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09/10/2019

HANNA LINDBERG, STOCCOLMA E...IL GUSTO DI UCCIDERE


Hanna Lindbergh è nata nel 1981 e vive a Stoccolma. È una giornalista di costume che lavora soprattutto sul web e ha esordito come scrittrice nel 2017 con il romanzo “Stockholm Confidential”, subito arrivato in cima alle classifiche svedesi e pubblicato in oltre 10 paesi.  Con il suo secondo libro “Il gusto di uccidere”, la Lindberg si riconferma come la più giovane autrice svedese di gialli capace di riscuotere grande successo anche al di fuori dei confini del proprio Paese.  La protagonista dei suoi libri è Solveig Berg, una brava e giovane giornalista, coraggiosa e spregiudicata, pronta a superare qualsiasi limite per conoscere i fatti e la verità. La sua determinazione l’ha portata a lavorare accanto a una celebrità: Vanja Stridh, critica gastronomica e nome affermato delle scene giornalistiche di Stoccolma e di tutta la Svezia. Mentre nella sua prima indagine Solveig è alle prese con il mondo apparentemente dorato ma in realtà profondamente marcio della moda, nel secondo libro (quello che mi ha subito attratto, ovviamente!) si ritrova in quello dell’alta cucina. Il “Cuoco d’Oro”, che premia lo chef più talentuoso di Stoccolma, è l’evento più importante dell’anno, quello che riunisce cuochi stellati, critici ed esperti culinari, giornalisti, blogger e gourmet nell’enorme sala dello Stockholm Grotesque, il consacrato tempio della ristorazione svedese. Solveig è riuscita ad entrare, grazie soprattutto al suo capo, Vanja Stridh appunto, ed attende con trepidazione l’annuncio del vincitore. I due chef stellati che si contendono il premio sono Florian
Leblanc e Jon Ragnarsson, un tempio soci ed ora rivali ed acerrimi nemici. Vincere questo premio sarebbe davvero molto importante per entrambi. Ma ad un tratto le luci nella sala si spengono e si sente un colpo di pistola. Mentre il panico mette in fuga la folla, la luce ritorna e mostra qualcosa di terribile: il corpo senza vita sul palco è quello di Vanja. Da quel momento l’unico obiettivo di Solveig è quello di scoprire la verità, a tutti i costi e con tutti i mezzi. Il proiettile era davvero destinato a Vanja o a qualcun altro? Ed in tal caso a chi? La giornalista si troverà sola contro tutti, compresa la Polizia e il suo compagno, e arriverà a rischiare la vita più di una volta per scoprire il colpevole dell’omicidio e, allo stesso tempo, realizzare l’inchiesta più importante della sua carriera. Nella sua indagine incontrerà persone che hanno potere e possono disporre della vita altrui, persone che non sono ciò che sembrano, persone che cercano una seconda possibilità e altre che hanno perso la loro umanità. Solveig porterà a galla un passato molto pesante e svelerà segreti che affondano le proprie radici nelle pagine più cupe della storia. Parallelamente a lei si muove Lennie Lee, ex fotografo di moda caduto in disgrazia, una vita ed una carriera travolte dagli scandali e dalla galera, che finisce a lavorare nella cucina della famosissima Linda Berner, cercando di riprendere in mano la propria vita e di “fare le cose giuste”. È su questi due personaggi soprattutto, Solveig e Lennie, che si concentra la capacità di Hanna Lindberg di dare valore e luce agli aspetti più intimi e contraddittori delle menti e delle azioni. “Il gusto di uccidere” è un thriller spietato e insieme insolitamente umano e, nella sua struttura, rivela la formazione giornalistica di Hanna Lindberg, capace di indagare nei fatti, senza trascurare nessun elemento, consapevole che la verità, come il buon cibo, deve essere sempre autentica e rispettata. Una curiosità: l’autrice, per poter rendere in maniera credibile ed efficace cosa succede dietro le quinte, si è fatta assumere e ha lavorato in un vero ristorante. E racconta in modo eccezionale un’immagine inedita della società svedese che ha anche un lato oscuro, ben lontano dagli stereotipi della Svezia a cui ci si riferisce abitualmente, con foreste immense e laghi cristallini. Per rendere omaggio a questa brava scrittrice ed alla sua protagonista, ho scelto di proporvi qualcosa di semplice e schietto, come il pane. In Svezia, infatti, ogni momento è buono per fare una pausa e le mete preferite degli svedesi sono proprio le panetterie, dove è possibile bere una bevanda calda e gustare un dolce o uno dei tanti, tantissimi tipi di pane. Panini al sesamo, ai semi di papavero, alle spezie, ai cereali, bianchi, neri, profumati, morbidi…ce n’è per tutti i gusti e sono tutti buonissimi, sia da soli che farciti. Io ho preparato quelli ai semi di zucca, li ho farciti con il sempre gustosissimo salmone e ve li consiglio spassionatamente, così come vi consiglio i libri della Lindberg…soprattutto “Il gusto di uccidere”!

PANINI AI SEMI DI ZUCCA

Ingredienti: 200 gr di farina 00 - 200 gr di farina 0 - 180 ml di acqua - 12 gr di lievito di birra - 1 cucchiaino di zucchero - 4 cucchiai di olio extravergine d'oliva - 2 cucchiaini di sale - 2 cucchiai di semi di zucca – latte - semi di zucca

Mettete le farine disposte a fontana e versate man mano al centro l'acqua, leggermente tiepida, nella quale avete precedentemente sciolto il lievito. Iniziate a lavorare l'impasto e, quando la farina avrà assorbito tutta l'acqua, aggiungete il sale, lo zucchero, l'olio e i semi di zucca. Lavorate l'impasto fino ad ottenere un panetto liscio e omogeneo che metterete a lievitare per 2 ore. Riprendete l'impasto e formate con esso 8 panini che andrete a disporre su una placca da forno rivestita di carta forno. Spennellate con un po' di latte, spolverizzare con i semi di zucca e lasciate riposare ancora per 30 minuti. Preriscaldate il forno a 220 gradi e quando sarà caldo infornate i panini e fate cuocere per 15 minuti. Sfornate, lasciate intiepidire e servite. Io ho preparato una crema di burro con dell'erba cipollina fresca tritata a mano, l’ho spalmata sui panini e li ho completati con del salmone, un pizzico di pepe e qualche goccia di limone…una delizia! Buon appetito e alla prossima!

27/06/2018

STIEG LARSSON E LA TRILOGIA MILLENNIUM

Svedese classe 1954, attivista nelle file dei giovani comunisti nordeuropei, scrittore e giornalista di successo, Stieg Larsson ha conosciuto la vera fama solo dopo la sua morte improvvisa, avvenuta nel 2004. Per più di vent’anni ha scritto articoli contro fascismo ed estremismo di destra e nel 1995 ha fondato una rivista trimestrale antirazzista "Expo"; ha tenuto conferenze in tutta Europa ed è arrivato a collaborare con Scotland Yard. Per le sue decise prese di posizione ricevette diverse minacce di morte ma non si arrese e continuò nel suo lavoro. Nonostante fosse completamente assorbito dalle tante attività ed iniziative legate alla politica, Larsson, poco prima della morte, consegnò ad un’importante casa editrice svedese tre manoscritti, tre romanzi polizieschi che costituiscono la “trilogia di Millennium”. In realtà lo scrittore aveva in mente una
serie di dieci libri ma un infarto fulminante lo colpì prima che potesse finire di scrivere il quarto. Alla loro uscita, avvenuta fra il 2005 e il 2007, i tre romanzi ebbero subito un enorme successo e divennero in breve un caso letterario, arrivando a vendere più di 8 milioni di copie. Ma di cosa si tratta? Millennium è il nome di un mensile di Stoccolma, specializzato in indagini su grandi scandali economici e politici, il cui giornalista più brillante è Mikael Blomkvist. A causa delle sue indagini “scomode”, Mikael finisce spesso nei guai e nel primo libro (Uomini che odiano le donne) dopo un processo che lo giudica colpevole di diffamazione, per evitare il carcere ed allontanarsi per un po’ di tempo da Stoccolma, accetta di lavorare per un miliardario, che gli chiede di far luce su una vicenda vecchia di trent’anni. Ad aiutarlo, inaspettatamente, ci sarà Lisbeth Salander, giovane ed enigmatica hacker dal torbido passato, con la quale instaura uno strano e tormentato rapporto. Nel secondo libro (La ragazza che giocava con il fuoco) l’attenzione si sposta su Lisbeth. Accusata di triplice omicidio, ricercata dalla polizia e da nemici emersi dal suo passato, la ragazza potrà fare affidamento solo su sé stessa e su Mikael, che cercherà di aiutarla in tutti i modi per provare la sua innocenza. Per farlo, però, dovrà scavare nella storia familiare di Lisbeth e quello che scoprirà sarà davvero scioccante. Infine, nel terzo capitolo della trilogia (La regina dei castelli di carta), è ancora Lisbeth che dovrà lottare per la sua vita. Con il suo passato, infatti, sono emersi anche segreti che in tanti vorrebbero lasciare sepolti. La giovane e tormentata hacker è diventata molto scomoda per uomini importanti, potenti e privi di scrupoli e Mikael potrà salvarla solo pubblicando verità scottanti sulla sua rivista…ma così anche lui rischia grosso. Ho letto i tre libri, uno dopo l’altro, divorando ogni pagina e rimanendo sveglia fino a tardi, incollata alle parole scritte da Larsson con uno stile semplice e scorrevole che ti impedisce di fermarti. La figura di Lisbeth Salander è davvero affascinante ed ambigua: in un capitolo la adori e vorresti aiutarla e nel capitolo successivo ti ritrovi a odiare alcune sue azioni ed a dubitare di lei. In ogni caso sei talmente “immerso” nel libro che ti sembra di farne
parte! E anche la trasposizione cinematografica, con una fantastica Noomi Rapace ad interpretare la hacker svedese, è stata davvero incredibilmente fedele ai libri. Nonostante l’originalità e l’intelligenza introversa del suo personaggio, però, dal punto di vista del gusto Lisbeth è proprio negata! Mangia solo cibo surgelato e beve caffè a litri! Praticamente si riempie il freezer di “Billys Pan Pizza”, una sorta di pizza all’americana ricoperta di un’accozzaglia di ingredienti…povera ragazza…in tanti momenti, leggendo le sue avventure, avrei voluto correre nel suo appartamento e cucinarle qualcosa di “normale”, facendole capire che anche le papille gustative si meritano il meglio! Invece la leggevo (e la vedevo nel film) intenta a digitare furiosamente sulla tastiera del suo pc, con una tazzona di caffè e la pizza surgelata, passata dalla scatola al microonde al piatto e poi al suo stomaco insensibile! Beh! Come avrete già intuito stasera non vi proporrò una ricetta ma vi parlerò del successo che ebbe l’ideatore della pizza surgelata e che continua ancora oggi. Questa volta non si parla di gusto del delitto ma di delitto del gusto! 
Breve storia della pizza surgelata
Come tutti sappiamo (e come vi ho già scritto nello scorso mese di aprile) pur essendo la pizza nata
alla fine del XIX° secolo, solo nel 2017 l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’umanità l’”arte tradizionale dei pizzaiuoli napoletani”e fin qui tutto bene, anzi! Ovviamente in questa “arte tradizionale” la pizza surgelata non solo non rientra ma è proprio tutt’altra cosa…tanto che molti dicono che non si dovrebbe nemmeno usare il termine “pizza”. Ma, si sa, è il mercato che comanda e i surgelati hanno sempre riscosso un enorme successo. Negli Anni Trenta, negli Stati Uniti, un certo Charles Birdseyes aveva presentato in diversi negozi alcuni tagli di pesce e di carne surgelati, contribuendo alla diffusione di questo nuovo tipo di conservazione e consumo di generi alimentari. Una ventina di anni dopo Joseph Settineri, figlio di immigrati italiani che insieme al fratello Cyrus vendeva ravioli ed altri prodotti di origine italiana, ebbe un’idea che lo avrebbe reso ricco. Il lavoro andava abbastanza bene, visto che, allora come oggi, i prodotti del Belpaese riscuotevano il favore dei consumatori statunitensi. Per aumentare il suo giro d’affari, Joseph creò la prima pizza surgelata, un prodotto che non rispecchiava la ricetta originale ma voleva andare incontro ai gusti dell’americano medio. Il punto però è che, a parte il nome, la pizza made in USA e quella made in 
Italy avevano, e hanno tuttora, ben poco in comune, perché le pizze di oltre oceano sono “troppo”: troppo ricche, troppo condite, spesso con un affastellamento di ingredienti privo di apparente logica. Sono, insomma, lontane anni luce dalle pizze create, preparate e consumate nel nostro Paese. Ciò nonostante inspiegabilmente piacciono! Alla fine degli Anni Sessanta, poi, questo prodotto sbarcò anche da noi e…incredibile a dirsi ebbe successo anche qui! Puntando tutto sulla praticità e nulla sul sapore, riuscì ad occupare una buona fetta di mercato e continua a farlo. Inutile negarlo, tutti prima o poi l’abbiamo assaggiata e, anche se non è in alcun modo all’altezza della “vera pizza”, rimane comunque un prodotto “comodo” da gestire e da consumare, soprattutto con i ritmi frenetici che ci incalzano. Chi è pro chi è contro…ciascuno decida da che parte stare. Io rimango dell’idea che la pizza sia qualcosa di unico. Quella verace dei pizzaioli, quella casalinga fatta dalla mamma, quella più semplice presa al volo dal panettiere…ciascuna ha la sua consistenza, il suo sapore e la sua bontà e il prodotto surgelato non arriverà mai ad eguagliarla. Quindi, mi raccomando, mentre siete presi dalla lettura di un bel libro giallo o vi preparate a vedere un bel film, se proprio non riuscite a cucinarla voi direttamente, fatevela portare a casa dal pizzaiolo più vicino…e gustatela fino in fondo!