Un buon libro, così come un buon piatto, deve attrarre, catturare, coinvolgere, stupire, emozionare...In moltissimi gialli il cibo gioca un ruolo importante a volte fondamentale e i detective usano tutti i loro sensi per risolvere i misteri: tatto, udito, olfatto,vista e gusto...il gusto del delitto...
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14/09/2022
IL METODO DEL COCCODRILLO: LOJACONO PRIMA DI PIZZOFALCONE
Vi ho già
parlato di Maurizio De Giovanni, creatore di diversi personaggi, in particolare
dei mitici Bastardi di Pizzofalcone (vedi post del 4/03/2020)…ma non vi ho
detto che c’è un romanzo che si può considerare il preludio della serie,
portata anche sul piccolo schermo. Si tratta de “Il metodo del coccodrillo”,
uscito nel 2012, in cui De Giovanni ci presenta il commissario Giuseppe
Lojacono, appena trasferito a Napoli dalla Sicilia, per “punizione”. Un
collaboratore di giustizia, infatti, lo ha accusato di passare informazioni
alla mafia e lui, stimato segugio della squadra mobile di Agrigento, ha perso
tutto, dall'affetto della moglie e della figlia fino al rispetto di colleghi e
amici. Sta combattendo, anche se a distanza, per riabilitare il suo nome e per
riallacciare i rapporti con la figlia Marinella, che sua moglie gli impedisce
di vedere e sentire. E questa per lui è la sofferenza più grande. Immediatamente
dopo c’è la rabbia di non essere rispettato e considerato per quello che è: un
poliziotto che vorrebbe solo svolgere il suo lavoro. Si ritrova in una città,
Napoli, qui presentata come scura, tetra,avvolta nell’indifferenza, dove non
conosce nessuno e dove nessuno conosce lui. E nel commissariato di San Gaetano,
in cui è considerato pari a zero, Lojacono si sente come all’inferno. Non gli
vengono affidati incarichi, non segue nessuna inchiesta e viene assegnato
all’Ufficio denunce, dove dovrebbe lavorare con il sovrintendente Giuffrè.
Dovrebbe…sì…perché in realtà l’unico che prende le poche (e colorite!) denunce
è proprio il ciarliero Giuffrè, che non riesce proprio a capire quel suo nuovo
collega, così ombroso e taciturno, sempre seduto davanti al PC, con la testa
chissà dove. Finché un giorno, anzi una notte, durante uno dei turni che
nessuno vuole e che lui, invece, accetta volentieri per poter stare da solo,
Lojacono deve uscire per rispondere ad una chiamata. Si tratta di omicidio. La
vittima è un ragazzo di appena sedici anni e la disperazione della madre lo colpisce
come un pugno nello stomaco, soprattutto gli fa sentire ancora di più la
mancanza di Marinella, che ha la stessa età dell’adolescente riverso a terra,
ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Lojacono arriva sulla scena del
crimine, osserva, registra ogni piccolo particolare, sul campo emerge il suo
essere commissario, abituato a guardare ogni cosa con occhi indagatori,
apparentemente freddi e vigili, ad andare oltre le apparenze per cercare di
entrare nella mente dell’assassino. Ma la sua presenza non è gradita. Non
appena giunge sulla scena, Di Vincenzo, il suo nuovo capo, gli ordina di
tornare in ufficio a scaldare la sedia, a chiudere di nuovo gli occhi, perché
lui è un infame, un traditore e non è gradito. Lojacono obbedisce però prima
dice la sua, esprime un suo pensiero, esterna un’intuizione…Ovviamente viene
ignorato da tutti ma non dalla giovane ed affascinante Laura Piras, magistrato
che si occupa delle indagini e che, nonostante i malumori degli altri
poliziotti, lo coinvolgerà quando la scia di morte continuerà e le piste da
seguire sembreranno dei vicoli ciechi. La Piras è la prima a capire l’arguzia e
le capacità del commissario siciliano, la prima ad ignorare le motivazioni che
l’hanno portato a Napoli e a credere in lui, la prima che lo guarderà negli
occhi per confrontarsi con lui e per farsi aiutare in quella che diventerà una
tremenda caccia all’uomo. Un uomo che i media hanno ribattezzato “il
coccodrillo”, perché pare che pianga, prima o dopo gli omicidi, un uomo che sa
attendere il momento giusto per agire, un uomo che colpisce di notte e poi sembra
dileguarsi nel nulla, un uomo che porta in sé una profonda sofferenza. Lojacono
è l’unico che riesce a capire le sue motivazioni perché, del resto, anche lui è
un uomo che convive con una profonda sofferenza. E questa sua capacità di
empatia lo porterà a risolvere il caso, anche se la vittoria avrà un sapore
amaro e non servirà a riportare in vita le vittime innocenti che il coccodrillo
ha seminato lungo il suo cammino. Ho letto questo libro in due giorni, perché
non riuscivo a smettere, dovevo assolutamente andare avanti e arrivare alla
fine, all’epilogo. Che, non ve lo nascondo, è proprio amaro! Ciò nonostante, come
tutti i libri di De Giovanni, anche questo mi ha coinvolto fin dalle prime
pagine e mi ha trasportato in una Napoli un po’ “diversa” rispetto alla città
solare e avvolgente descritta in altri libri. Del resto per raccontare il
dramma dell’assassino e per presentare Lojacono, De Giovanni non poteva fare
altrimenti. “Il metodo del coccodrillo” andrebbe proprio letto prima di leggere
gli altri romanzi dedicati ai Bastardi di Pizzofalcone, soprattutto perché
getta una luce diversa proprio su Giuseppe Lojacono. Ho voluto leggerlo per
questo motivo e vi consiglio di fare altrettanto. Per quanto riguarda il gusto…beh!
Come già tutti sapete, gli unici pasti degni di tale nome che si concede
Lojacono sono le cene al ristorante di Letizia, che si è perdutamente
innamorata di “Peppuccio” (come lo chiama lei) fin dal primo momento in cui si
è seduto al “suo” tavolo. Da quel momento gli ha sempre tenuto quel posto, dove
lo raggiunge prima della chiusura, per fare due chiacchiere con quell’uomo così
misterioso ed affascinante. Ahimè! Le prelibatezze di Letizia non vanno proprio
d’accordo con il caldo che ci sta distruggendo da mesi e sapete tutti, ormai,
che non mi metto ai fornelli se le temperature non scendono seriamente (e per
me seriamente significa sotto i 20 gradi!). Quindi, anziché leggere il libro
preparando un ragù o un gattò di patate, ho scelto di godermelo gustando un
classico dei classici estivi: prosciutto e melone. Lo so, sembra banale…ma non
lo è! Inoltre, per rendere omaggio a Napoli, ho deciso di esagerare e ho
aggiunto anche una mozzarellina di bufala rigorosamente campana! So bene di avervi
abituato a ricette e piatti ben diversi ma per ora dovrete accontentarvi. E voglio
darvi un piccolo suggerimento: anche quando preparate un piatto “base” per il
quale non dovete nemmeno cucinare, come quello che vi propongo stasera, non
limitatevi a mettere in tavola tutti gli ingredienti…presentateli sempre con cura
e un po’ di allegria, in modo che anche l’occhio abbia la sua parte e goda
insieme agli altri sensi di quanto state per mangiare. Così facendo anche un
semplice melone con prosciutto e una mozzarella, possono diventare una festa
per occhi, naso, palato e stomaco! Buona lettura e buon appetito a tutti! Vi
aspetto alla prossima.
04/03/2020
I BASTARDI DI PIZZOFALCONE: UNA STORIA DI RISCATTO FRA I VICOLI DI NAPOLI
Vi ho già parlato del bravissimo Maurizio De Giovanni e del “suo”
commissario Ricciardi. Forse, però, molti lo conoscono di più per altri
personaggi da lui creati e che hanno riscosso un enorme successo sia fra le
pagine dei suoi libri sia sul piccolo schermo. Si tratta dei “Bastardi di
Pizzofalcone” ed è proprio di loro che voglio parlarvi oggi. Siamo a Napoli e il
commissariato di Pizzofalcone è appena stato teatro di una brutta storia, la
peggiore: quattro poliziotti che vi lavoravano erano corrotti ed implicati in
un traffico di droga...praticamente dei bastardi. La Questura decide di rimpiazzarli
con dei “soggetti problematici”, cioè con dei poliziotti che, in un modo o
nell’altro, sono diventati scomodi e poco graditi in altri reparti…praticamente
altri bastardi,
pur se in altro senso. In questo modo i superiori pensano che l’ormai agonizzante commissariato arriverà più speditamente al fallimento ed alla conseguente chiusura. E così il comando viene affidato al commissario Luigi Palma, sempre positivo e gioviale, separato e appassionato del suo lavoro, il quale si ritrova a gestire una squadra apparentemente già perdente, composta da soggetti che non potrebbero essere più diversi ed incompatibili fra loro. Giuseppe Lojacono, ispettore proveniente dalla Sicilia, allontanato perché accusato (ingiustamente) da un pentito di essere un informatore della mafia. Ha perso tutto: la sua carriera, la stima dei colleghi, la famiglia…gli rimangono la sua professionalità e le sue grandi capacità investigative. Francesco Romano, burbero, “sanguigno”, con un carattere impetuoso e
violento che lo ha portato ad aggredire un sospettato e ha rovinato il suo matrimonio. Alessandra Di Nardo, “Alex”, introversa e riflessiva, da sempre succube del padre, generale dell’esercito in pensione che avrebbe preferito un figlio maschio, al quale nasconde la sua omosessualità. La sua passione per le armi le ha fatto rischiare di uccidere il suo capo che l’ha “spedita” a Pizzofalcone. Marco Aragona, giovane agente raccomandato perché “figlio di papà”, si atteggia a detective delle serie tv americane ma deve dimostrare di fare sul serio, in quanto gli è stata data un’ultima possibilità per tenere la divisa. A completare la squadra ci sono due veterani del commissariato, risultati estranei ai traffici illeciti dei loro colleghi: Giorgio Pisanelli e Ottavia Calabrese. Il primo è la memoria storica di Pizzofalcone, conosce benissimo il quartiere e le persone che lo abitano. Vedovo e completamente dedito al lavoro, è ossessionato da una serie di morti sospette, catalogate come suicidi, sulle quali indaga da tempo per conto proprio. Ottavia, invece, è l’esperta informatica del gruppo e considera il lavoro, oltre che una missione, una sorta di scappatoia dalla pesantezza della sua vita privata, segnata da un figlio autistico e da un marito inerte ed asfissiante. Ciascuno di loro si
ritrova catapultato in una situazione difficile, con colleghi che non avrebbe mai scelto ma tutti hanno un solo, fondamentale obiettivo: riscattarsi e dimostrare a chi li ha messi in un angolo di essere dei bravi ed onesti poliziotti. Ci sono anche altri personaggi che ruotano intorno a loro, più o meno importanti ma tutti con il loro specifico posto e le loro sfumature. Fra gli altri la PM Laura Piras, intransigente, energica e fortemente attratta da Lojacono; Marinella, figlia di Lojacono in piena crisi adolescenziale; Frate Leonardo, amico e confidente del buon Pisanelli e tanti altri. Sullo sfondo, poi, la stupenda e tormentata città di Napoli, con i suoi vicoli stretti dove tanti vedono e pochi parlano ma dai quali alla fine emerge un’umanità pulsante ed appassionata. A poco a poco i nostri “bastardi” iniziano a conoscersi e ad apprezzarsi, a risolvere dei casi difficili e a farsi notare dai “piani alti”. La chiusura del commissariato si allontana ed il gruppo diventa sempre più una vera squadra, affiatata ed efficiente, nella quale ciascuno può essere sé stesso e ricoprire il proprio ruolo. Dai fantastici libri di De Giovanni è stata tratta la serie televisiva trasmessa dalla Rai, che ha riscosso grande successo ed è già alla terza stagione. Tutti gli attori sono davvero bravissimi! Chi ha letto i libri e ha poi guardato la serie ha ritrovato un’interpretazione magistrale dei diversi personaggi, primo fra tutti (lasciatemelo dire!) quel gran figo di Alessandro Gassmann, che interpreta Lojacono, seguito da Carolina Crescentini (Laura Piras) e da Massimiliano Gallo (Luigi Palma), per citare solo i più famosi. Penso che abbiate capito che vi consiglio vivamente di leggere i libri dei Bastardi e, se vi capita, di guardare anche la fiction perché è uno dei rari casi in cui la seconda è degna dei primi! A questa bellissima squadra ho voluto abbinare una delle ricette tradizionali napoletane: la pasta patate e provola.
Mi chiederete per quale motivo…beh! Per fare questo piatto viene utilizzata la pasta mista, composta da diversi formati di pasta appunto, che insieme alle patate ed alla provola si amalgamano e creano un giusto contrasto tra morbido e croccante. Penso di poter paragonare i bastardi di Pizzofalcone, così diversi fra di loro, alla pasta mista: alla fine il risultato è sorprendente e molto, molto gustoso! Provatela!
RICETTA PASTA PATATE E PROVOLA
Ingredienti per 4 persone: 350 gr patate – 250 gr pasta mista – 100 gr provola
– 4 pomodorini - rosmarino – 1 litro brodo vegetale - 1 mazzetto prezzemolo
tritato finemente - olio extravergine d’oliva – sale – pepe – aglio (se si
desidera)
Lavare e sbucciare le patate e tagliarle a dadini. In una casseruola versare un filo l’olio extra vergine di oliva e aggiungere una testa d’aglio (se si desidera). Soffriggere per un po’ e aggiungere i cubetti di patate, qualche ago di rosmarino e i pomodorini (servono a dare un po' di colore). Togliere l’aglio, coprire le patate con il brodo e portare a bollore. Calare la pasta mista, portandola a cottura (se necessario aggiungere altro brodo). Nel frattempo tagliare la provola a dadini piccoli. Una volta che la pasta risulterà cotta, spegnere il fuoco, aggiustare di sale e pepe, condire con un filo d’olio evo e mescolare facendo addensare il fondo di cottura. Unire, infine, la provola e il prezzemolo continuando a mescolare. Una volta che sarà mantecata, servire la pasta guarnendo con un altro filo d’olio e un rametto di rosmarino. Questo piatto è semplice e gustoso e sarebbe un vero delitto non provarlo! Buon appetito!
pur se in altro senso. In questo modo i superiori pensano che l’ormai agonizzante commissariato arriverà più speditamente al fallimento ed alla conseguente chiusura. E così il comando viene affidato al commissario Luigi Palma, sempre positivo e gioviale, separato e appassionato del suo lavoro, il quale si ritrova a gestire una squadra apparentemente già perdente, composta da soggetti che non potrebbero essere più diversi ed incompatibili fra loro. Giuseppe Lojacono, ispettore proveniente dalla Sicilia, allontanato perché accusato (ingiustamente) da un pentito di essere un informatore della mafia. Ha perso tutto: la sua carriera, la stima dei colleghi, la famiglia…gli rimangono la sua professionalità e le sue grandi capacità investigative. Francesco Romano, burbero, “sanguigno”, con un carattere impetuoso e
violento che lo ha portato ad aggredire un sospettato e ha rovinato il suo matrimonio. Alessandra Di Nardo, “Alex”, introversa e riflessiva, da sempre succube del padre, generale dell’esercito in pensione che avrebbe preferito un figlio maschio, al quale nasconde la sua omosessualità. La sua passione per le armi le ha fatto rischiare di uccidere il suo capo che l’ha “spedita” a Pizzofalcone. Marco Aragona, giovane agente raccomandato perché “figlio di papà”, si atteggia a detective delle serie tv americane ma deve dimostrare di fare sul serio, in quanto gli è stata data un’ultima possibilità per tenere la divisa. A completare la squadra ci sono due veterani del commissariato, risultati estranei ai traffici illeciti dei loro colleghi: Giorgio Pisanelli e Ottavia Calabrese. Il primo è la memoria storica di Pizzofalcone, conosce benissimo il quartiere e le persone che lo abitano. Vedovo e completamente dedito al lavoro, è ossessionato da una serie di morti sospette, catalogate come suicidi, sulle quali indaga da tempo per conto proprio. Ottavia, invece, è l’esperta informatica del gruppo e considera il lavoro, oltre che una missione, una sorta di scappatoia dalla pesantezza della sua vita privata, segnata da un figlio autistico e da un marito inerte ed asfissiante. Ciascuno di loro si
ritrova catapultato in una situazione difficile, con colleghi che non avrebbe mai scelto ma tutti hanno un solo, fondamentale obiettivo: riscattarsi e dimostrare a chi li ha messi in un angolo di essere dei bravi ed onesti poliziotti. Ci sono anche altri personaggi che ruotano intorno a loro, più o meno importanti ma tutti con il loro specifico posto e le loro sfumature. Fra gli altri la PM Laura Piras, intransigente, energica e fortemente attratta da Lojacono; Marinella, figlia di Lojacono in piena crisi adolescenziale; Frate Leonardo, amico e confidente del buon Pisanelli e tanti altri. Sullo sfondo, poi, la stupenda e tormentata città di Napoli, con i suoi vicoli stretti dove tanti vedono e pochi parlano ma dai quali alla fine emerge un’umanità pulsante ed appassionata. A poco a poco i nostri “bastardi” iniziano a conoscersi e ad apprezzarsi, a risolvere dei casi difficili e a farsi notare dai “piani alti”. La chiusura del commissariato si allontana ed il gruppo diventa sempre più una vera squadra, affiatata ed efficiente, nella quale ciascuno può essere sé stesso e ricoprire il proprio ruolo. Dai fantastici libri di De Giovanni è stata tratta la serie televisiva trasmessa dalla Rai, che ha riscosso grande successo ed è già alla terza stagione. Tutti gli attori sono davvero bravissimi! Chi ha letto i libri e ha poi guardato la serie ha ritrovato un’interpretazione magistrale dei diversi personaggi, primo fra tutti (lasciatemelo dire!) quel gran figo di Alessandro Gassmann, che interpreta Lojacono, seguito da Carolina Crescentini (Laura Piras) e da Massimiliano Gallo (Luigi Palma), per citare solo i più famosi. Penso che abbiate capito che vi consiglio vivamente di leggere i libri dei Bastardi e, se vi capita, di guardare anche la fiction perché è uno dei rari casi in cui la seconda è degna dei primi! A questa bellissima squadra ho voluto abbinare una delle ricette tradizionali napoletane: la pasta patate e provola.
Mi chiederete per quale motivo…beh! Per fare questo piatto viene utilizzata la pasta mista, composta da diversi formati di pasta appunto, che insieme alle patate ed alla provola si amalgamano e creano un giusto contrasto tra morbido e croccante. Penso di poter paragonare i bastardi di Pizzofalcone, così diversi fra di loro, alla pasta mista: alla fine il risultato è sorprendente e molto, molto gustoso! Provatela!
RICETTA PASTA PATATE E PROVOLA
Lavare e sbucciare le patate e tagliarle a dadini. In una casseruola versare un filo l’olio extra vergine di oliva e aggiungere una testa d’aglio (se si desidera). Soffriggere per un po’ e aggiungere i cubetti di patate, qualche ago di rosmarino e i pomodorini (servono a dare un po' di colore). Togliere l’aglio, coprire le patate con il brodo e portare a bollore. Calare la pasta mista, portandola a cottura (se necessario aggiungere altro brodo). Nel frattempo tagliare la provola a dadini piccoli. Una volta che la pasta risulterà cotta, spegnere il fuoco, aggiustare di sale e pepe, condire con un filo d’olio evo e mescolare facendo addensare il fondo di cottura. Unire, infine, la provola e il prezzemolo continuando a mescolare. Una volta che sarà mantecata, servire la pasta guarnendo con un altro filo d’olio e un rametto di rosmarino. Questo piatto è semplice e gustoso e sarebbe un vero delitto non provarlo! Buon appetito!
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31/10/2019
IL COMMISSARIO RICCIARDI, INDAGINI E SFOGLIATELLE A NAPOLI
Maurizio De Giovanni, napoletano verace classe 1958, è uno scrittore,
sceneggiatore e drammaturgo italiano, conosciuto soprattutto come autore di
libri gialli, pur avendo “spaziato” anche in altri generi. Nel 2005 partecipa
ad un concorso per giallisti emergenti e per l’occasione crea il commissario
Ricciardi, che vive e lavora nella Napoli degli Anni Trenta. Il successo è
immediato e a questo primo racconto, seguono altri romanzi con lo stesso
protagonista. Ricciardi, però, non è l’unico personaggio creato da De Giovanni.
A lui, infatti, si affiancano prima l’ispettore Lojacono e, in seguito,
Lojacono e la sua squadra, nota come quella dei “Bastardi di Pizzofalcone”. Dai
libri dei “bastardi” è stata tratta la fortunata serie televisiva con
Alessandro Gassman, trasmessa dalla Rai a partire dal 2017, mentre proprio in
questi giorni si sta girando la prima serie dedicata al commissario Ricciardi,
che sarà interpretato dal bravissimo Lino Guanciale. I primi quattro romanzi
che vedono protagonista il commissario compongono il cosiddetto “ciclo delle
stagioni”: “Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi”,
“La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi”, “Il
posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi” ed infine “Il giorno dei
morti. L’autunno del commissario Ricciardi”. Se volete conoscerlo, iniziate
proprio da questi ed in questo ordine. De Giovanni, infatti, ne ha scritti
altri undici ma questi ci permettono di conoscere a fondo questo personaggio
così singolare nel panorama del genere giallo-noir italiano. Nato nel 1900 in
Cilento, da una famiglia nobile, alla morte dei genitori Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte, si trasferisce a Napoli con Rosa, l’anziana tata che lo ha cresciuto e continua ad amarlo come se fosse suo figlio (…e a pregare che si trovi una donna da sposare!) Nella città partenopea si laurea in legge ed entra nella Regia polizia, pur non avendo necessità di lavorare. Ricco, integerrimo, intelligente; la sua preparazione, la sua capacità deduttiva ed il suo carattere introverso lo mettono in cattiva luce con i colleghi, che non riescono a relazionarsi con un uomo così strano ed ombroso, che considera vittime anche i colpevoli dei delitti sui quali indaga. Al contrario, la sua completa indifferenza verso la carriera e verso qualsiasi tipo di riconoscimento, gli avvalgono il rispetto dei superiori, primo fra tutti il vicequestore Garzo, che si prende volentieri i suoi meriti davanti al regime ed alla stampa e si fa sentire solo quando, durante le sue indagini, il commissario non usa nessun tipo di riguardo nei confronti di nobili e potenti (Non dimentichiamoci che siamo negli Anni Trenta, nel pieno dell’epoca fascista). Gli unici due colleghi con i quali il commissario si rapporta volentieri sono il brigadiere Maione, suo braccio destro, padre di famiglia e poliziotto dal cuore grande, e il razionale e umanissimo dottor Modo, medico legale e ardente antifascista. Oltre alle sue incredibili doti, il commissario ha una caratteristica segreta che lo tormenta ma spesso lo aiuta nella soluzione dei casi, anche dei più difficili. Lui “sente” il dolore, “vede” le vittime di morte violenta e sente le loro ultime parole. Si tratta di un “dono” o di una condanna? Non sempre la differenza è netta. Ricciardi lo chiama “il fatto” e ci convive fin da bambino, quando scopre in un campo il cadavere di un bracciante. Crescendo ha cercato di gestire questo “fatto” e di non parlarne con nessuno, per paura di essere definito pazzo. Ciò lo fa vivere in un'atmosfera di continua tristezza, circondato dalle immagini dei corpi straziati in incidenti, suicidi e omicidi e dalla mestizia delle loro ultime invocazioni d'aiuto. Ha conosciuto Maione proprio quando il figlio del brigadiere, anch'egli poliziotto, fu ucciso e Ricciardi gli riferì le sue ultime parole. E il brigadiere non lo ha giudicato e, anzi, da allora non lo ha più abbandonato. Lo accompagna, infatti, in ogni sua indagine, ammirando il suo profondo senso della giustizia e la sua capacità di calarsi nei panni di vittima e carnefice, tornando e ritornando sugli stessi dettagli, lavorando senza sosta per non correre il rischio di incolpare un innocente. Per il commissario il movente di qualsiasi delitto si riconduce a due soli motivi: la fame o l’amore. E le sue indagini confermano quasi sempre questa sua convinzione. A causa del “fatto” la sua vita affettiva è vuota. Le uniche donne presenti nella sua esistenza sono Rosa,
che è per lui come una madre, Enrica, una timida ragazza che lui ama platonicamente, guardandola dalla finestra della sua stanza, ignaro del fatto che anche lei lo osserva ogni giorno, e Livia, vedova di un famoso tenore, che lo corteggia apertamente. A parte queste “distrazioni”, il nostro buon Ricciardi non fa altro che lavorare. A pranzo mangia una pizza al volo o si concede una sfogliatella al Caffè Gambrinus, in piazza Plebiscito, mentre alla cena (per fortuna!) ci pensa Rosa. Avendo molto apprezzato i libri che lo vedono protagonista, non vedo l’ora di guardare anche la serie televisiva: sono proprio curiosa di vedere come riusciranno a portare sul piccolo schermo questo originalissimo personaggio! Vi consiglio, nel frattempo, di leggere i suoi romanzi, almeno il ciclo delle stagioni e vi segnalo, nell’edizione Einaudi del primo libro, quello sull’inverno, il racconto dell’incontro fra il commissario Ricciardi e Maurizio De Giovanni, il suo creatore: davvero notevole! Per quanto riguarda il gusto, beh! Ho scelto una missione suicida: ho deciso di misurarmi con le sfogliatelle! E visto che sono proprio fuori di testa, ho provato a fare sia le sfogliatelle ricce che le frolle! Le prime sono state un completo disastro perché ho miseramente fallito con la sfoglia (ma ci riproverò, non dubitate!), mentre le altre sono venute proprio bene! Provateci anche voi e poi fatemi sapere se ci siete riusciti!!!
SFOGLIATELLE NAPOLETANE NELLE DUE VARIANTI (ricetta originale
partenopea)Cilento, da una famiglia nobile, alla morte dei genitori Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte, si trasferisce a Napoli con Rosa, l’anziana tata che lo ha cresciuto e continua ad amarlo come se fosse suo figlio (…e a pregare che si trovi una donna da sposare!) Nella città partenopea si laurea in legge ed entra nella Regia polizia, pur non avendo necessità di lavorare. Ricco, integerrimo, intelligente; la sua preparazione, la sua capacità deduttiva ed il suo carattere introverso lo mettono in cattiva luce con i colleghi, che non riescono a relazionarsi con un uomo così strano ed ombroso, che considera vittime anche i colpevoli dei delitti sui quali indaga. Al contrario, la sua completa indifferenza verso la carriera e verso qualsiasi tipo di riconoscimento, gli avvalgono il rispetto dei superiori, primo fra tutti il vicequestore Garzo, che si prende volentieri i suoi meriti davanti al regime ed alla stampa e si fa sentire solo quando, durante le sue indagini, il commissario non usa nessun tipo di riguardo nei confronti di nobili e potenti (Non dimentichiamoci che siamo negli Anni Trenta, nel pieno dell’epoca fascista). Gli unici due colleghi con i quali il commissario si rapporta volentieri sono il brigadiere Maione, suo braccio destro, padre di famiglia e poliziotto dal cuore grande, e il razionale e umanissimo dottor Modo, medico legale e ardente antifascista. Oltre alle sue incredibili doti, il commissario ha una caratteristica segreta che lo tormenta ma spesso lo aiuta nella soluzione dei casi, anche dei più difficili. Lui “sente” il dolore, “vede” le vittime di morte violenta e sente le loro ultime parole. Si tratta di un “dono” o di una condanna? Non sempre la differenza è netta. Ricciardi lo chiama “il fatto” e ci convive fin da bambino, quando scopre in un campo il cadavere di un bracciante. Crescendo ha cercato di gestire questo “fatto” e di non parlarne con nessuno, per paura di essere definito pazzo. Ciò lo fa vivere in un'atmosfera di continua tristezza, circondato dalle immagini dei corpi straziati in incidenti, suicidi e omicidi e dalla mestizia delle loro ultime invocazioni d'aiuto. Ha conosciuto Maione proprio quando il figlio del brigadiere, anch'egli poliziotto, fu ucciso e Ricciardi gli riferì le sue ultime parole. E il brigadiere non lo ha giudicato e, anzi, da allora non lo ha più abbandonato. Lo accompagna, infatti, in ogni sua indagine, ammirando il suo profondo senso della giustizia e la sua capacità di calarsi nei panni di vittima e carnefice, tornando e ritornando sugli stessi dettagli, lavorando senza sosta per non correre il rischio di incolpare un innocente. Per il commissario il movente di qualsiasi delitto si riconduce a due soli motivi: la fame o l’amore. E le sue indagini confermano quasi sempre questa sua convinzione. A causa del “fatto” la sua vita affettiva è vuota. Le uniche donne presenti nella sua esistenza sono Rosa,
che è per lui come una madre, Enrica, una timida ragazza che lui ama platonicamente, guardandola dalla finestra della sua stanza, ignaro del fatto che anche lei lo osserva ogni giorno, e Livia, vedova di un famoso tenore, che lo corteggia apertamente. A parte queste “distrazioni”, il nostro buon Ricciardi non fa altro che lavorare. A pranzo mangia una pizza al volo o si concede una sfogliatella al Caffè Gambrinus, in piazza Plebiscito, mentre alla cena (per fortuna!) ci pensa Rosa. Avendo molto apprezzato i libri che lo vedono protagonista, non vedo l’ora di guardare anche la serie televisiva: sono proprio curiosa di vedere come riusciranno a portare sul piccolo schermo questo originalissimo personaggio! Vi consiglio, nel frattempo, di leggere i suoi romanzi, almeno il ciclo delle stagioni e vi segnalo, nell’edizione Einaudi del primo libro, quello sull’inverno, il racconto dell’incontro fra il commissario Ricciardi e Maurizio De Giovanni, il suo creatore: davvero notevole! Per quanto riguarda il gusto, beh! Ho scelto una missione suicida: ho deciso di misurarmi con le sfogliatelle! E visto che sono proprio fuori di testa, ho provato a fare sia le sfogliatelle ricce che le frolle! Le prime sono state un completo disastro perché ho miseramente fallito con la sfoglia (ma ci riproverò, non dubitate!), mentre le altre sono venute proprio bene! Provateci anche voi e poi fatemi sapere se ci siete riusciti!!!
Ingredienti per il ripieno (uguale per entrambe): 250 gr ricotta – 150 gr semolino – 500 ml acqua - 100 gr canditi misti – 150 gr zucchero a velo – un uovo – essenza di vaniglia – cannella
Per la preparazione del ripieno occorre far bollire in una casseruola mezzo litro di acqua, versarvi il semolino a pioggia e mescolare, evitando che si formino grumi. Dopo averlo fatto raffreddare, versarlo in una terrina, unire la ricotta, l’uovo, lo zucchero a velo, i canditi, un pizzico di cannella e qualche goccia di essenza di vaniglia. Far riposare il composto in frigorifero per almeno un paio d’ore.
Ingredienti per l’impasto della sfogliatella frolla: 500 gr farina – 200 gr strutto – 200 gr zucchero – 3
uova Preparare la pasta frolla e farla riposare in frigorifero per almeno un’ora. Riprenderla, stenderla e, con l’aiuto di un coppapasta (o di una tazzina), ricavare dei dischi uguali. Posizionare il ripieno al centro di metà dei dischi e coprirli con la restante metà. Mettere i dolci in forno a 180° per 20 minuti circa. Sfornare, lasciare raffreddare e servire con una spolverata di zucchero a velo.
Ingredienti per l’impasto della sfogliatella riccia: 400 gr farina – 150 gr burro – 50 gr zucchero – un pizzico di sale – acqua q.b.
Lavorare gli ingredienti, aggiungendo acqua sufficiente a rendere l’impasto sodo ed elastico. Dividerlo in 4 sfoglie, sovrapporle e arrotolarle. Tagliare delle fette larghe circa 1 cm e piegarle una ad una, spingendo con le dita e ricavando una specie di “cappuccio”
triangolare, nel quale andrà inserito il ripieno precedentemente preparato. Adagiare le sfoglie sulla teglia e infornare a 200° per 20 minuti, poi a 180° per altri 20 minuti ed infine a 160° per dieci minuti. Le sfogliatelle dovranno essere ben dorate ma non bruciate. Lasciarle raffreddare e servirle con una spolverata di zucchero a velo. Attenzione: una volta sfornate, attratti dal profumo inebriante, vi verrà voglia di addentarne subito una...non fatelo!!!! Esternamente potrebbero anche essere solo un po’ calde ma il ripieno è ustionante!!! Sono l’ideale per un caffè o un tè in compagnia o per una merenda, sul divano, con una tisana calda e un bel libro…in entrambi i casi finiranno in un istante. Buona degustazione, buona lettura e alla prossima!
23/10/2019
NAPOLI, AGLIO, OLIO E...ASSASSINO!
Pino Imperatore, umorista e giornalista, è nato nel 1961 a Milano, da
genitori napoletani emigrati per lavoro e poi tornati nel loro paese di origine,
Mugnano di Napoli. Attualmente vive ad Aversa e lavora a Napoli. Fin da ragazzo
Imperatore dimostra un vivo interesse per la letteratura, il giornalismo e
l’impegno civile, vivendo un forte senso di appartenenza alla sua amata
Campania, così affascinante ed al tempo stesso così martoriata. Dopo la laurea
in Scienze Politiche, inizia subito a collaborare con le principali testate
giornalistiche, lavorando anche con Amato Lamberti e Giancarlo Siani.
L’uccisione di quest’ultimo per mano della camorra segnerà profondamente il
giovane Pino e lo porterà ad impegnarsi nel sociale per combattere con tutti i
mezzi questo “cancro” che divora la sua terra. Le sue armi principali sono da
allora i suoi articoli, i suoi libri, le sue sceneggiature e il suo immenso
umorismo. Pino Imperatore scrive della camorra utilizzando personaggi
tragicomici che fanno ridere ma fanno riflettere e lasciano l’amaro in bocca.
Scrive moltissimo e diverse delle sue opere diventano best sellers e vengono
utilizzate nelle scuole per affrontare il tema della lotta alla camorra. Il
successo come scrittore, in tal senso, arriva con il romanzo “Benvenuti in casa
Esposito – Le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista”, in cui
racconta le avventure del figlio goffo e incapace di un boss, che cerca di
emulare il padre Le indagini porteranno Scapece a
scavare nel passato delle superstizioni e delle leggende napoletane, arrivando
anche a rischiare in prima persona per assicurare il colpevole alla giustizia.
Nonostante i delitti che vengono commessi e narrati, il libro di Pino
Imperatore è davvero “scoppiettante” e pieno di momenti, di “scenette”
esilaranti che alleggeriscono non poco il racconto, stemperando il crescendo di
tensione che coinvolge il lettore. Ve lo consiglio di cuore, soprattutto se
volete una lettura rilassante. Essendo ambientato, per buona parte, nel locale
dei Vitiello, nel romanzo si trovano moltissime descrizioni di piatti tipici e
stuzzicanti, citazioni, racconti e richiami di argomento culinario…ma non ho
potuto fare altro che scegliere la ricetta che viene richiamata nel titolo e
che è la protagonista per eccellenza: gli spaghetti aglio, olio e peperoncino.
finendo sempre per combinare guai. Il suo primo libro come
giallista, invece, è “Aglio, olio e assassino”, un poliziesco avvincente, ricco
di suspense e, al tempo stesso, spassosissimo! Le parole di Imperatore scorrono
che è un piacere e riescono a coinvolgerti, catapultandoti letteralmente in
quella che lui definisce la città più imprevedibile del mondo: Napoli. Nel
pittoresco quartiere di Mergellina si trova da più di trent’anni la premiata
trattoria “Partenope”, gestita da Francesco Vitiello, meglio conosciuto come
Nonno Ciccio, e da suo figlio Peppe, detto Braciola. E di fronte al locale, che
dispensa quotidianamente deliziosi piatti della cucina tipica napoletana, è
stato da poco aperto un commissariato di Polizia. L’ispettore Gianni Scapece,
ottimo segugio, appassionato di gialli (e di belle donne!), amante della buona
tavola, è da poco tornato nella sua città natale, proprio nella casa dei
genitori, nello stesso quartiere in cui è cresciuto e nel quale, ora, si trovano
il suo posto di lavoro e il fantastico ristorante della famiglia Vitiello. E
fra un omicidio, un pranzo e una discussione con il suo capo (il tenace
commissario Carlo Improta, che gli si è affezionato come ad un figlio), Scapece
cerca di risolvere un caso davvero difficile. Un serial killer, infatti,
terrorizza Napoli proprio nei giorni precedenti il Natale e “condisce” le sue
vittime con ingredienti della cucina partenopea. I Vitiello, oltre a dispensare
degli ottimi piatti, cercano di aiutare il nuovo amico ispettore, sostenendolo
ed unendo gli sforzi di tutta la loro originalissima famiglia. Già perché chi
frequenta la trattoria frequenta di riflesso anche tutti i Vitiello che, oltre
ai due sopra citati, comprende Angelina, moglie di Peppe, i loro due figli, Isabella e Diego, le due “aggiunte” sorelle Giaquinto, cuoche eccellenti e lavoratrici indefesse, ed il simpatico Zorro, cane “custode” e fedele di Nonno Ciccio.
Questo piatto tipico della cucina napoletana (“spaghetti aglio e
uoglie”) fa parte della schiera di ricette “povere” e cosiddette della “cucina
piccina” partenopea. Nonostante sembri estremamente semplice…non lo è per
niente! È necessario, anzitutto, utilizzare delle materie prime eccellenti e
poi è fondamentale rispettare i tempi e fare attenzione al dosaggio, per
esaltare tutti i sapori e non coprirne neanche uno. E allora…ecco a voi questa
eccellenza!
SPAGHETTI AGLIO, OLIO E PEPERONCINO
Ingredienti per 4 persone: 320 g di spaghetti - 2 spicchi d'aglio -
peperoncino (1 grande o 2 piccoli) – olio evo – sale – prezzemolo fresco
Cominciate la preparazione degli spaghetti aglio, olio e peperoncino
mettendo a bollire abbondante
acqua salata in una pentola capiente. Tagliate a
metà i due spicchi d'aglio, privateli dell'anima al loro interno e tritateli
molto finemente. Poi prendete il peperoncino e tagliatelo a rondelle fini.
Scaldate in una padella 5/6 cucchiai di olio, unite l'aglio tritato e
fatelo soffriggere per qualche minuto facendo molta attenzione affinché non
bruci. Unite il peperoncino e fatelo soffriggere per qualche secondo. Fate
cuocere gli spaghetti in abbondante acqua salata e scolateli al dente.
Trasferiteli nella padella con l'aglio e il peperoncino e fateli saltare a
fuoco vivo per distribuire bene il condimento e lasciarli insaporire. Servite
subito gli spaghetti aglio, olio e peperoncino ben caldi e gustateli in buona
compagnia! Buon appetito e alla prossima!
14/05/2019
DIANA LAMA E ARTEMISIA GENTILE: UN’AUTRICE E UNA PSICOLOGA NELLA BELLA NAPOLI
Diana Lama vive a Napoli, dove è nata nel 1960; è medico
specialista in chirurgia del cuore e grossi vasi e lavora come ricercatrice
universitaria. Avida lettrice e appassionata collezionista di libri gialli fin
da ragazzina, esordisce come scrittrice nel 1995, con un libro scritto a
quattro mani con Vincenzo De Falco “Rossi come lei”, vincitore del Premio
Tedeschi. Dopo questo fortunato esordio, collabora ancora con De Falco per
altri libri, per poi dedicarsi alla scrittura “in solitario”. Anche così Il
successo la accompagna e i suoi libri vengono ad oggi tradotti in diverse
lingue ed apprezzati in molti Paesi in tutto il mondo. Fra i suoi tanti romanzi
ho scelto di leggere “L’anatomista”, del 2013, un po’ per
curiosità e un po’ perché avevo trovato recensioni diversissime tra loro: chi lo apprezzava, chi lo denigrava e chi lo riteneva un libro “riuscito a metà”...insomma volevo leggerlo per capire chi poteva avere ragione! La storia è ambientata a Napoli, che fa da sfondo alle vicende di uno spietato serial killer, ribattezzato l’Anatomista, appunto, perché infierisce sulle sue vittime utilizzando il bisturi con freddezza e perizia degne di un chirurgo. La Polizia della città si affida ad una squadra di esperti, chiamati in campo dal questore, composta da agenti molto preparati e diretta da Tito Jacopo Durso. Questi è uno psichiatra, esperto profiler, gelido e calcolatore, la cui vita è stata segnata da un’oscura tragedia familiare. Alla squadra viene poi affiancata Artemisia Gentile, Mitzi per gli amici, giovane e abilissima psicologa, specializzata in vittime di abusi e maltrattamenti e volto noto della TV locale. Anche lei ha dei pesanti fantasmi che la tormentano e la rendono più sensibile e capace di cogliere i dettagli più importanti durante le indagini. Il lavoro della task force è difficile e l’Anatomista sembra essere sempre un passo avanti a loro, facendoli correre a destra e a manca, quasi prendendoli in giro. La scia di sangue del killer continua fino a quando Durso non decide di usare la stessa Mitzi come esca, mettendo a repentaglio la sua vita ed il suo equilibrio mentale. L’epilogo è inaspettato e lascia senz’altro a bocca aperta. Il libro è scorrevole, soprattutto per il linguaggio semplice e la brevità dei capitoli, anche se l’impianto narrativo a volte ti disorienta. A mio avviso c’è “troppo”. Troppi personaggi, troppi flashback, troppa psicologia spicciola, in alcuni passaggi perfino troppe parole! Sicuramente dovrò leggere altri libri di questa autrice, per conoscerla meglio e per meglio assaporare le sue pagine. Nel frattempo, comunque, se siete curiosi come me provate a leggerlo: la cosa certa è che vi farà venire voglia di andare a Napoli, questa città di cui si dice tanto ma, a mio modesto parere, si conosce sempre poco! Inutile dire che, presi dalla caccia serrata al serial killer, i nostri protagonisti non si lasciano nemmeno tentare dalle mille prelibatezze partenopee…beh! Mi spiace per loro! Io, invece, mi lancerei in mille escursioni enogastronomiche!!! In abbinamento a questo libro, essendo ambientato nei giorni che precedono il Natale, vi propongo una ricetta gustosissima: la pizza di scarola! L’ho assaggiata tanti anni fa, grazie ad una delle clienti del negozio dei miei, e mi è piaciuta moltissimo. Ecco a voi la ricetta.
PIZZA DI SCAROLA (per una tortiera di 22 cm di diametro)
Per la pasta: • 350 g farina 0 • 200 g burro • 180/200 ml acqua tiepida • 15 g lievito di birra • zucchero • sale
Per la farcitura: • 1,2 kg scarola • 80 g filetti di acciuga • 150 g olive di Gaeta denocciolate • 50 g capperi • 2 cucchiai di pinoli • 2 cucchiai di uvetta sultanina (facoltativo) • 1 spicchio d’aglio • peperoncino • olio evo • sale • pepe
Fate la pasta: in una terrina diluite il lievito con un pizzico di zucchero e poca acqua tiepida, lasciatelo fermentare 10 minuti. Lavorate tutti gli ingredienti con il lievito aggiungendo l’acqua tiepida necessaria per ottenere un impasto liscio, omogeneo e non troppo morbido. Sistematelo in una ciotola spennellata d’olio, sigillatela con la pellicola e lasciate lievitare la pasta per 20-25 minuti. Preparate il ripieno: lessate brevemente la scarola in acqua poco salata, scolatela e dopo strizzatela.
In una padella scaldate
tre-quattro cucchiai d’olio, fatevi dorare lo spicchio d’aglio senza sbucciarlo
e poi eliminatelo. Aggiungete le acciughe, i capperi, le olive, i pinoli, il
peperoncino e, per ultima, la
scarola. Fate insaporire il tutto per alcuni
minuti, ritirate dal fuoco, regolate di sale e aggiungete a piacere l’uvetta (precedentemente
ammollata e strizzata). Lasciate raffreddare. Foderate uno stampo con metà
della pasta lievitata, riempitelo con l’impasto preparato distribuendolo bene
senza schiacciarlo, coprite con la restante pasta tirata a disco, coprite,
lasciate lievitare ancora per circa un’ora. Spennellate la superficie della
pizza con un pochino di olio e ponete in forno caldo a 200° e cuocete per circa
25/30 minuti. Ritirate e servite la pizza tiepida oppure fredda, in entrambi i
casi è molto gustosa. Potete abbinarla ad un buon vino bianco secco servito
fresco e (perché no?) ad una lettura di Diana Lama: così il quadro sarà davvero
completo! Buon appetito e alla prossima settimana!
curiosità e un po’ perché avevo trovato recensioni diversissime tra loro: chi lo apprezzava, chi lo denigrava e chi lo riteneva un libro “riuscito a metà”...insomma volevo leggerlo per capire chi poteva avere ragione! La storia è ambientata a Napoli, che fa da sfondo alle vicende di uno spietato serial killer, ribattezzato l’Anatomista, appunto, perché infierisce sulle sue vittime utilizzando il bisturi con freddezza e perizia degne di un chirurgo. La Polizia della città si affida ad una squadra di esperti, chiamati in campo dal questore, composta da agenti molto preparati e diretta da Tito Jacopo Durso. Questi è uno psichiatra, esperto profiler, gelido e calcolatore, la cui vita è stata segnata da un’oscura tragedia familiare. Alla squadra viene poi affiancata Artemisia Gentile, Mitzi per gli amici, giovane e abilissima psicologa, specializzata in vittime di abusi e maltrattamenti e volto noto della TV locale. Anche lei ha dei pesanti fantasmi che la tormentano e la rendono più sensibile e capace di cogliere i dettagli più importanti durante le indagini. Il lavoro della task force è difficile e l’Anatomista sembra essere sempre un passo avanti a loro, facendoli correre a destra e a manca, quasi prendendoli in giro. La scia di sangue del killer continua fino a quando Durso non decide di usare la stessa Mitzi come esca, mettendo a repentaglio la sua vita ed il suo equilibrio mentale. L’epilogo è inaspettato e lascia senz’altro a bocca aperta. Il libro è scorrevole, soprattutto per il linguaggio semplice e la brevità dei capitoli, anche se l’impianto narrativo a volte ti disorienta. A mio avviso c’è “troppo”. Troppi personaggi, troppi flashback, troppa psicologia spicciola, in alcuni passaggi perfino troppe parole! Sicuramente dovrò leggere altri libri di questa autrice, per conoscerla meglio e per meglio assaporare le sue pagine. Nel frattempo, comunque, se siete curiosi come me provate a leggerlo: la cosa certa è che vi farà venire voglia di andare a Napoli, questa città di cui si dice tanto ma, a mio modesto parere, si conosce sempre poco! Inutile dire che, presi dalla caccia serrata al serial killer, i nostri protagonisti non si lasciano nemmeno tentare dalle mille prelibatezze partenopee…beh! Mi spiace per loro! Io, invece, mi lancerei in mille escursioni enogastronomiche!!! In abbinamento a questo libro, essendo ambientato nei giorni che precedono il Natale, vi propongo una ricetta gustosissima: la pizza di scarola! L’ho assaggiata tanti anni fa, grazie ad una delle clienti del negozio dei miei, e mi è piaciuta moltissimo. Ecco a voi la ricetta.
PIZZA DI SCAROLA (per una tortiera di 22 cm di diametro)
Per la pasta: • 350 g farina 0 • 200 g burro • 180/200 ml acqua tiepida • 15 g lievito di birra • zucchero • sale
Per la farcitura: • 1,2 kg scarola • 80 g filetti di acciuga • 150 g olive di Gaeta denocciolate • 50 g capperi • 2 cucchiai di pinoli • 2 cucchiai di uvetta sultanina (facoltativo) • 1 spicchio d’aglio • peperoncino • olio evo • sale • pepe
Fate la pasta: in una terrina diluite il lievito con un pizzico di zucchero e poca acqua tiepida, lasciatelo fermentare 10 minuti. Lavorate tutti gli ingredienti con il lievito aggiungendo l’acqua tiepida necessaria per ottenere un impasto liscio, omogeneo e non troppo morbido. Sistematelo in una ciotola spennellata d’olio, sigillatela con la pellicola e lasciate lievitare la pasta per 20-25 minuti. Preparate il ripieno: lessate brevemente la scarola in acqua poco salata, scolatela e dopo strizzatela.
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