24/10/2026

IL GIALLO DELLA STRETTA BAGNERA: LA VERA STORIA DI ANTONIO BOGGIA, SERIAL KILLER MILANESE

Nell’immaginario collettivo, quando si sente parlare di assassini seriali, o meglio, di “serial killer”, subito si pensa agli Stati Uniti d’America ed alle diverse serie televisive dedicate a questo tema. Purtroppo, nella realtà, il fenomeno non è circoscritto a quella particolare zona geografica, anzi!  Agli americani va sicuramente riconosciuta la "paternità" della denominazione di serial killer. I profiler Robert Ressler e John E. Douglas, agenti speciali dell'FBI, infatti, sono stati i primi a studiare in maniera sistematica il fenomeno dell'omicidio seriale dagli anni Sessanta del XX secolo. Ma con i successivi studi e approfondimenti, si è arrivati ad affermare che gli assassini seriali esistevano già in Europa dal Diciassettesimo secolo (sì, avete capito bene) …solo che all’epoca non c’erano né le conoscenze né gli strumenti per individuarli come tali. Se volete approfondire l’argomento, in Internet potete trovare moltissimo materiale…io, invece, oggi voglio parlarvi di quello che (pare) sia stato il primo serial killer italiano: Antonio Boggia. Forse qualcuno ne avrà sentito parlare ma credo sia diventata più famosa la zona, anzi, la via in cui occultava i cadaveri delle sue vittime: la “stretta Bagnera”, oggi via Bagnera, una traversa della centralissima via Torino, a Milano. Il Boggia (1799- 1862) era un piccolo imprenditore e muratore, gentiluomo sposato e apparentemente irreprensibile. Stimato da tanti come grande lavoratore, uomo
credente e assiduo frequentatore della Chiesa, onesto, generoso, sempre pronto ad aiutare chi era in difficoltà, era, in realtà, un abile truffatore ed un grande manipolatore. Entrava nella vita delle sue vittime con un espediente, per poi circuirle, proponendo loro di entrare in affari con lui e facendosi affidare i loro averi. Una volta “caduto nella trappola” il malcapitato di turno veniva ucciso brutalmente ed il suo corpo veniva sotterrato o murato nella cantina che possedeva nella stretta Bagnera, appunto. L’assassino si sentiva sicuro e al di sopra di ogni sospetto e agiva senza nascondersi, certo che nessuno lo avrebbe potuto accusare di nulla. Le persone che “sceglieva”, infatti, erano sole o, in qualche modo, isolate e spesso la loro scomparsa veniva segnalata solo molto tempo dopo la loro morte. In occasione di lavori di ristrutturazione, vennero rinvenuti i resti di quattro persone, uccise a cavallo di un decennio circa e, con lo svolgersi delle indagini, fu facile risalire al colpevole e arrestarlo. Il caso all’epoca fece molto scalpore, non solo per la ferocia degli omicidi che strideva con l’immagine di “buon cittadino” del Boggia ma anche e, soprattutto, per il processo che si svolse e che fu un vero e proprio “spettacolo” seguito dai cittadini milanesi, che affollavano l’aula di tribunale. Il libro scritto da Giovanni Luzzi (1901- 1982), avvocato, studioso di psicologia giudiziaria e amante di Milano e del dialetto milanese, è una 
vera e propria cronaca del caso e del dibattito che ne seguì e che vedeva accusa e difesa sfidarsi a colpi di testimonianze. Non si tratta di un romanzo né di un legal thriller. E non si può certo definire una “lettura” scorrevole e di svago. Ma vi assicuro che coinvolge e riesce a catapultare il lettore nella Milano del 1800. Io l’ho letto in tre giorni…ero curiosa di capire come l’accusa sarebbe riuscita a far condannare il colpevole e quasi (passatemi il termine!) “affascinata” dalla difesa di quest’ultimo che, con una non indifferente dialettica, proclamava la propria innocenza, arrivando a dichiararsi “malato di mente”. Non voglio aggiungere altro, non entro nei particolari e spero che qualcuno di voi si incuriosisca e decida di leggere questo libro. Certo, si possono cercare e trovare notizie on line su questo caso…e scoprire che il “mostro della stretta Bagnera” fu condannato a morte per impiccagione…e che la sua esecuzione fu l’ultima tenutasi a Milano fino alla Seconda Guerra Mondiale. Ma leggere i fatti descritti minuziosamente e fedelmente dal Luzzi credo sia tutta un’altra cosa. Se poi volete farvi un giro alla stretta Bagnera…sappiate che una leggenda milanese narra che il fantasma dell'assassino vaghi ancora oggi nei pressi della via: esso si manifesterebbe tramite una ventata di aria gelida che avvolgerebbe la gente anche in piena estate!

Immagino abbiate già capito che nel libro di Luzzi non sono presenti piatti o riferimenti a cibi …l’unico accenno è quello al bicchiere di vino che il Boggia beve e offre ad amici e vittime…ma sapete, anche, che io abbino sempre un piatto a tutti i libri che leggo e di cui vi parlo. Siamo a Milano e ho scelto un piatto della tradizione lombarda: il riso e latte o, meglio, il “ris e lacc” in dialetto milanese. Si tratta di un antico piatto povero della tradizione contadina del Nord Italia, specialmente di Lombardia e Veneto. Nato nel Medioevo come pasto serale nutriente e corroborante, veniva consumato caldo in scodelle di terracotta sfruttando i due ingredienti principali delle campagne: il riso e il latte vaccino. Le sue origini risalgono al Medioevo, quando veniva consumato prima di andare nei campi, in quanto piatto povero ma completo. Le famiglie contadine lo preparavano aggiungendo al riso bollito nel latte un tocco di burro e, talvolta quando potevano permetterselo, del formaggio grattugiato per dare più sapore. Una delle prime testimonianze scritte risale al 1544, quando l'erborista senese Pietro Andrea Mattioli descrisse l'usanza di cuocere il riso nel latte vaccino come tecnica culinaria ormai diffusa in tutto il Nord Italia. Dalle mense dei contadini, il piatto si è evoluto nelle cucine di tutta la Pianura Padana ed è poi arrivato sulle tavole dei nobili milanesi, che ne apprezzavano il gusto e la semplicità. Divenne un comfort food invernale e, nella sua variante dolce, una merenda classica preparata dai nonni, arricchita a seconda della disponibilità con zucchero, scorza di limone o cannella. La storia del "riso e latte" è legata a doppio filo alla civilizzazione agricola padana. La sua diffusione è nata per sfamare grandi e bambini usando ingredienti di recupero e a lunga conservazione, celebrando la semplicità della cucina rurale. Ogni famiglia aveva (e ha ancora) la sua versione…io condivido quella originaria, che era quella che preparava mia nonna Giulia, mondina lodigiana che cucinava il riso in mille modi (ovviamente tutti super gustosi!)

RISO E LATTE

Ingredienti per 4 persone: 320 gr di riso (Arborio, Carnaroli o Vialone Nano) – 1,5 litri di latte intero – 30/40 gr di burro – sale q.b. – 40/50 gr di Grana Padano – un pizzico di noce moscata (facoltativo) * Opzionale: una scorzetta di limone o una noce di burro extra per la mantecatura.

Versare il latte in una casseruola capiente (preferibilmente antiaderente o dal fondo doppio) e scaldarlo dolcemente finché arriva a sfiorare il bollore. Aggiungere un pochino di sale (e se si desidera un pizzico di noce moscata) e tuffare il riso direttamente nel latte caldo. Abbassare la fiamma e far cuocere a fuoco lento per circa 15–20 minuti, mescolando spesso e dolcemente, affinché il riso rilasci l’amido e non si attacchi al fondo. Una volta che il riso è cotto e la consistenza risulta cremosa (simile a un risotto all'onda per intenderci), spegnere il fuoco e aggiungere il burro freddo e il Grana Padano grattugiato, mescolando energicamente per mantecare. Servirlo e gustarlo ancora caldo.

N.B.Per la versione dolce anziché il sale e il formaggio, aggiungere due cucchiai di zucchero e la noce moscata. Per quanto riguarda il burro, invece, aggiungerne solo 30 grammi nel latte, prima del riso. Una volta pronto, lasciarlo riposare qualche minuto e servire tiepido.

Ogni volta che mia nonna lo preparava, rigorosamente nella versione salata, per me era una festa! Ho
provato a replicarlo ma non sono mai riuscita a dargli il sapore e la consistenza che riusciva a dargli lei…avrà avuto qualche segreto?!? Ahimé! Non lo saprò mai! Oggi invece, me lo prepara Emanuela, colei che assaggia sempre i miei piatti e riesce a fotografarli dalle angolazioni più originali. Lei non l’ha mai mangiato né cucinato salato ma quando lo prepara, anche se nella versione dolce, riesce a farmi tornare un po’ bambina…ed è bellissimo! Provatelo, nella versione che volete, e gustatelo, soprattutto adesso con i primi freddi: sono sicura che vi piacerà e che lo inserirete nella vostra “lista dei comfort food”!

30/09/2026

BOZZE NON CORRETTE: un libro che è una vera e propria sfida all’ultimo…errore!!!

Chi mi conosce sa bene che da sempre amo cimentarmi con i cruciverba e che più sono impegnativi più mi piacciono. Insieme ad (almeno) un buon libro, infatti, nel mio zaino non può mancare una copia della “Settimana Enigmistica”, storico settimanale che tutti conoscono e che, solitamente, “spunta” durante un viaggio in treno, in metropolitana…per alcuni solo sotto l’ombrellone. Io me la “concedo” appena possibile e, giusto per confermare che la normalità non è nelle mie corde, comincio sempre dall’ultima pagina. Chi è un appassionato “consumatore” come me di questo settimanale, sa che fra gli schemi più difficili ci sono quelli preparati dal “mitico Bartezzaghi”! Risolvere un suo schema di parole crociate è davvero arduo…ma che soddisfazione quando ci si riesce!! Per chi, invece, non ama questo tipo di passatempo e/o non conosce questo autore…beh! Provvedo subito a presentarlo. Stefano Bartezzaghi, milanese classe 1962, è un giornalista, scrittore e semiologo italiano, docente di semiotica
della creatività alla IULM di Milano. Si è laureato in DAMS (Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo) presso la facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Bologna con una tesi in semiotica con relatore Umberto Eco (!) e negli anni ha ottenuto diversi premi letterari e riconoscimenti per il suo lavoro. È figlio di Piero Bartezzaghi, famoso enigmista, e fratello di Alessandro, direttore della Settimana Enigmistica, e di Paolo, redattore della Gazzetta dello Sport. Praticamente una famiglia su carta stampata! Ora, però, inizierete a domandarvi perché vi sto parlando di enigmistica e di Bartezzaghi…tranquilli, ve lo spiego subito! Nel mese di giugno del 2025 ho visto la pubblicità di un libro, scritto appunto dal nostro enigmista, dal titolo “Bozze non corrette”. Veniva definito come il “caso letterario dell’anno” e, ovviamente, mi ha incuriosito. Leggendo la presentazione scopro che si tratta di un “libro-sfida”. Bartezzaghi scrive una sorta di racconto-cronaca, partendo dalla sua esperienza di correttore di bozze, sulla morte dello scrittore (e suo amico) Niccolò Errante, uno degli scrittori più enigmatici e originali della narrativa italiana contemporanea. Autore schivo e solitario, ha costruito un’opera ibrida e potente, in cui convivono noir, epica, psicologia e commedia. Ma andiamo con ordine…per farvi capire la vera natura del libro di Bartezzaghi, condivido l’introduzione scritta proprio da lui, perché sicuramente è più esaustiva di quanto potrei scrivere io: "Questo libro è pieno di errori, mille per la precisione: refusi (ma non di punteggiatura o sintassi, non sono così cattivo), errori lessicali e grammaticali, vocaboli sbagliati, errori fattuali, omissioni. E non è colpa del povero correttore di bozze che ci ha lavorato. Gli errori li ho
messi io, per giocare con voi come Niccolò Errante faceva con me. Errante era un grande scrittore misterioso, enigmatico, che non amava apparire: nessuno sa esattamente neanche quando o dove è nato. Avevo il privilegio di essere il correttore di bozze dei suoi romanzi e posso dire di essere stato anche un suo amico. E a un certo punto io e Niccolò abbiamo iniziato a fare un gioco. Mi inviava brevi racconti pieni di errori da scovare, e quegli errori componevano un messaggio segreto. Ci abbiamo giocato fino alla sua morte o, per meglio dire, fino al suo suicidio: il 3 giugno 2025, dopo una riunione con la casa editrice, il mio scrittore preferito e mio amico, infatti, completamente ubriaco si è buttato dal balcone di casa sua. Però io so che Errante non si è suicidato e ho nascosto la verità nei mille errori disseminati in questo libro. E solo i più scaltri tra voi che riusciranno a trovarli potranno ricomporre un messaggio segreto e risolvere il giallo della sua morte. Quanti di voi accetteranno la sfida?"

Ecco di cosa si tratta. Leggere e trovare i mille errori, dieci per ciascuno dei cento brevi capitoli, e, alla fine, capire cosa è davvero successo a Errante. Ovviamente volevo quel libro, volevo accettare la sfida e provare a risolverla…e, bontà loro, per il mio compleanno due carissime amiche me lo hanno regalato! Ho aspettato di essere in ferie per iniziarlo e…mamma mia!!! È stato estremamente impegnativo e devo ammettere che, in alcuni momenti, ho avuto la tentazione di chiuderlo e non andare avanti. Poi ho capito che dovevo affrontarlo senza “ansie” e senza concentrarmi sugli errori…dovevo trattarlo come un libro e, semplicemente, leggerlo. Così ho ricominciato da capo e, in effetti, ho iniziato a trovare diversi errori. Ovviamente quelli più palesi sono stati i primi…poi, man mano che continuavo a leggere iniziavo a notare anche quelli un po’ più “nascosti”. In alcuni capitoli ho trovato subito i 10 errori, in altri ho dovuto riprendere la lettura più volte per trovarli…e in altri ancora ne ho trovati solo alcuni. Gli errori da trovare erano mille e io mi sono fermata a poco più di 850…penso di potermi dire soddisfatta e…chissà?! Magari un giorno ci riprovo. L’importante è che mi sono proprio divertita ad affrontare questa originalissima sfida. Volete sapere se sono riuscita a capire la verità sulla morte di Errante?!? Beh! Non ve lo dico…vi invito, invece, a procurarvi una copia di “Bozze non corrette”, ad armarvi di matita e gomma ed a cimentarvi personalmente in questa impresa: vi assicuro che, al di là del risultato, ne sarà valsa la pena! 

E per quanto riguarda il gusto? Purtroppo, il buon Bartezzaghi non pensa minimamente al cibo…evidentemente per lui è qualcosa di secondario e irrilevante…del resto nessuno è perfetto! E allora? Quale ricetta abbinare a questo libro così particolare e impegnativo? Un giorno, dopo aver passato più di due ore su un capitolo particolarmente ostico, mi sentivo un po’ frastornata e avevo bisogno di preparare un pranzo veloce e gustoso, di quelli che fai quasi a occhi chiusi e che ti mette subito il buon umore. E così ho preparato un panino con le œufs baveux, ovvero con le uova bavose.

Le uova preparate in questo modo hanno una consistenza morbida, cremosa e leggermente umida al centro, tipica delle uova cotte poco. Non sono strapazzate e non arrivano neanche a comporre un’omelette…si tratta di una ricetta estremamente semplice, anzi, più che una ricetta è un procedimento di preparazione delle uova. Anzitutto dovete procurarvi delle uova freschissime e poi…le sbattete con sale e pepe e poi versarle in una padella antiaderente calda (se volete potete mettere una noce di burro). Non appena iniziano a rapprendersi mescolatele con una spatola e in pochi minuti sarannopronte. Non stracuocetele altrimenti si seccano troppo. Il segreto è mantenere la fiamma bassa e mescolarle lentamente. Aggiustate di sale e pepe a vostro piacimento e poi godetevele! Morbide e calde servite sul pane tostato, insieme ad un’insalata fresca sono davvero gustose…e vi faranno dimenticare per un po’ la difficoltà del libro del Bartezzaghi!!! Provatele e fatemi sapere!

15/03/2026

DOLCI GOLOSI PER AFFRONTARE “UN TRANQUILLO WEEKEND DI OMICIDI”

Il titolo del libro di cui vi parlo oggi è già tutto un programma: “Un tranquillo weekend di omicidi” di Dann McDorman. Autore per ora non molto noto fuori dagli Stati Uniti, McDorman, che vive e lavora a Brooklyn con la moglie e i loro due figli, è un produttore di grande successo e ha lavorato anche come reporter e saggista. Questo è il suo primo romanzo, osannato dalla critica e adorato dai lettori di tutto il mondo…o quasi. Le recensioni, infatti, non sono tutte positive. Ciò nonostante, ha venduto milioni di copie ed è stato tradotto in 16 lingue. Cosa ne penso io? Prima ve ne parlo e poi ve lo dico…Anzitutto gli “ingredienti” di un buon giallo tendente al “classico” ci sono praticamente tutti. Un esclusivo club di caccia nei boschi dell’Upstate di New York, al quale sono ammessi solo i membri di poche e ricchissime famiglie, che si riuniscono anno dopo anno, generazione dopo generazione, per cacciare orsi e cervi e bere Martini…cercando di tenere il più possibile nascosti i loro segreti. E in mezzo a loro, inaspettato e invitato da uno dei soci all’insaputa degli altri, arriva un detective. Ma non un detective qualsiasi, ci mancherebbe! Adam McAnnis è un detective “vecchio
stampo”, stile Phil Marlowe, dall’aspetto un po’ trasandato, lo sguardo cinico e indecifrabile, la sigaretta perennemente accesa fra le dita, ficcanaso fino a rendersi insopportabile e con un sorriso malinconico che lo rende affascinante per le donne di tutte le età. Lui ascolta e origlia, osserva e fissa, parla poco e quando lo fa butta lì una domanda, allude, istiga o “lancia” frasi sarcastiche e a volte enigmatiche. Ha accettato l’invito a passare un week end a West Heart, in compagnia dei membri delle varie famiglie presenti all’evento annuale: i Garmond, i Mayer, i Blake, i Burr, i Talbot e i Caldwell.  Tutti cognomi importanti e “storici”, che evocano epopee e imprese d’altri tempi. McAnnis sa già che accettando l’invito (e l’incarico) dal suo ex compagno di college, di curiosare e capire se qualcuno dei soci vuole danneggiare il club o lo sta già facendo, si renderà antipatico e totalmente indesiderato per la maggior parte dei partecipanti (se non per tutti!) ma si immerge comunque in quell’atmosfera fatta di sorrisi (falsi), di chiacchiere durante i tanti (troppi) cocktails e di serate (per niente) spensierate e rilassanti. E scoprirà che tutti i membri delle diverse famiglie nascondono segreti, covano rancori, bramano vendette, cospirano contro gli altri, si guardano con un misto di invidia, timore e odio. Quindi, come dicevo, ci sono tutti gli ingredienti per un bel giallo…no? …cosa manca? Ah! Beh! Certo…il morto! Ma c’è,
tranquilli…ben presto viene rinvenuto il cadavere di una delle belle signore, moglie di uno dei ricconi presenti…quindi il “pacchetto” è completo…no? Non ancora? Ah! Beh! Certo…si scatena una terribile tempesta che blocca ogni via di uscita (e di accesso) e costringe tutti a dover “
stare”. Stare a guardare gli altri, sapendo che nel gruppo si nasconde un assassino…Stare ad ascoltare le domande del detective...Stare ad aspettare che la tempesta si calmi e arrivi la Polizia (quella vera!) …Stare ad ascoltare le congetture e le accuse che ci si rivolge l’un l’altro…Stare…non si può fare altro. E McAnnis avrà il suo bel da fare per risolvere un caso difficile, in cui la verità è sempre più difficile da trovare. Aprirà tanti armadi in cui sono nascosti altrettanti scheletri, che rischieranno più volte di cadergli addosso e…No, basta, non aggiungo altro, altrimenti arriverei a dire troppo. E torniamo a noi. Il libro non si può definire un “bel giallo” ma sicuramente è estremamente originale, a partire dal modo in cui l’autore coinvolge il lettore fin dalle prime pagine. Il lettore si ritrova in quel posto, insieme a McAnnis e ad un certo punto non sa più se amare o odiare il detective…sicuramente è una lettura coinvolgente e, una volta iniziata, si vuole arrivare alla fine, per capire, per trovare la luce e la pace, dopo tanto odio e tanto buio. Posso affermare di aver apprezzato molto questo libro: il modo in cui viene sviluppata la trama, come vengono gestiti i personaggi e come è scritto…ma, devo essere sincera, non è fra i libri che mi sentirei di consigliare se non a chi ama il genere, che si rifà all’hard-boiled di Chandler & co. E il motivo è molto semplice: è tutto molto, troppo “cupo”, ti lascia addosso tanta tristezza e in bocca tanta amarezza. Inoltre, al di là dei piatti scenografici (ed improponibili) proposti per i loro buffet e i fiumi di cocktails consumati dai protagonisti, in questo romanzo non ho trovato nessun tipo di gusto…e così, per tirarmi un po’ su e concedermi una pausa di dolcezza, ho deciso di attingere dalla pasticceria classica a stelle e strisce e mi sono preparata dei fantastici cookies, in cui convivono in maniera sublime il cioccolato ed il sale: vi assicuro che poi stavo decisamente meglio! Ve li propongo, dopo un breve accenno alla loro nascita e…vi assicuro che, se farli è molto facile, mangiarli lo è ancora di più!!!

I Cookies (Chocolate Chip Cookies) sono i classici biscotti americani con gocce di cioccolato: grandi, rotondi dalla tipica consistenza “chewy”, ovvero gommosa e morbida dentro e “crunchy”, cioè croccante all’esterno. Una bontà irresistibile nata per caso negli anni Trenta del secolo scorso grazie alla signora Ruth. Quel giorno la donna, padrona dell’albergo “Toll House Inn”, aveva terminato il cacao in polvere che utilizzava per preparare i suoi biscotti al burro, così decise di aggiungere all’impasto del cioccolato tritato immaginando che si sarebbe sciolto. I pezzi di cioccolato, invece, rimasero intatti e quando i clienti li assaggiarono ne rimasero entusiasti e in breve tempo, i cookies con gocce di cioccolato divennero una delle preparazioni più famose d’America. Come per ogni ricetta tradizionale, ne esistono numerose versioni e tantissime varianti. Quella che vi propongo è di Martha Stewart.

RICETTA COOKIES AL CIOCCIOLATO

Ingredienti per circa 40 biscotti: 350 gr di farina 00 - 190 gr di burro - 2 uova - 200 gr di brown sugar (in alternativa zucchero di canna grezzo di alta qualità) - 100 gr di zucchero bianco semolato - 1 cucchiaino colmo di bicarbonato di sodio - un “pizzico molto abbondante di sale” - 1 cucchiaio di estratto di vaniglia - 200 gr di gocce di cioccolato - una manciata di sale in fiocchi per guarnire

Prima di tutto sciogliete il burro a bagnomaria e lasciatelo completamente raffreddare (se avete tempo

a temperatura ambiente, finché non ritorna ad uno stato cremoso. Se avete fretta, ponetelo 20 min in frigo, girando di tanto in tanto, affinché non diventi un pezzo unico ma rimanga cremoso). Ponetelo poi in una ciotola grande e aggiungete il brown sugar e lo zucchero bianco: montate con le fruste elettriche e aggiungete anche il sale e la vaniglia. Dovrete ottenere un composto cremoso e uniforme: lo zucchero deve sciogliersi e non risultare in grani. Aggiungete quindi le uova una alla volta e montate sempre ad alta velocità. Aggiungete anche il bicarbonato e montate bene finché non otterrete un composto spumoso. A questo punto aggiungete la farina e le gocce di cioccolato.  Mescolate, questa volta con una spatola, al fine di ottenere un impasto omogeneo. Coprite con la pellicola e lasciate riposare in frigo per almeno 2 ore nella parte bassa più fredda. Se volete potete lasciarlo anche più a lungo o tutta la notte…ma attenzione: lasciare più a lungo l’impasto in frigo non vi permetterà di saltare il raffreddamento in freezer successivo! Trascorso il tempo indicato, l’impasto sarà diventato più solido e duro. Staccate delle palline con un dosatore del gelato. se non lo avete procedete con un
cucchiaio riempiendolo per 3/4: le palline dovranno essere tonde e più alte che larghe. Sistemate tutte le palline su un tagliere e aggiungete sulla superficie (anche laterale) di ogni pallina, delle gocce di cioccolato. Quando avrete realizzato tutte le palline, riponete il tagliere in freezer per circa 2 ore, finché le palline non si saranno solidificate completamente. (N.B. il trucco per cookies dalla forma perfetta è cuocerli congelati!) Quando le palline saranno pronte, disponetene 6 su una teglia foderata di carta da forno. Le altre lasciatele in freezer (in questo modo se volete, potete cuocerle dopo le altre oppure tenerle in freezer e cuocerle nei giorni successivi). Cuocete in forno ben caldo, nella parte media del forno a 170° per 12 minuti esatti. Quando li tirerete fuori i biscotti si saranno allargati sulla teglia e saranno morbidi. Aggiungete subito sale in fiocchi e lasciate raffreddare su un piano di marmo oppure sulla gratella. (Mi raccomando: abbiate pazienza e non assaggiateli subito…ve lo dice chi si è scottata la lingua!!!). 
Una volta raffreddati, potete gustarli con una tazza di te o del latte o semplicemente da soli. La signora Stewart dice che si possono conservare in una scatola di latta per una decina di giorni…ma io sfido chiunque a farli durare così tanto!!!