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05/10/2025

RICHARD OSMAN E IL CLUB DEI DELITTI DEL GIOVEDÌ

Autore e conduttore televisivo britannico, classe 1970, Richard Thomas Osman ha debuttato come scrittore nel 2020 con il romanzo “Il club dei delitti del giovedì”. Primo libro della serie “Thursday Murder Club”, il romanzo ha scalato in poco tempo le classifiche ed è diventato un fenomeno editoriale internazionale, tanto da essere, in Gran Bretagna, il più venduto nel periodo natalizio dell’anno di uscita. La trama è accattivante e coinvolgente e alterna momenti di suspense a simpatici “siparietti” che alleggeriscono la tensione dell’indagine, regalando un sorriso ai lettori. Joyce Meadowcroft, infermiera in pensione, vedova e madre di Joanna, arriva a Cooper’s Chase, un tranquillo ed esclusivo villaggio per pensionati nel Kent. Qui incontra un trio piuttosto originale, che la invita a far parte del Club dei delitti del giovedì. Ovviamente Joyce non si tira indietro, anzi, e così inizia a frequentare gli incontri del club, che si tengono, appunto, ogni giovedì nella “Jigsaw Room” per discutere di crimini irrisolti. Il gruppo è composto da Elizabeth Best, ex agente dei servizi segreti, Ron Ritchie, ex attivista sindacale e Ibrahim Arif, psichiatra. A loro tre si aggiunge Joyce, appunto, che, nel romanzo, diventa la narratrice delle vicende attraverso il suo diario, aggiornato più o meno tutti i
giorni. Nonostante l’età, ciascuno di loro ha quella che si definisce “una marcia in più”. Le loro esperienze, il loro non indifferente bagaglio culturale, la vita vissuta svolgendo lavori che li hanno portati a conoscere la natura umana, il loro profondo senso della giustizia…uniti alla curiosità, ad un’insospettabile energia e ad una particolare intraprendenza, li rende dei veri e propri segugi che, a poco a poco, riescono ad arrivare alla verità. Inizialmente i casi affrontati sono delle vecchie indagini che non hanno portato ad una soluzione e, quindi, non hanno assicurato i colpevoli alla giustizia. Quando, però, vengono assassinati prima un costruttore locale e poi un proprietario terriero, a poca distanza da Cooper’s Chase, il quartetto si ritrova coinvolto in una vicenda reale e deve affrontare una vera e propria indagine. Ovviamente non sarà facile far capire ai poliziotti “veri” a capo delle indagini, ovvero l’agente Donna De Freitas e l’ispettore capo Chris Hudson, che il loro contributo può essere determinante, anzi! Questi, infatti, dapprima li tratteranno con sufficienza, convinti di aver a che fare con quattro ultraottantenni un po’ “suonati” e poi, invece, si renderanno conto della loro arguzia e accetteranno il loro aiuto per risolvere il duplice omicidio. Non vi voglio svelare altro ma vi suggerisco di leggere direttamente il libro perché è davvero gradevole e intrigante. A me piacerebbe, prima o poi, riuscire a leggere anche gli altri tre della serie scritti da Osman…vi farò sapere quando riuscirò a farlo. Nel frattempo, vi anticipo che la mite e solo apparentemente ingenua Joyce è un’ottima (e golosa) cuoca e si diletta a preparare dei fantastici dolci da condividere con gli altri membri del club, durante i loro incontri. Fra gli altri, uno mi ha particolarmente incuriosito e ho voluto replicarlo: il plumcake al caffè. Ecco a voi la ricetta.

RICETTA PLUMCAKE AL CAFFÈ

Ingredienti: 400 g farina 0 - 200 g zucchero - 3 uova – 1 tazza di caffè freddo - 150 g burro - 1 bustina lievito in polvere per dolci - 220 g latte - 1 pizzico di sale

Iniziate la preparazione del plumcake al caffè lasciando ammorbidire il burro a temperatura ambiente. Una volta pronto lavoratelo in una ciotola insieme a zucchero e uova con lo sbattitore elettrico (oppure, per chi ce l’ha, nella planetaria). Montate il tutto fino ad ottenere una crema biancastra e spumosa. A questo punto unite il latte, la farina, il caffè, il pizzico di sale e il lievito e mescolate per qualche minuto, incorporando tutti gli ingredienti fino a quando il composto risulterà cremoso e compatto (fate attenzione ai grumi!). Imburrate e infarinate uno stampo standard da plumcake, versatevi il composto e battetelo leggermente su una superficie rigida, in modo da uniformarlo. Cuocete in forno statico a 180°C per circa 50 minuti (solo dopo i primi 30 minuti potete aprire il forno e verificare la cottura con la prova dello stecco). Una volta pronto, sfornatelo e lasciatelo raffreddare completamente prima di servirlo. Vi consiglio di gustarlo accompagnato da una tazza di tè, come i nostri “amici” del Club o, se preferite, da una tazzina di caffè. In ogni modo sono sicura che vi piacerà…soprattutto se lo mangerete leggendo il libro di Osman e…anche in altri giorni, non per forza di giovedì, sia chiaro! Buona lettura, buona degustazione e alla prossima!  

25/03/2021

JACK TAYLOR: INDAGINI E WHISKEY NELLA VERDE IRLANDA

La fantastica voce di Fiorella Mannoia canta “Il cielo d'Irlanda è un oceano di nuvole e luce…” e questa settimana facciamo un viaggio virtuale proprio nella pittoresca e verde Irlanda e andiamo a prenderci un buon caffè a Galway, una delle più grandi città della costa occidentale. È ambientata qui, infatti, la serie televisiva “Jack Taylor”, basata sui libri di Ken Bruen. Lo scrittore irlandese ha scritto diversi romanzi, e non solo con questo personaggio, ma il successo è arrivato proprio grazie alla trasposizione delle avventure di Taylor sul piccolo schermo. Ma cerchiamo di conoscere meglio il protagonista della serie che prende il suo nome…Ufficiale della “Garda”, la polizia irlandese, Jack Taylor (interpretato dal britannico Iain Glen) è
un poliziotto brillante, che ama il suo lavoro ed è abituato a condurre le proprie indagini “alla vecchia maniera”, basandosi sul proprio intuito e affidandosi alle proprie conoscenze ed esperienze, contrario all’utilizzo delle moderne tecnologie. Affascinante, controverso, con una forte e pericolosa dipendenza dall’alcol, Taylor usa spesso delle maniere un po’ troppo brusche ed è incapace di rispettare le regole, pur avendo un suo codice d’onore e un forte senso della giustizia. Dopo aver aggredito un politico a cui stava contestando un illecito, viene espulso dalla Garda e si allontana per un po’ di tempo dalla sua città. Al suo rientro, ritrova vecchi amici e vecchi nemici, fa nuove conoscenze e si scontra con i fantasmi del suo passato…e decide di guadagnarsi da vivere (e da bere!) facendo la cosa che gli riesce meglio: il segugio! E così si reinventa investigatore privato e si ributta nella mischia. Accanto a lui troviamo sempre il giovanissimo e fidato Cody, aspirante detective che prova un misto di ammirazione e pietà nei confronti di quell’ex
poliziotto che beve troppo, ogni tanto fa a cazzotti e sembra non voler ragionare ma è capace di risolvere anche i casi più complessi, riuscendo sempre a sorprenderlo, nel bene e nel male. Nelle sue indagini, Jack è aiutato anche da Kate Noonan, poliziotta e vecchia amica, con la quale potrebbe “scattare” quel qualcosa in più che però rimane bloccato dall’incostanza di Taylor e dalle sue troppo frequenti bevute. Sullo sfondo, come dicevo, la città di Galway, di cui ci viene presentata la solare bellezza alternata all’oscurità dei bassifondi malfamati, e la fierezza dei suoi abitanti legati alla terra, al mare, alle tradizioni, e soprattutto al loro essere irlandesi. Nei casi che vengono affrontati da Jack vengono presentate le speranze di chi vorrebbe cambiare il mondo, contrapposte alla rassegnazione di chi pensa che la vita non abbia più niente da offrire, e tutto questo lo ritroviamo nello stesso Taylor, divorato da una dipendenza dalla quale non riesce (o non vuole?) guarire eppure attaccato tenacemente alla vita ed alla giustizia, un uomo dall’animo “spezzato” ma dal cuore grande, che spesso piange davanti alle brutture ed alle sofferenze degli altri e si arrabbia quando vede i deboli sfruttati e perseguitati dai più forti. Al momento la televisione irlandese ha prodotto tre stagioni e sembra debbano iniziare a girare la quarta. Da noi, invece, gli episodi sono andati in onda (e continuano ad andare in onda) a “singhiozzo” ed in orari e giorni sempre diversi (…infatti non sono ancora riuscita a vederli tutti! Spero di riuscirci prima o poi!) Per quanto riguarda le edizioni in italiano dei romanzi di Bruen…beh! Le sto cercando e anche questa non sembra impresa da poco…ma tranquilli: non demordo! Spostandoci sul “fronte” del gusto, come potete intuire, posso solo dirvi che non è facile vedere il nostro Jack alle prese con un vero e proprio pasto, anzi! A parte le patatine fritte e un piatto di uova e
bacon a colazione, quando si ricorda di farla, lo si vede sempre e solo bere…ovviamente whiskey rigorosamente Irish alternato a qualche boccale di Guinness! Quindi, non potendo proporvi di andare in un pub tutti insieme (!), ho deciso di proporvi qualcosa di tipicamente irlandese che ho avuto la fortuna di assaggiare in loco, durante un fantastico viaggio di lavoro di tanti (troppi) anni fa nel sud dell’Irlanda: l’Irish coffee. Si tratta di un caffè caldo, servito con panna, zucchero e whiskey. Gli
irlandesi lo bevono abitualmente e, in effetti, in alcune giornate fredde e piovose è proprio indicato, perché scalda non poco! Molti lo paragonano al nostro vin brulè ma è molto più alcolico, credetemi. Vi confesso che, quando l’ho assaggiato per la prima volta, sono stata contenta che fosse nel bar dell’hotel in cui alloggiavo, perché così ho dovuto solo trascinarmi all’ascensore, aprire la porta della mia camera e stramazzare sul letto!!! Secondo la tradizione questa bevanda venne creata nel 1943 da Mr Joe Sheridan, chef di un ristorante di Foynes. Pare che una notte all’aeroporto giunse un gruppo di viaggiatori, arrabbiati e infreddoliti a causa della cancellazione del loro volo per il maltempo. Per aiutarli a scaldarsi e per cercare di calmarli, Sheridan servì loro un caffè forte, zuccherato, corretto con whiskey e guarnito con della panna. Fu un successo! Da quel momento la calda e confortante bevanda iniziò ad essere preparata abitualmente dallo stesso Sheridan e venne “esportata” in tutto il mondo, pur rimanendo tipicamente irlandese. (Nel 1988, l'Autorità Irlandese degli Standard Nazionali pubblicò lo standard di preparazione dell'Irish Coffee, noto sotto la voce "I.S. 417: Irish Coffee"). A questo punto direi che, se ancora non l’avete fatto, dovete assolutamente assaggiarlo. Prepararlo non è difficile, ve lo assicuro, si tratta solo di seguire attentamente i pochi e semplici passaggi indicati nella ricetta originale. Magari gustatelo leggendo o guardando in TV le avventure di Jack Taylor…ma senza esagerare, altrimenti vi ritroverete ubriachi in men che non si dica!

IRISH COFFEE

Ingredienti: 5 g di zucchero di canna (un cucchiaino o una bustina) - 90 ml di caffè bollente - 40 ml di whiskey irlandese - 30 ml panna fresca liquida (a piacere cannella o noce moscata per guarnire).

L'Irish coffee si realizza con la tecnica “build”, cioè direttamente nel bicchiere: preparate il caffè con la moka, meglio se lungo. Versate il whiskey, il caffè bollente e lo zucchero in un bicchiere capiente precedentemente riscaldato con acqua bollente, e mescolate facendo sciogliere bene lo zucchero. Inserite la panna fresca nello shaker e agitate per circa dieci secondi. Fatela riposare un momento e poi versatela piano piano nel bicchiere, magari aiutandovi con un cucchiaino, appoggiandolo alla parete del bicchiere con il dorso rivolto verso l'alto. Se volete potete guarnire con una spolverata di cannella o di noce moscata. Servite ben caldo e... Sláinte (che in gaelico significa “salute”)! 

19/03/2021

LAW & ORDER: INDAGINI AL GUSTO DI CAFFÈ

Alzi la mano chi non ama il caffè! Già, siete davvero pochi! “Il caffè è un piacere…” recitava una famosa pubblicità ed è proprio così. Questa bevanda dal gusto robusto e dall’aroma avvolgente è, per molti, sinonimo di socialità, di relax, di intervallo. La pausa caffè (o coffee break per chi preferisce!) è ormai parte integrante della giornata lavorativa di ciascuno di noi, viene inserita obbligatoriamente nei convegni, negli eventi formativi, nelle “riunioni-fiume”…persino in questi tempi di lavoro agile (o smart working sempre per chi preferisce!) ci ritagliamo dei momenti per concederci una tazzina di caffè. Al bar, al distributore automatico, con la macchinetta o con la classicissima moka…ognuno di noi ha le sue preferenze e non rinuncerebbe mai a bersene una o più tazze. Non starò a tediarvi con tutte le varie nozioni e informazioni circa questa famosa bevanda, vorrei, però, condividere alcune curiosità che ho scoperto leggendo qua e là, un po’ sulla carta un po’ on line. Anzitutto non è ancora ben chiaro quando il caffè ha fatto la sua apparizione nel mondo: la cosa certa è che gli archeologi ne hanno trovato traccia in scritti risalenti al 900 D.C. in cui si parlava di un suo utilizzo in medicina. Fra miti e leggende legate alla sua scoperta, la più diffusa e verosimile pare sia quella che racconta di un pastore etiope di nome Kaldi. Egli osservò che il suo gregge era molto attivo e dormiva meno dopo aver ingerito delle bacche rossastre, ossia le bacche di caffè, e così decise di assaggiarle, scoprendo il loro effetto corroborante. A poco a poco l’usanza di utilizzare queste bacche come cibo energetico si diffuse sempre di più tra la gente del luogo e ben presto dall’Etiopia si diffuse nelle zone
limitrofe. La prima piantagione di caffè sorse nello Yemen, dopodiché la coltivazione si diffuse progressivamente anche in Arabia e in Egitto. Il caffè come bevanda divenne ben presto una vera e propria abitudine in diversi paesi del Medio Oriente e da lì venne fatto conoscere in tutto il mondo. In Europa arrivò nel XVII° secolo, grazie ai traffici dei mercanti veneziani, e, prima di diventare famoso e di venire apprezzato, dovette anche combattere contro la diffidenza di chi lo chiamava la “bevanda del diavolo”. Erano molti, infatti, i sacerdoti che facevano pressioni affinché il Papa, Clemente VIII°, ne vietasse l’uso. Prima di farlo, però, il pontefice volle assaggiarlo e, contrariamente a chi ne sosteneva la “malvagità” lo apprezzò tanto da iniziare a consumarlo abitualmente e da contribuire alla sua diffusione (ah! Benedetto gusto!!). Da quel momento nacquero i primi “caffè”, botteghe “antenate” dei bar, in cui si poteva consumare quella che sarebbe diventata una vera e propria “bevanda sociale”. Il seguito vi invito a scoprirlo da soli…lo troverete davvero interessante, credetemi! Ma veniamo a noi…vi starete chiedendo come mai oggi ho iniziato il mio post parlandovi proprio del caffè…no, tranquilli, non ho bevuto troppo caffè e non sono diventata matta (beh! Un po’ lo sono sempre stata…ma questa è un’altra storia!) …per spiegarvelo vi farò una domanda: quante sono le tazze di caffè consumate dai vari poliziotti, detective, investigatori e
affini protagonisti di libri, film e serie TV? Non riuscite a quantificarle, vero?!? Ovvio, perché si tratta di un numero infinito! Tanti dei protagonisti di cui vi ho parlato nel mio blog ne bevono…alcuni fin troppi! Se si parla di libri o telefilm italiani vediamo i nostri eroi di turno consumarlo a casa, al bar o all’immancabile distributore automatico (con tutte le smorfie del caso!). Se ci spostiamo in un Paese europeo le tazze iniziano a diventare più grandi ed il caffè si allontana dalla nostra “versione”. Ed infine arriviamo oltreoceano e troviamo quella che, almeno a me, sembra una “brodaglia scura” ben lontana dalla nostra concezione di caffè espresso! I vari detective o ispettori si siedono alle loro scrivanie e si riempiono una tazzona dall’onnipresente caraffa di vetro, offrendone a destra e a manca…sono in auto per un appostamento e hanno l’immancabile bicchiere con coperchio…si trovano sulla scena del delitto e arriva l’agente di turno con ciambelle e bicchieri di caffè caldo per tutti…vanno ad interrogare testimoni e sospettati e accettano “solo un caffè”…pranzano al bancone di una tavola calda e mangiano uova e bacon o hamburger e patatine bevendo caffè…Gli esempi sono molteplici e verrebbe da pensare che, in pratica, il caffè dovrebbe essere inserito di diritto nel cast di ogni film o telefilm e nell’elenco dei personaggi di ogni libro made in USA!!! Pensate, per esempio, ad una qualsiasi serie televisiva americana: è difficile vedere uno dei protagonisti mangiare tranquillamente, a meno che non si tratti di un qualcosa preso e consumato “al volo”, ma ogni episodio ha almeno una delle scene che vi ho elencato sopra! A questo proposito vorrei parlarvi oggi di una delle serie TV americane più famose e longeve: “Law & Order”. Nata nel 1990 dalla mente di Dick Wolf, suo creatore e oggi uno dei produttori più affermati della tv statunitense, questa serie mette insieme per la prima volta due dei generi più amati dal pubblico: il poliziesco e il “legal drama”, ispirandosi spesso a fatti realmente accaduti. L’inedito mix di indagini guidate dai poliziotti, che davano poi spazio anche alle conseguenze legali in tribunale, conquistò immediatamente i telespettatori, dando vita a un mastodontico “franchise crime” che, ad oggi, conta svariati “spin-off” e quasi 1200 episodi in tutto. Nel
cast si sono alternati diversi attori (fra gli altri Jerry Orbach e Chris Noth), mentre altri sono stati presenti per tutte le 12 stagioni. L’elemento chiave, però, è rimasto sempre lo stesso: l’alternanza fra indagini “sul campo” e dibattiti e arringhe nell’aula di un tribunale. A questo si aggiunge il lavoro di squadra fra polizia e pubblico ministero e, soprattutto, l’ambientazione nella Grande Mela. E mentre il successo della serie “madre” aumentava, nascevano gli spin-off. Fra gli altri “Law & Order - Criminal Intent”, con il fantastico duo formato da Vincent D’Onofrio e Kathryn Erbe, “Law & Order L.A.”, ambientato a Los Angeles e “Law & Order – UK”, che sposta la scena a Londra, facendo conoscere una diversa gestione processuale. E, soprattutto, “Law & Order - Special Victims Unit”, l’unica “derivazione” ancora attualmente in onda che, con le sue 22 stagioni, è diventato il titolo più longevo di tutto il franchise. La serie, nata nel 1999, segue le vicende dell’Unità speciale della polizia di Manhattan, specializzata in crimini a sfondo sessuale, in particolare a quelli rivolti a bambini, anziani e giovani. Nonostante le trame, spesso davvero molto crude, la serie ha avuto un immediato e duraturo successo, anche grazie alla chimica fra i due protagonisti, gli investigatori della polizia di New York Olivia Benson e Elliot Stabler, interpretati rispettivamente dai bravissimi Mariska Hargitay e Christopher Meloni. E voi? Fra i diversi spin-off, qual è quello che preferite? Sinceramente ho visto alcune stagioni di tutte le varie versioni e devo ammettere che, pur apprezzandole tutte, ho amato tantissimo “L&O – Criminal Intent” (e Vincent
D’Onofrio!). Il modo quasi subdolo dell’approccio psicologico con cui il magnifico detective Goren, affiancato dalla paziente collega Eams, arriva ad inchiodare il colpevole di turno è a dir poco geniale! Goren/D’Onofrio ha una cultura sconfinata, è acuto e meticoloso, capace di entrare nella mente del criminale di turno, immedesimandosi e arrivando a cogliere le emozioni e gli impulsi più nascosti, fino a farlo crollare. Ovviamente, come tutti i più brillanti detective, non potrebbe nulla senza il prezioso supporto professionale e umano della sua partner e la fiducia del suo capo, pronto a coprire le sue scorrettezze burocratiche per permettergli di risolvere i vari casi. La serie è andata in onda per 10 stagioni e poi, per vari motivi legati anche all’inevitabile avvicendarsi degli attori protagonisti, è stata sospesa. Le repliche continuano ad essere trasmesse e seguite su diversi canali specializzati nel genere (Giallo e Top Crime per citarne due)
e “L&O”, nelle diverse versioni, continua ad avere successo. Una curiosità: una delle caratteristiche che contraddistingue tutte le serie di Law & Order è un elemento davvero distintivo e riconoscibile, qualcosa che rende immediatamente chiaro agli spettatori che cosa stanno guardano. È un suono di pochi secondi, una specie di “dun – dun” o “chung – chung”, rielaborato digitalmente e sovrapposto ad altri suoni per ottenere qualcosa di metallico e altamente simbolico. Viene utilizzato come raccordo nei cambi di scena dei vari episodi, per evocare un’atmosfera ben precisa. L’effetto sonoro, divenuto letteralmente iconico, è opera di Mike Post, celeberrimo compositore delle colonne sonore di numerose serie tv, e in tanti hanno ipotizzato che il musicista volesse riprodurre un suono ben preciso, come il martelletto del giudice in tribunale o la chiusura
metallica di una cella o ancora i colpi di una pistola con il silenziatore…Post non si è mai sbilanciato…chissà se qualcuno ha indovinato o se si tratta di qualcosa di completamente diverso? Fatto sta che è un suono ormai inconfondibile e legato indissolubilmente a tutti gli episodi delle tante serie. A voi piace? Fatemelo sapere e, se siete fra i pochi che non hanno mai visto nemmeno un episodio dei vari “L&O”, non indugiate e rimediate subito! Sceglietene una e fatevi una bella maratona-TV…ah! Dimenticavo: se vi viene sonno basterà bere un buon caffè!!! Vi aspetto la prossima settimana.


17/10/2018

IL COMMISSARIO MANCINI: ASSETATO DI SILENZIO, DI GIUSTIZIA E...DI BIRRA!

Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974, ha insegnato lingua e letteratura italiana a Dublino ed è cultore di lingua e letteratura inglese presso l’Università per stranieri di Perugia. Molto attivo su vari fronti editoriali, è stato fra l’altro editor per minimum Fax e traduttore dall’inglese di testi molto importanti, quali per esempio “Il cardellino di Donna Tartt” (Premio Pulitzer). Nel 2015 è uscito il suo romanzo d'esordio “È così che si uccide” a cui sono seguiti “La forma del buio” (2017) e “Così crudele è la fine” (2018). I suoi libri hanno riscosso un grande successo in diversi paesi europei, oltre che in Italia, e sono stati tradotti in diverse lingue. Il protagonista di quella che è stata definita la sua “trilogia” è il commissario Enrico Mancini. Profiler esperto, attento ed appassionato studioso di psicologia criminale, ha raggiunto uno dei suoi principali obiettivi andando a Quantico per una specializzazione. Purtroppo questa importantissima esperienza gli ha impedito di stare accanto all’adorata moglie Marisa, malata di cancro, proprio negli ultimi istanti della sua breve vita. Rientrato dagli Stati Uniti, schiacciato dai sensi di colpa, non riesce ad accettare questa dolorosa mancanza e non riesce più nemmeno a lavorare come “prima”. Non riesce più ad assistere ad un’autopsia, non riesce più a toccare niente e nessuno, non riesce più ad instaurare e mantenere
rapporti e, soprattutto, non sente più quel “fuoco” interiore che il suo lavoro accendeva in lui…E la fatica di vivere del commissario si incrocia con le indagini, condotte insieme ad una squadra che ha tanto, troppo bisogno di lui e della sua preparazione per fermare un serial killer spietato e meticoloso, che diffonde il panico nella capitale. Roma è sempre descritta come tetra, buia, rappresentata dai quartieri che ospitano i fantasmi del boom industriale, con relitti di grandi industrie e di vecchie glorie. Le scene del delitto diventano parte della messa in scena dell’assassino, in un crescendo di tensione che porta il commissario ed i suoi uomini a correre da una parte all’altra senza un preciso punto di riferimento. E alla fine sarà proprio Mancini che dovrà affrontare i suoi fantasmi per poter mettere la parola fine ad una scia di sangue che sembra non volere arrestarsi mai. Per ora ho letto solo il primo dei tre libri e mi è davvero piaciuto. Mi ha “preso” dalla prima pagina, l’ho finito in pochissimo tempo e ve lo consiglio volentieri. Lo stile di Zilahy è scorrevole, la trama è accattivante e la suspense è un crescendo rossiniano! Purtroppo però, preso com’è dai mille pensieri e dalle indagini, il protagonista non fa altro che bere birra ghiacciata. La sete che ha dentro diventa fisica e quasi contagiosa. Mancini non mangia quasi niente ma la birra diventa un altro protagonista, una sorta di compagno di viaggio. E quindi, pensando a quanto è triste e depresso il nostro commissario, ho deciso di proporvi un dolce. Ma non uno qualsiasi o uno tradizionale, no! Si tratta di una “rivisitazione” di un grande classico: il tiramisù, che questa volta diventa un birramisù. Così cerco di tirare su Mancini e non lo privo della sua amata birra. Ecco a voi la ricetta.
RICETTA DEL BIRRAMISÙ 

Ingredienti: • 2 tuorli • 70 g di zucchero • 400 g di mascarpone • 20 mg di albume montato a neve • 50 ml di birra chiara • 18 savoiardi • cacao amaro per decorare PER LA BAGNA: • 150 ml di caffè • 100 ml di birra
La ricetta del birramisù si basa sulla più tradizionale versione di questo dolce, il tiramisù. Cominciate montando i tuorli con lo zucchero, fino a quanto otterrete una crema morbida e spumosa. A questo punto aggiungete il mascarpone e 50 ml di birra (io consiglio una chiara ma siete liberi di usare la vostra birra preferita!). Se desiderate avvertire il sapore della birra in modo intenso aggiungete il doppio della dose. Montate gli albumi a neve e uniteli al composto, mescolate il tutto con delicatezza. Preparate il caffè, lasciatelo raffreddare e aggiungete la birra. A questo punto potete iniziare a montare il vostro birramisù: immergete i savoiardi nella bagna e formate il primo strato. Ricopritelo generosamente con la crema e proseguite così per gli strati successivi. Spolverizzate la superficie dell'ultimo strato con il cacao amaro e lasciate raffreddare in frigorifero per almeno 2 ore prima di servire. Rispetto alla versione classica, questa golosità non è troppo dolce e l’amaro della birra risalta piacevolmente, senza comunque coprire gli altri ingredienti. Vi consiglio di provarlo e vedrete che, cucchiaio dopo cucchiaio, finirà in un batter d’occhio e vi tirerà su davvero! Allora buon birramisù e alla prossima settimana!