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02/01/2019

INVITO A CENA CON DELITTO


Ieri è iniziato il 2019 e spero che tutti voi abbiate passato delle belle feste. Fra piatti della tradizione, golosità, preparazioni più o meno elaborate, dolci e spumanti, famiglia e amici, abbiamo passato tantissimo tempo seduti attorno a tavole imbandite, impegnati in chiacchiere e degustazioni. E proprio ispirandomi alle classiche tavolate preparate con i “servizi belli” questa sera voglio parlarvi di un film. Si tratta di un film che rivedo sempre con piacere, per farmi quattro sane risate e che penso molti di voi conoscano. “Invito a cena con delitto”, titolo originale “Murder by Death”, è un film del 1976 diretto da Robert Moore. Scritto da Neil Simon, commediografo statunitense, è una divertente parodia del genere giallo classico e si avvale di un cast di primissima categoria. Fra gli attori, infatti, troviamo Alec Guinness, Peter Sellers, Peter Falk, David Niven, Maggie Smith, per citare solo i più famosi. Unica nel suo genere, inoltre, è l’interpretazione di Truman Capote, il famoso scrittore che ha una parte molto importante. Presentato sempre nel 1976 alla Mostra cinematografica di Venezia, il film ha ottenuto fin da
subito un grande successo e ancora oggi, soprattutto durante le feste, molti canali lo ripropongono anche in prima serata. Ma veniamo alla trama. Il miliardario Lionel Twain, eccentrico e appassionato di gialli, invita nel suo vecchio e tetro castello per un fine settimana i cinque migliori investigatori, scrittori e criminologi del mondo con i rispettivi accompagnatori, partner e coniugi. Arrivano così Sidney Wang, con il figlio adottivo Willie, Dick e Dora Charleston, Sam Diamante con la segretaria Tess, Milo Perrier con il suo assistente ed autista Marcel e Jessica Marbles con l’anziana infermiera Withers. Ciascuno di loro è una sorta di “caricatura”
rispettivamente dei famosi Charlie Chan, Nick e Nora Charles, Sam Spade, Hercule Poirot e Miss Marple e tutti hanno un segreto legame con il loro ospite. Fin dal loro arrivo al castello succedono cose strane. Quando suonano il “campanello”, infatti, costituito dall’agghiacciante urlo di una donna, una statua cade dal tetto dell’ingresso rischiando di ucciderli. Ognuno di loro si salva miracolosamente (e spesso comicamente!) e viene accolto da Jamesignora Bensignore, il maggiordomo cieco di casa Twain, interpretato da un fantastico Alec Guinness! Lo stesso maggiordomo assegna loro le rispettive camere e da loro appuntamento per la cena. Nel frattempo arriva la cuoca assunta per l’occasione, Yetta, che ha il volto della simpaticissima Nancy Walker ma è
sordomuta ed analfabeta…condizione che le impedisce di comunicare con il maggiordomo e, ovviamente, di preparare la cena! Una volta accomodati, i nostri stimati professionisti del crimine si riuniscono nella sala da pranzo e vengono raggiunti da Lionel Twain, che compare improvvisamente al tavolo e lancia loro una sfida: allo scoccare della mezzanotte avverrà un omicidio, uno dei commensali morirà per mano di un altro ed i sopravvissuti dovranno risolvere il mistero, smascherando l’assassino. Il vincitore guadagnerà un milione di dollari
ed i diritti cinematografici della vicenda. Scomparendo, poi, alla loro vista rimarrà nell’ombra, ad osservare i dieci personaggi alle prese con le indagini. E ne succedono delle belle! Dapprima muore il maggiordomo, il cui corpo, però, sparisce…poi muore la cuoca…o no?!?!? E poi spariscono in otto e ne rimangono due e ancora si ritrovano in sala da pranzo ma manca sempre qualcuno…Insomma a poco a poco, fra battute esilaranti e scene tragicomiche, la notte passa e l’alba getta nuova luce sulle tante ombre. Ogni personaggio diventa diffidente nei confronti degli altri, niente e nessuno è come sembra e la soluzione ha mille sfaccettature! Non svelo altro perché rovinerei la
visione a chi ancora non l’ha visto ma vi consiglio di guardarlo perché si tratta di una parodia molto raffinata e apprezzabile, soprattutto da chi conosce i vari personaggi rappresentati. Come dicevo la cuoca non riesce a preparare nulla per cena ma il menù prevedeva, fra le altre portate, un classico consommè. E visto che il nostro stomaco è stato messo a dura prova negli ultimi giorni, ve lo propongo nella versione del Cucchiaio d’Argento. Nella sua semplicità è un piatto davvero gustoso e ben si presta ad essere sorbito caldo.

Prima un po’ di storia… Consommè deriva dal francese, è il participio passato del verbo consommer, consumare, infatti si intende un brodo ristretto ottenuto dopo una bollitura prolungata a fuoco basso. La differenza fra un consommé rispetto ad un semplice brodo ristretto risiede nel fatto che nel brodo, a causa della lunghissima cottura (che va oltre le 8 ore in una preparazione classica) non ci sono quasi più proteine, dato che la maggior parte è stata spezzata in amminoacidi; nel consommé “moderno”, invece, riprendendo della carne a metà cottura, se ne troveranno in quantità piuttosto importanti, dato che i succhi estratti dalla carne e dalle verdure della seconda cottura non hanno ancora avuto il tempo di essere degradati completamente.
RICETTA CONSOMME’  •300 g di carne di manzo tritata • 2 albumi • 1 porro • 1 carota • sedano • 2 litri e 1/2 di brodo di carne • sherry secco (facoltativo)
In una casseruola mettete la carne tritata, le verdure tagliate a pezzetti e gli albumi. Versate il brodo freddo e mescolate bene. Ponete sul fuoco e sempre mescolando portate a bollore. Abbassate la fiamma e cuocete (il liquido deve solo sobbollire) per circa un’ora. Filtrate il brodo con un telo. Se volete profumarlo, aggiungete lo sherry calcolando un cucchiaio da minestra per ogni tazza e 4 per un litro di brodo.

07/03/2018

DUCA LAMBERTI E LA "SUA" MILANO


Giorgio Scerbanenco (Kiev 1911 – Milano 1969), nato Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko da padre ucraino e madre italiana, è stato scrittore e giornalista. Rimasto orfano a 16 anni, appassionato di scrittura, per problemi economici non riuscì a terminare gli studi e cercò di mantenersi facendo molti mestieri, prima di entrare nel mondo dell’editoria. Negli anni Trenta lavorò come redattore e capo redattore rispettivamente in Rizzoli e in Mondadori, collaborò con diverse testate giornalistiche e, dopo la guerra, tornò alla Rizzoli come direttore di periodici femminili.  Fu uno scrittore prolifico, capace di spaziare in ogni genere della narrativa con ottimi risultati. Fu con i gialli, però, che raggiunse la fama fino ad essere considerato da molti “esperti del settore” uno dei grandi maestri dei giallisti italiani, in particolare degli anni Settanta. Alla sua memoria è dedicato il più importante premio italiano per la letteratura poliziesca e noir: il premio Scerbanenco. Si riteneva a tutti gli effetti italiano e soffriva molto quando veniva considerato “straniero” in quella che considerava la sua patria. Visse gli ultimi anni a Lignano Sabbiadoro ma fu sepolto nel Cimitero Maggiore di Milano, città che amava e nella quale ambientò diversi gialli, in particolare quelli con protagonista Duca Lamberti. Medico radiato dall’albo per aver
aiutato un’anziana paziente terminale a morire serenamente, Lamberti, figlio di un poliziotto, si ritrova ad aiutare le forze dell’ordine in un’indagine molto delicata. La sua intelligenza, la capacità di ascoltare e capire la natura delle persone, il suo profondo senso del dovere e della giustizia e la sua tenacia, lo rendono un ottimo investigatore e, grazie ad un altro poliziotto grande amico del defunto padre, entra in Polizia. Le sue indagini si snodano fra le vie di una Milano degli anni Sessanta grigia ma sempre in movimento, laboriosa, popolata di persone perbene che vivono a stretto contatto con i malviventi, sfruttatori e sfruttati, industriali e operai, milanesi “doc” e meridionali…tutti insieme formano un insieme che Lamberti osserva curioso. Si rilassa e si concentra camminando per le vie di Milano, in particolare la mattina presto o la sera tardi, quando ancora c’è poca gente in giro e il caos del quotidiano non ha ancora invaso la città. E spesso sente forte la sua impotenza e la sua rabbia davanti alla cattiveria umana, che arriva a livelli impensabili e lascia una tristezza infinita, un amaro che permane in bocca... Non ho ancora letto tutti i suoi libri ma credo che Scerbanenco sia stato davvero un grande scrittore. Ritengo che uno dei suoi noir più “amaro” sia “I milanesi ammazzano al sabato”, in cui Lamberti sembra frugare in tutti gli angoli più bui di Milano, fino a trovare la soluzione al caso che, però, arriva come un pugno nello stomaco. Non c’è spazio per la cucina vera e propria negli scritti di Scerbanenco ma ho voluto omaggiare lui, Duca Lamberti e, soprattutto, Milano, che è anche la mia città, preparando il piatto milanese per eccellenza: il risotto giallo. La ricetta che vi propongo (e che ho seguito alla lettera) è quella ufficiale, depositata presso il Comune di Milano.  
RISOTTO ALLA MILANESE (o allo zafferano o giallo)
Ingredienti per 6 persone: 30 g di midollo di manzo o di bue tritato - 2-3 l di brodo bollente ristretto (non deve essere “di dado”!) - Due cucchiai di grasso d’arrosto di manzo chiaro e scuro (se manca aumentare il midollo fino a 60 g) - Una piccola cipolla tritata finemente - Un ciuffo di pistilli di zafferano o una bustina di zafferano – Sale - (Abbondante) Grana Padano grattugiato - 50 g di burro

Mettere in una casseruola il midollo, il burro, eventualmente il grasso d’arrosto, e la cipolla. Cuocere a fiamma bassa finché la cipolla non avrà preso un colore dorato. Aggiungere il riso e rimescolarlo bene perché possa assorbire il condimento. A questo punto alzare la fiamma e iniziare a versare sul riso il brodo bollente a mestoli, continuando a rimestare regolarmente con un cucchiaio di legno. Man mano che il brodo evapora e viene assorbito, continuare a cuocere sempre a fuoco vivo e aggiungendo man mano altro brodo a mestolate fino a cottura ultimata, facendo attenzione che il riso resti al dente (cottura da 14 a 18 minuti approssimativamente, a seconda della qualità di riso utilizzato). Arrivati a due terzi di cottura, aggiungere i pistilli di zafferano preventivamente sciolti nel brodo: se però si usa zafferano in polvere, è necessario aggiungerlo a fine cottura per non perderne il profumo. A cottura ultimata aggiungere il burro e il grana padano e lasciar mantecare per qualche minuto. Aggiustare di sale. Il risotto deve essere piuttosto liquido (“all’onda”), con i chicchi ben divisi, ma legati fra loro da un insieme cremoso. Importante è non aggiungere mai del vino, che ucciderebbe il profumo dello zafferano! Vi confesso che adoro il risotto alla milanese e lo considero uno dei miei piatti preferiti. Quando ero ragazzina mia nonna lo faceva completo, cioè accompagnato da un ossobuco “in gremolada” (misto di aglio, prezzemolo e buccia di limone) ed era subito festa! L’ho assaggiato anche in alcuni ristoranti e trattorie che si definiscono milanesi ma il sapore che aveva quello della nonna Giulia non l’ho mai ritrovato. Vorrà dire che prima o poi mi cimenterò nella ricetta completa, con l'ossobuco, almeno per provare a ricreare quei sapori, quei profumi, quei colori…poi vi dirò se ci sono riuscita. Nel frattempo vi consiglio di farvi un bel risotto all’onda: con questo freddo sarà come avere il sole nel piatto!

06/12/2017

SQUADRA SPECIALE MINESTRINA IN BRODO


Roberto Centazzo, nato a Savona nel 1961, fin da piccolo sa che farà lo scrittore. Non avendo ben chiara, però, la strada da percorrere, inizia diverse esperienze che lo porteranno a scrivere romanzi polizieschi. Si laurea in giurisprudenza, esercita la pratica forense, consegue l’abilitazione all’insegnamento e poi, per conoscere da vicino le tecniche investigative, si arruola in Polizia. Attualmente è Ispettore Capo e anche la sua carriera di scrittore è ben avviata. Dopo i notevoli successi ottenuti con i suoi primi romanzi pubblicati con uno pseudonimo, decide di dare vita al personaggio del Procuratore della Repubblica di stanza a Savona, Lorenzo Toccalossi, protagonista di una serie di libri di successo firmati con il suo vero nome. Nel 2016 pubblica “La prima operazione della squadra speciale minestrina in brodo”, romanzo davvero originale con tre protagonisti destinati al successo di Toccalossi. Ma chi sono? Sono poliziotti, o meglio, lo sono stati; adesso sono in pensione. Ma hanno ancora un bel po’ di conti in sospeso con delinquenti e farabutti sfuggiti alle maglie della giustizia. Ferruccio Pammattone, ex sostituto commissario e vice dirigente alla Squadra mobile, Eugenio Mignogna, ex sovrintendente alla Scientifica, Luc Santoro, ex assistente capo all’Immigrazione, hanno molte cose in comune: sono amici da una vita, si sono arruolati insieme nel lontano 1975 e sono appena stati congedati per raggiunti limiti d’età. Alla pensione, però, non possono e non vogliono abituarsi. Si annoiano. Così, mentre chiacchierano sul lungomare di Genova, pensano che potrebbero rimettersi subito in azione, per dedicarsi finalmente a tutti quei casi che, per un motivo o per l’altro, non hanno mai potuto affrontare quando erano in servizio. Adesso, finalmente, non devono rendere conto a nessuno, soltanto alla loro coscienza che li spinge a indagare, al loro stomaco che s’infiamma alla vista di un würstel e alla loro prostata che reclama una sosta ogni tanto. E così Pammattone, alias Semolino (se mangia pesante si riempie di macchie rosse ed è costretto a una dieta durissima), Mignogna, alias Kukident (per festeggiare la pensione si è regalato una smagliante dentiera) e Santoro, alias Maalox (soffre di atroci bruciori di stomaco) diventano la «Squadra speciale Minestrina in brodo». E, pur combinandone di cotte e di crude, riescono a risolvere un caso molto difficile, aiutando il giovane commissario Lugaro che ha sostituito Pammattone e tiene in alta considerazione il suo predecessore e la sua grande esperienza. Durante le loro indagini, i nostri tre pensionati mangiano diversi cibi (con effetti collaterali non sempre piacevoli!) ma ho preferito scegliere il piatto che dà il titolo e il nome alla squadra: la minestrina in brodo. Certo non si tratta di una ricetta elaborata e non ho alcuna pretesa di insegnare come farla. Sicuramente in ogni famiglia se ne prepara una “versione” diversa, a seconda dei gusti e delle tradizioni. La ricetta che condivido oggi con voi è quella semplice, classica con un brodo di verdure (non fatto con il dado!) da mangiare la sera, quando fuori fa freddo, dopo una giornata pesante, per scaldare lo stomaco e il cuore...magari leggendo o guardando un bel giallo!

Per gustare un’ottima minestra l’importante è preparare un buon brodo fatto in casa bello saporito, perché con il brodo di dado non è la stessa cosa. (Diciamo che all’occorrenza va bene anche il dado, ma che sia almeno biologico!).  La minestra in brodo della ricetta è stata preparata con della comune pastina ma ci si può sbizzarrire e utilizzare un qualsiasi formato: stelline, quadrucci, capelli d’angelo, risoni, tempestina….

Ingredienti per 2 persone

una cipolla - due carote - due coste di sedano - mezzo porro - 2 pomodorini (e altre verdure a piacimento)
brodo q.b.
80/90 gr di pastina
parmigiano grattugiato q.b. - olio evo q.b.

Anzitutto preparate un brodo di verdure facendole bollire in acqua fredda per 20/30 minuti. Passate le verdure o frullatele (in base alla consistenza che preferite), versate la crema così ottenuta nel brodo, aggiungete la pastina e fate cuocere per 10 minuti aggiungendo acqua calda se serve. Servitela cospargendola con parmigiano grattugiato a piacere e un filo di olio extravergine di oliva. Ai bambini (e non solo!) piace anche con un formaggino. Buon appetito!