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20/02/2024

“L’UOMO SENZA UN CANE”: LA PRIMA INDAGINE DELL’ISPETTORE GUNNAR BARBAROTTI

Hakan Nesser, classe 1950, è uno scrittore svedese di romanzi polizieschi. Dopo il successo dei suoi primi libri, ha lasciato il suo lavoro di insegnante di lettere e si è dedicato a tempo pieno alla scrittura. E direi che ha fatto bene! I suoi romanzi sono ben scritti, scorrevoli, mai banali…Nesser è capace di coinvolgere i suoi lettori fin dalle prime pagine. Ogni luogo, ogni situazione, ogni personaggio è descritto e “raccontato” in modo dettagliato. Ha scritto diversi libri ma è diventato famoso in particolare per aver creato due personaggi molto originali: il commissario Van Veeteren e l’ispettore Gunnar Barbarotti. Oggi desidero presentarvi il primo libro della serie dedicata a quest’ultimo: “L’uomo senza un cane”, pubblicato nel 2006. La vicenda prende il via in casa dei coniugi Hermansson, pochi giorni prima di Natale. Tutta la famiglia è riunita per festeggiare i sessantacinque anni del capofamiglia, Karl-Erik, insegnante in pensione, ed i quaranta di Ebba, la figlia “perfetta e prediletta”. Ma l’atmosfera di festa è destinata a lasciare il posto all’angoscia. Prima Robert, unico figlio
maschio degli Hermansson e “pecora nera” della famiglia, esce a fare una passeggiata, poi Henrik, il figlio maggiore di Ebba, si allontana nel cuore della notte…e dei due non si hanno più notizie. Solo dopo quarantotto ore Karl-Erik si decide a contattare la polizia ed il caso viene affidato all’ispettore Barbarotti. Italosvedese, quarantacinque anni, poliziotto per scelta (e per passione), tre figli, sposato con Helena…che ad un certo punto, quasi senza che lui se ne rendesse conto, lo ha lasciato per un altro uomo e si è portata appresso due dei tre figli (Sara, l’unica femmina, ha preferito rimanere con il padre), Barbarotti è un “segugio” vecchio stampo, che desidera vivere serenamente e non riesce a riprendersi dalla separazione. Da quel momento, infatti, il “suo” mondo è crollato e Barbarotti ha ingaggiato una sorta di “gara” nientemeno che…con Dio. Ha sempre dubitato della sua esistenza (e i “fatti della sua vita” non hanno fatto altro che aumentare quei dubbi) e quindi sfida ogni giorno Dio a dargli una dimostrazione del contrario. Tiene perfino un piccolo quaderno nero, sul quale si appunta di volta in volta le occasioni in cui i suoi dubbi si rivelano fondati e quelle in cui, invece, Dio “si fa vivo”!  E in quei giorni che precedono le festività si appresta a sfidare di nuovo l’Altissimo! Ha promesso, infatti, alla ex moglie che per Natale l’avrebbe raggiunta con Sara, a casa dei suoceri (che lui odia profondamente) …ma non ne ha alcuna voglia! Così si ritrova di nuovo a parlare con Dio: “se esisti dimostramelo: fa’ in modo che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, che mi impedisca di partire!” …detto, fatto: il suo telefono squilla! Il capo, pur sapendo che è in ferie, vorrebbe che si occupasse di un caso di scomparsa, anzi, di doppia scomparsa…e nello stesso momento Sara si sveglia con la febbre altissima! Barbarotti, pur dispiaciuto per la figlia, deve riconoscere che questa volta Dio è stato davvero grande!!! Quindi, dopo aver aggiornato il quaderno, avvisato la ex moglie e sistemato Sara, si reca dalla famiglia Hermansson per far partire l’indagine…ritrovandosi nel mezzo di un caso davvero strano! Ben presto scopre che tutti i membri della famiglia hanno qualcosa da nascondere e nessuno di loro dice tutta la verità. La facciata di irreprensibilità e di felicità cela vecchi e nuovi rancori, problemi irrisolti, parole non dette, invidie e gelosie…e si sgretola a poco a poco, man mano che Barbarotti avanza nelle indagini. Quello che, inizialmente, sembrava un caso abbastanza semplice, lentamente si trasforma in un’indagine complessa che arriverà ad un tragico epilogo. Mi fermo qui, non aggiungo altro, perché non voglio rovinare la lettura a chi vorrà “conoscere” Barbarotti ed il suo metodo investigativo. Posso solo dire che ve lo consiglio. Io ho già deciso che leggerò anche altri libri della serie, perché questo mi è proprio piaciuto. Per quanto riguarda il gusto, il libro offre davvero molti spunti: dai ricchi e variegati menù della tradizione svedese, preparati dalla signora Hermansson in occasione delle feste, fino ai pasti consumati in giro dallo stesso ispettore…non si può certo dire che Nesser non abbia gusto, anzi! Dovendo scegliere fra tanti, ho optato per un piatto tipicamente svedese: il tortino di aringhe e patate, conosciuto anche come “Tentazione di Jansson”. 
La tentazione di Jansson (Janssons frestelse) ovvero le patate alla svedese, sono un piatto tipico della cucina scandinava che si prepara principalmente per il Natale. Molti sostengono che il piatto deve il suo nome al cantante d'opera Per Janzon (1844-1889), ricordato come un buongustaio. Un'altra rivendicazione dell'origine del nome è stata fatta da Gunnar Stigmark in un articolo che apparve nella pubblicazione periodica Gastronomisk kalender. Secondo il famoso giornalista, il nome è stato preso dall'omonimo film del 1928 “Janssons frestelse”. Infine, la “versione” più accreditata: a dare il nome a questo piatto è stata la madre dello stesso Stigmark che, insieme alla cuoca assunta in occasione di una cena speciale, ha presentato l’originale tortino. Da allora questo piatto si è diffuso ed è diventato parte integrante della tradizione svedese, comparendo anche nei ricettari “ufficiali”. Si tratta di un gustoso e ricco gratin a base di aringhe, patate, panna e cipolla, molto saporito che si adatta bene ad essere consumato nelle fredde giornate invernali. Ecco la ricetta...



Ingredienti per 4 persone: 7-8 patate medie - 2 cipolle bionde – 8/10 filetti di aringhe - 300 ml di panna da cucina (o panna acida) - 2-3 cucchiai di pangrattato – burro, sale e pepe qb

Sbucciate e tagliate le patate a fettine sottili ed immergetele in una ciotola di acqua fredda per dieci minuti circa. Intanto affettate finemente le cipolle e fatele rosolare a fuoco lento, con un bel cucchiaio di burro. Sgocciolate le aringhe. Scolate molto bene le patate e cominciate a disporle sul fondo di una pirofila ben imburrata, disponete sopra i filetti di aringhe a pezzetti e le cipolle appassite, un pizzico di sale e pepe e continuate a strati terminando con le patate. Versate infine sulle patate la panna, un po’ di sale e pepe, il
pangrattato e qualche fiocchetto di burro. Infornate a 200° per circa 40-45 minuti. Servite il tortino preferibilmente tiepido e decorato con dei ciuffetti di aneto! Buon appetito e alla prossima! 



25/03/2021

JACK TAYLOR: INDAGINI E WHISKEY NELLA VERDE IRLANDA

La fantastica voce di Fiorella Mannoia canta “Il cielo d'Irlanda è un oceano di nuvole e luce…” e questa settimana facciamo un viaggio virtuale proprio nella pittoresca e verde Irlanda e andiamo a prenderci un buon caffè a Galway, una delle più grandi città della costa occidentale. È ambientata qui, infatti, la serie televisiva “Jack Taylor”, basata sui libri di Ken Bruen. Lo scrittore irlandese ha scritto diversi romanzi, e non solo con questo personaggio, ma il successo è arrivato proprio grazie alla trasposizione delle avventure di Taylor sul piccolo schermo. Ma cerchiamo di conoscere meglio il protagonista della serie che prende il suo nome…Ufficiale della “Garda”, la polizia irlandese, Jack Taylor (interpretato dal britannico Iain Glen) è
un poliziotto brillante, che ama il suo lavoro ed è abituato a condurre le proprie indagini “alla vecchia maniera”, basandosi sul proprio intuito e affidandosi alle proprie conoscenze ed esperienze, contrario all’utilizzo delle moderne tecnologie. Affascinante, controverso, con una forte e pericolosa dipendenza dall’alcol, Taylor usa spesso delle maniere un po’ troppo brusche ed è incapace di rispettare le regole, pur avendo un suo codice d’onore e un forte senso della giustizia. Dopo aver aggredito un politico a cui stava contestando un illecito, viene espulso dalla Garda e si allontana per un po’ di tempo dalla sua città. Al suo rientro, ritrova vecchi amici e vecchi nemici, fa nuove conoscenze e si scontra con i fantasmi del suo passato…e decide di guadagnarsi da vivere (e da bere!) facendo la cosa che gli riesce meglio: il segugio! E così si reinventa investigatore privato e si ributta nella mischia. Accanto a lui troviamo sempre il giovanissimo e fidato Cody, aspirante detective che prova un misto di ammirazione e pietà nei confronti di quell’ex
poliziotto che beve troppo, ogni tanto fa a cazzotti e sembra non voler ragionare ma è capace di risolvere anche i casi più complessi, riuscendo sempre a sorprenderlo, nel bene e nel male. Nelle sue indagini, Jack è aiutato anche da Kate Noonan, poliziotta e vecchia amica, con la quale potrebbe “scattare” quel qualcosa in più che però rimane bloccato dall’incostanza di Taylor e dalle sue troppo frequenti bevute. Sullo sfondo, come dicevo, la città di Galway, di cui ci viene presentata la solare bellezza alternata all’oscurità dei bassifondi malfamati, e la fierezza dei suoi abitanti legati alla terra, al mare, alle tradizioni, e soprattutto al loro essere irlandesi. Nei casi che vengono affrontati da Jack vengono presentate le speranze di chi vorrebbe cambiare il mondo, contrapposte alla rassegnazione di chi pensa che la vita non abbia più niente da offrire, e tutto questo lo ritroviamo nello stesso Taylor, divorato da una dipendenza dalla quale non riesce (o non vuole?) guarire eppure attaccato tenacemente alla vita ed alla giustizia, un uomo dall’animo “spezzato” ma dal cuore grande, che spesso piange davanti alle brutture ed alle sofferenze degli altri e si arrabbia quando vede i deboli sfruttati e perseguitati dai più forti. Al momento la televisione irlandese ha prodotto tre stagioni e sembra debbano iniziare a girare la quarta. Da noi, invece, gli episodi sono andati in onda (e continuano ad andare in onda) a “singhiozzo” ed in orari e giorni sempre diversi (…infatti non sono ancora riuscita a vederli tutti! Spero di riuscirci prima o poi!) Per quanto riguarda le edizioni in italiano dei romanzi di Bruen…beh! Le sto cercando e anche questa non sembra impresa da poco…ma tranquilli: non demordo! Spostandoci sul “fronte” del gusto, come potete intuire, posso solo dirvi che non è facile vedere il nostro Jack alle prese con un vero e proprio pasto, anzi! A parte le patatine fritte e un piatto di uova e
bacon a colazione, quando si ricorda di farla, lo si vede sempre e solo bere…ovviamente whiskey rigorosamente Irish alternato a qualche boccale di Guinness! Quindi, non potendo proporvi di andare in un pub tutti insieme (!), ho deciso di proporvi qualcosa di tipicamente irlandese che ho avuto la fortuna di assaggiare in loco, durante un fantastico viaggio di lavoro di tanti (troppi) anni fa nel sud dell’Irlanda: l’Irish coffee. Si tratta di un caffè caldo, servito con panna, zucchero e whiskey. Gli
irlandesi lo bevono abitualmente e, in effetti, in alcune giornate fredde e piovose è proprio indicato, perché scalda non poco! Molti lo paragonano al nostro vin brulè ma è molto più alcolico, credetemi. Vi confesso che, quando l’ho assaggiato per la prima volta, sono stata contenta che fosse nel bar dell’hotel in cui alloggiavo, perché così ho dovuto solo trascinarmi all’ascensore, aprire la porta della mia camera e stramazzare sul letto!!! Secondo la tradizione questa bevanda venne creata nel 1943 da Mr Joe Sheridan, chef di un ristorante di Foynes. Pare che una notte all’aeroporto giunse un gruppo di viaggiatori, arrabbiati e infreddoliti a causa della cancellazione del loro volo per il maltempo. Per aiutarli a scaldarsi e per cercare di calmarli, Sheridan servì loro un caffè forte, zuccherato, corretto con whiskey e guarnito con della panna. Fu un successo! Da quel momento la calda e confortante bevanda iniziò ad essere preparata abitualmente dallo stesso Sheridan e venne “esportata” in tutto il mondo, pur rimanendo tipicamente irlandese. (Nel 1988, l'Autorità Irlandese degli Standard Nazionali pubblicò lo standard di preparazione dell'Irish Coffee, noto sotto la voce "I.S. 417: Irish Coffee"). A questo punto direi che, se ancora non l’avete fatto, dovete assolutamente assaggiarlo. Prepararlo non è difficile, ve lo assicuro, si tratta solo di seguire attentamente i pochi e semplici passaggi indicati nella ricetta originale. Magari gustatelo leggendo o guardando in TV le avventure di Jack Taylor…ma senza esagerare, altrimenti vi ritroverete ubriachi in men che non si dica!

IRISH COFFEE

Ingredienti: 5 g di zucchero di canna (un cucchiaino o una bustina) - 90 ml di caffè bollente - 40 ml di whiskey irlandese - 30 ml panna fresca liquida (a piacere cannella o noce moscata per guarnire).

L'Irish coffee si realizza con la tecnica “build”, cioè direttamente nel bicchiere: preparate il caffè con la moka, meglio se lungo. Versate il whiskey, il caffè bollente e lo zucchero in un bicchiere capiente precedentemente riscaldato con acqua bollente, e mescolate facendo sciogliere bene lo zucchero. Inserite la panna fresca nello shaker e agitate per circa dieci secondi. Fatela riposare un momento e poi versatela piano piano nel bicchiere, magari aiutandovi con un cucchiaino, appoggiandolo alla parete del bicchiere con il dorso rivolto verso l'alto. Se volete potete guarnire con una spolverata di cannella o di noce moscata. Servite ben caldo e... Sláinte (che in gaelico significa “salute”)! 

09/01/2019

MILANO: FA PAURA LA 90!


Francesco Gallone, milanese classe 1978, vende fiori al mercato di Segesta e scrive perché a scuola aveva 5 in italiano, come lui stesso ha dichiarato! Autore di noir, irriverente, ama Milano e la odia allo stesso tempo. Riccardo Besola, milanese classe 1974, lavora nel settore pubblicitario televisivo, adora Scerbanenco, maestro del noir italiano, e scrive sia da solo che “in trio”. Andrea Ferrari, milanese classe 1977, lavora in un centro anziani e ha scritto diversi libri gialli ambientati nella sua città. Ha creato i personaggi del detective Brandelli e dell’investigatore Bossi oltre, naturalmente, a quelli di cui ha scritto insieme a Besola e Gallone.
Questi tre scrittori contemporanei hanno ottenuto un discreto successo, sia singolarmente sia insieme e mi sono piaciuti, quindi leggerò altri loro libri. Fra i tanti ho scelto di iniziare da quello che più mi attirava: “Milano fa paura la 90 – Il delitto di via Botticelli”.  Perché proprio questo? Beh! Forse perché mi coinvolge in prima persona…in che senso? Dovete sapere che per andare a lavorare prendo tre mezzi, uno dei quali è la 91. In andata, almeno, perché poi per tornare a casa prendo la 90 e vi assicuro che a volte fa davvero paura! Certo non è la stessa paura a cui si riferiscono i tre autori ma io ho colto questa sorta di richiamo e ho letto il libro. Anzitutto, come per tutti i libri la cui azione si svolge a Milano, mi è piaciuto tanto seguire i protagonisti nei luoghi, nelle vie, nelle piazze che conosco bene e per le quali ho passeggiato o sono passata a piedi e sui mezzi. Altrettanto interessante è il periodo in cui il romanzo è ambientato, che poi è quello in cui sono nata. Le azioni, infatti, si svolgono nel pieno dei controversi Anni Settanta, più precisamente nel 1976. Sono gli anni in cui i poliziotti dovevano intervenire durante le guerriglie urbane fra gli studenti, divisi in rossi e neri, in “compagni” e “camerati”, al termine di cortei partiti con slogan urlati da Largo Cairoli a Piazza San Babila. E sono gli anni in cui gli stessi poliziotti si
rendevano conto che quelle guerriglie non sarebbero mai finite bene e che in qualsiasi modo si fossero comportati avrebbero comunque passato dei guai. Troppa violenza o troppa calma finivano entrambe a titoli cubitali sulle prime pagine dei giornali e tutto il resto passava in secondo piano. Ma torniamo al nostro libro. I protagonisti, oltre a Milano e al 1976 appunto, sono il commissario della Squadra Mobile Benito Malaspina, il suo attendente, l’agente scelto Venditti, il giornalista di cronaca nera Dino Lazzati, detto Fernet, amico e informatore di Malaspina e tutta una serie di personaggi che fanno da “contorno” ai primi tre. Malaspina è un poliziotto vecchio stampo, onesto, tutto d’un pezzo, che crede ancora e comunque nella giustizia e nella legge. Umano, un po’ burbero, innamorato della moglie Rossella, dalla quale vorrebbe tanto avere un figlio, è un segugio testardo e non sopporta la burocrazia e l’indolenza di chi sta sopra di lui. Venditti, romano doc, entrato in Polizia e mandato sotto la Madonnina dopo un passato da piccolo criminale di borgata, è il suo attendente, il suo autista…spesso è anche il suo “grillo parlante” che, con la sua parlata romanesca, riporta il commissario con i piedi per terra in tante occasioni. Ingenuo, sempliciotto ma fedele e caparbio, non lo ammette con sé stesso ma nutre profondo rispetto ed ammirazione per il suo capo, ad eccezione “de quanno sta ‘ncazzato che è mejo staje alla larga”. Ed infine Fernet, così chiamato per la sua passione sfrenata per l’omonimo amaro. Scrive e tiene tutto e tutti sotto controllo dal suo “ufficio” situato nel Bar Lafuss (gioco di parole
comprensibile solo a chi capisce il milanese!!) e sogna di riuscire a fare breccia nel cuore di una giovane collega che lo stima molto e ne segue i consigli ma gli appare inarrivabile. Per le sue conoscenze è diventato informatore e amico di Malaspina, il quale ricambia con le esclusive sui suoi casi e non esita a trascinarlo nelle sue indagini. La trama del libro è avvincente: un omicidio, durante il Carnevale ambrosiano, porta Malaspina ad indagare in un Istituto di arti grafiche, dove troverà solo omertà e tanta confusione. Ma non finisce qui. Le morti aumentano e, come se non bastasse, ci sono le “apparizioni” di una 90 fantasma, che circola senza autista, e del terrificante Uomo Lupo. A tutto questo si aggiunge il figlio neonato di una delle vittime che il “Mala” porta a casa alla moglie. Ufficialmente per proteggerlo ed accudirlo durante le indagini, in realtà per colmare quel vuoto che consuma la sua amata Rossella. Il povero commissario, però, si ritroverà ben presto in un incubo non solo sul lavoro ma anche a casa! La moglie, infatti, è completamente assorbita dal bambino e lui passa notti insonni e si ritrova a mangiare panini con qualcosa pescato in frigorifero, sognando uno dei tanti manicaretti ai quali, invece, era abituato! Tutto questo lo logora e la sua rabbia si sfoga su Venditti, che tace e spera che la buriana finisca presto. Leggendo questa avventura di Malaspina ho provato tanta simpatia per lui e una grande pena immaginandolo davanti al frigorifero a scartare pacchettini di affettato e ad aprire sottaceti e sottoli per creare assurdi ed indigesti abbinamenti! Pensando a lui e a quanti sono costretti a mangiare così, in qualche modo, per mettere a tacere la fame sacrificando il gusto, ho deciso di proporvi una ricetta tanto semplice quanto robusta, dal gusto deciso. L’ho mangiata spesso a casa di mia sorella, che vive nella collina romagnola e ha accesso ad ingredienti genuini, dai sapori schietti che poi mette insieme armoniosamente.


MACCHERONCINI FUNGHI, PANNA E SALSICCIA

Ingredienti per 4 persone: 300/320 gr di pasta formato maccheroncini – 350 gr di salsiccia fresca – 300 gr di funghi freschi misti (o 200 gr di funghi secchi misti) – 250 ml di panna fresca – una carota – una gamba di sedano – una cipolla - vino bianco – sale – pepe- noce moscata – 50 gr di grana padano – olio evo

Prima di tutto bisogna pulire i funghi e, prima di lavarli, raschiateli con un coltellino per eliminare la terra che c’è sopra. Quindi, sciacquateli velocemente sotto l’acqua corrente fredda, dopodiché asciugateli, tamponando con della carta assorbente. Se utilizzate quelli secchi, invece, lasciateli almeno un’oretta in immersione in acqua tiepida e poi lasciateli asciugare prima di utilizzarli. In una padella fate soffriggere carota, sedano e cipolla precedentemente sminuzzati e poi aggiungete pian piano la salsiccia, privata del budello, 
spezzettandola. Deve proprio essere “sbriciolata”. Fatela rosolare bene, irrorandola con un po’ di vino bianco, quindi aggiungete i funghi tagliati grossolanamente e ancora un pochino di vino bianco e un pizzico di noce moscata. Nel frattempo buttate la pasta e, prima di scolarla, prendete un mestolo di acqua di cottura e versatelo nella padella, alzando leggermente la fiamma. Aggiungete la panna e aggiustate di sale e pepe, in base al vostro gusto (assaggiate prima di condire, altrimenti rischiate di esagerare), infine unite la pasta scolata al sugo e amalgamate sul fuoco per un paio di minuti. Servite con una grattata di grana padano e gustatela insieme ad un vino rosso corposo. Come vi dicevo è un piatto robusto e gustoso, ideale per un pranzo invernale e confortevole. Sono certa che al commissario Malaspina piacerebbe molto! Buon appetito e alla prossima!