vino bianco - 100 ml di aceto di mele - 2 foglie di alloro - 5 semi di cumino - 5 bacche di ginepro - 2 cucchiai olio evo - Sale e pepe q.b. - Würstel di vari tipi e dimensioni - senape (o altre salse a piacimento)

Prendete il cavolo cappuccio e togliete le foglie più esterne. Levate il torsolo e tagliate le foglie di
cavolo cappuccio a listarelle molto sottili e sciacquatele sotto l’acqua corrente. In una pentola molto capiente versate l’olio e fate appassire la cipolla, privata della buccia e tagliata molto sottile, assieme agli spicchi d’aglio, schiacciati con i rebbi di una forchetta. Cuocete a fuoco basso per una decina di minuti. Alzate la fiamma, aggiungete il cavolo cappuccio e mescolate molto bene, infine sfumate con il vino bianco e l’aceto di mele. Fate evaporare completamente il vino e l’aceto sempre a fiamma viva, quindi unite l’alloro, le bacche di ginepro e i semi di cumino. Abbassate la fiamma al minimo e fate cuocere per due ore, mescolando spesso per non far attaccare al fondo della pentola la verdura. Aggiustate di sale e pepe. Servite i crauti con i würstel cotti alla piastra e accompagnate con senape o altre salse a vostro piacimento. A me piacciono tantissimo in un bel panino croccante, con tanta senape! Quando ero ragazzina andavo con mio padre in un baretto, dopo la chiusura del negozio, e ci mangiavamo un mega panino bello pieno di crauti fumanti e di wurstel saporiti. A volte mi faceva anche assaggiare un goccio di birra…l’importante era che non lo dicessi a mia madre!!! Voi, invece, non lesinate con la birra: bionda e fredda è l’ideale per accompagnare questo piatto ed esaltarne il sapore. Allora alla prossima e auf wiedersehen!!








20/06/2018

ELLERY QUEEN – INDAGINI E HOT DOG A NEW YORK


Due cugini newyorkesi di origine ebraica cresciuti a Brooklyn, entrambi classe 1905, entrambi scrittori appassionati di letteratura poliziesca, Frederick Dannay e Manfred B.Lee hanno scelto come loro pseudonimo Ellery Queen e hanno dato lo stesso nome anche al loro personaggio più famoso. Nato nel 1929, laureato ad Harvard, Ellery è un giovane e brillante scrittore di gialli che vive nella New York del Secondo Dopoguerra con il padre, Richard, burbero irlandese, vedovo, ispettore capo della Squadra Omicidi. Allampanato, con l’aria di chi ha sempre la testa fra le nuvole Ellery Queen in realtà possiede un’intelligenza ed un intuito fuori dall’ordinario. Suo padre ricorre spesso all’aiuto del figlio per risolvere i casi più difficili, solleticando
la sua grande curiosità e facendo leva sull’affetto che li lega. Ellery osserva, fa domande apparentemente banali, si focalizza su dettagli che sembrano insignificanti e, quando arriva alla soluzione, raduna tutte le persone coinvolte nelle indagini e rivela il nome dell’assassino, sbrogliando poco a poco le matasse più aggrovigliate. Nei romanzi di Ellery Queen giocano un ruolo importante anche i cosiddetti “protagonisti secondari”: il sergente Velie, braccio destro dell’ispettore Queen, Simon Brimmer, conduttore di gialli radiofonici, sempre in gara con Ellery per cercare di smascherare il colpevole di turno, e Frank Flannigan, giornalista perennemente alle costole dei Queen, alla ricerca di un’esclusiva per diventare un cronista da prima pagina. I libri di Ellery Queen ebbero un enorme successo e presto le sue avventure approdarono alla radio e alla televisione. La serie televisiva degli anni Settanta, in particolare, decretò la fama del noto investigatore e rese celebre l’attore che lo interpretava, Jim Hutton (padre di Timothy), capace di rendere perfettamente sullo schermo i tratti di Ellery descritti nei romanzi. Una nota davvero originale, rispetto a tutti i film e telefilm polizieschi, fu l’introduzione del rapporto con il telespettatore. Alla fine di ogni episodio, infatti, prima di rivelare il nome del colpevole di turno, il personaggio di Ellery Queen si rivolgeva
direttamente alla telecamera e quindi al pubblico televisivo (infrangendo in questo modo la “quarta parete”) chiedendo se, considerati tutti gli indizi e i comportamenti dei sospettati, lo spettatore avesse individuato il colpevole...e quando mai?!?!? Io rimanevo sempre a bocca aperta ad aspettare che fosse lui a dirlo!!! Ma veniamo a noi: Ellery Queen è solo un grande segugio o ha anche uno stomaco e delle papille gustative?!?!? Ahimè! Lo scrittore-investigatore dilettante si butta talmente a capofitto nelle indagini che spesso si estranea da tutto ciò che lo circonda e sembra perdere il contatto con la realtà, arrivando anche a dimenticarsi di mangiare (!) e bevendo solo caffè. Il povero ispettore Queen, allora, cerca di preparargli dei sandwiches o, meglio ancora, lo trascina ad uno dei tanti chioschi newyorkesi dei venditori di hot dog, assicurandosi che il figlio ne “butti giù” almeno uno!  Non si tratta di panini elaborati né di un piatto gourmet ma la maggior parte dei poliziotti raccontati nei libri o nelle serie televisive ne consuma una gran quantità…quindi penso che debbano occupare un posto nel mio blog. Per prima cosa vi faccio una domanda: sapete perché si chiamano hot dog (letteralmente “cane caldo”)?? Ci sono 3 diverse versioni che cercano di spiegarlo: 

-          La prima narra che il termine fu coniato da un venditore allo stadio nel 1867 che, non riuscendo a vendere i suoi würstel, si inventò la storia che questi erano salsicce di cane e se ne andava in giro gridando "chi vuole le mie salsicce di cane?" Riuscì così ad incuriosire le persone ed a far alzare le sue vendite. Poco dopo anche gli altri venditori di würstel lo imitarono, ma nell'abbreviare il suo slogan, urlavano solo "cane caldo!" (hot dog).
-          La seconda, invece, sostiene che quando, all'inizio del XX secolo, i New York Giants disputavano le loro partite di football, lo statunitense Henry M. Stevens pensò di distribuire tra le folle presenti allo stadio i dachshund sausages. Il nome hot dog venne dato a questi panini dal disegnatore di vignette sportive P.A. Dorgan. Egli raffigurò un panino con dentro un bassotto, associando il würstel a questo cane, che era anch'esso lungo e tedesco e dato che i venditori chiamavano la gente dicendo "get your dachshund sausages while they're yet hot" cioè "prendi la tua salsiccia mentre è ancora calda", da lì prese il nomignolo equivoco hot-dog.
-          Infine la terza versione si riferisce a "dog", parola inglese usata per identificare non solo il "cane", ma anche il "dente di arresto", altresì detto "briglia" o "grappa" e, più specificamente nel caso degli hot dog, questi ricordano le briglie (lunghe circa 15 cm) usate un tempo dai ferrovieri per bloccare le rotaie alle traversine di legno.
Quale sarà la giusta versione? Non saprei proprio…ciascuno scelga quella che più gli piace, tanto il risultato non cambia: l’hot dog è nato a New York ed è una delle icone dello street food della Grande Mela.
Ricetta del vero hot dog made in New York!
Ingredienti per 2 hot dogs:  2 buns (panini tipici, morbidi) per hot dogs - 2 wurstel - 1 cucchiaio di ketchup – Senape (se disponibile Classic Yellow Mustard americana)
Fate scaldare i wurstel nell’acqua bollente per qualche minuto. Tagliate i panini in due per il lungo, facendo attenzione a non aprirli del tutto, e farciteli con i wurstel e le salse. Questa è la ricetta “basic” ma potete sbizzarrirvi! Potete aggiungere un sacco di altri ingredienti come verdure, pomodori, cipolle, peperoni…o fare le cose in grande aggiungendo del bacon! Dovrebbero essere mangiati in piedi, velocemente, magari sul marciapiedi, mentre passano le auto…cioè…così li mangiano in TV…io, invece, preferisco arricchirli con della verdura e mangiarli spaparanzata sul divano, guardando una serie poliziesca ambientata a...New York, of course!