30/09/2026

BOZZE NON CORRETTE: un libro che è una vera e propria sfida all’ultimo…errore!!!

Chi mi conosce sa bene che da sempre amo cimentarmi con i cruciverba e che più sono impegnativi più mi piacciono. Insieme ad (almeno) un buon libro, infatti, nel mio zaino non può mancare una copia della “Settimana Enigmistica”, storico settimanale che tutti conoscono e che, solitamente, “spunta” durante un viaggio in treno, in metropolitana…per alcuni solo sotto l’ombrellone. Io me la “concedo” appena possibile e, giusto per confermare che la normalità non è nelle mie corde, comincio sempre dall’ultima pagina. Chi è un appassionato “consumatore” come me di questo settimanale, sa che fra gli schemi più difficili ci sono quelli preparati dal “mitico Bartezzaghi”! Risolvere un suo schema di parole crociate è davvero arduo…ma che soddisfazione quando ci si riesce!! Per chi, invece, non ama questo tipo di passatempo e/o non conosce questo autore…beh! Provvedo subito a presentarlo. Stefano Bartezzaghi, milanese classe 1962, è un giornalista, scrittore e semiologo italiano, docente di semiotica
della creatività alla IULM di Milano. Si è laureato in DAMS (Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo) presso la facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Bologna con una tesi in semiotica con relatore Umberto Eco (!) e negli anni ha ottenuto diversi premi letterari e riconoscimenti per il suo lavoro. È figlio di Piero Bartezzaghi, famoso enigmista, e fratello di Alessandro, direttore della Settimana Enigmistica, e di Paolo, redattore della Gazzetta dello Sport. Praticamente una famiglia su carta stampata! Ora, però, inizierete a domandarvi perché vi sto parlando di enigmistica e di Bartezzaghi…tranquilli, ve lo spiego subito! Nel mese di giugno del 2025 ho visto la pubblicità di un libro, scritto appunto dal nostro enigmista, dal titolo “Bozze non corrette”. Veniva definito come il “caso letterario dell’anno” e, ovviamente, mi ha incuriosito. Leggendo la presentazione scopro che si tratta di un “libro-sfida”. Bartezzaghi scrive una sorta di racconto-cronaca, partendo dalla sua esperienza di correttore di bozze, sulla morte dello scrittore (e suo amico) Niccolò Errante, uno degli scrittori più enigmatici e originali della narrativa italiana contemporanea. Autore schivo e solitario, ha costruito un’opera ibrida e potente, in cui convivono noir, epica, psicologia e commedia. Ma andiamo con ordine…per farvi capire la vera natura del libro di Bartezzaghi, condivido l’introduzione scritta proprio da lui, perché sicuramente è più esaustiva di quanto potrei scrivere io: "Questo libro è pieno di errori, mille per la precisione: refusi (ma non di punteggiatura o sintassi, non sono così cattivo), errori lessicali e grammaticali, vocaboli sbagliati, errori fattuali, omissioni. E non è colpa del povero correttore di bozze che ci ha lavorato. Gli errori li ho
messi io, per giocare con voi come Niccolò Errante faceva con me. Errante era un grande scrittore misterioso, enigmatico, che non amava apparire: nessuno sa esattamente neanche quando o dove è nato. Avevo il privilegio di essere il correttore di bozze dei suoi romanzi e posso dire di essere stato anche un suo amico. E a un certo punto io e Niccolò abbiamo iniziato a fare un gioco. Mi inviava brevi racconti pieni di errori da scovare, e quegli errori componevano un messaggio segreto. Ci abbiamo giocato fino alla sua morte o, per meglio dire, fino al suo suicidio: il 3 giugno 2025, dopo una riunione con la casa editrice, il mio scrittore preferito e mio amico, infatti, completamente ubriaco si è buttato dal balcone di casa sua. Però io so che Errante non si è suicidato e ho nascosto la verità nei mille errori disseminati in questo libro. E solo i più scaltri tra voi che riusciranno a trovarli potranno ricomporre un messaggio segreto e risolvere il giallo della sua morte. Quanti di voi accetteranno la sfida?"

Ecco di cosa si tratta. Leggere e trovare i mille errori, dieci per ciascuno dei cento brevi capitoli, e, alla fine, capire cosa è davvero successo a Errante. Ovviamente volevo quel libro, volevo accettare la sfida e provare a risolverla…e, bontà loro, per il mio compleanno due carissime amiche me lo hanno regalato! Ho aspettato di essere in ferie per iniziarlo e…mamma mia!!! È stato estremamente impegnativo e devo ammettere che, in alcuni momenti, ho avuto la tentazione di chiuderlo e non andare avanti. Poi ho capito che dovevo affrontarlo senza “ansie” e senza concentrarmi sugli errori…dovevo trattarlo come un libro e, semplicemente, leggerlo. Così ho ricominciato da capo e, in effetti, ho iniziato a trovare diversi errori. Ovviamente quelli più palesi sono stati i primi…poi, man mano che continuavo a leggere iniziavo a notare anche quelli un po’ più “nascosti”. In alcuni capitoli ho trovato subito i 10 errori, in altri ho dovuto riprendere la lettura più volte per trovarli…e in altri ancora ne ho trovati solo alcuni. Gli errori da trovare erano mille e io mi sono fermata a poco più di 850…penso di potermi dire soddisfatta e…chissà?! Magari un giorno ci riprovo. L’importante è che mi sono proprio divertita ad affrontare questa originalissima sfida. Volete sapere se sono riuscita a capire la verità sulla morte di Errante?!? Beh! Non ve lo dico…vi invito, invece, a procurarvi una copia di “Bozze non corrette”, ad armarvi di matita e gomma ed a cimentarvi personalmente in questa impresa: vi assicuro che, al di là del risultato, ne sarà valsa la pena! 

E per quanto riguarda il gusto? Purtroppo, il buon Bartezzaghi non pensa minimamente al cibo…evidentemente per lui è qualcosa di secondario e irrilevante…del resto nessuno è perfetto! E allora? Quale ricetta abbinare a questo libro così particolare e impegnativo? Un giorno, dopo aver passato più di due ore su un capitolo particolarmente ostico, mi sentivo un po’ frastornata e avevo bisogno di preparare un pranzo veloce e gustoso, di quelli che fai quasi a occhi chiusi e che ti mette subito il buon umore. E così ho preparato un panino con le œufs baveux, ovvero con le uova bavose.

Le uova preparate in questo modo hanno una consistenza morbida, cremosa e leggermente umida al centro, tipica delle uova cotte poco. Non sono strapazzate e non arrivano neanche a comporre un’omelette…si tratta di una ricetta estremamente semplice, anzi, più che una ricetta è un procedimento di preparazione delle uova. Anzitutto dovete procurarvi delle uova freschissime e poi…le sbattete con sale e pepe e poi versarle in una padella antiaderente calda (se volete potete mettere una noce di burro). Non appena iniziano a rapprendersi mescolatele con una spatola e in pochi minuti sarannopronte. Non stracuocetele altrimenti si seccano troppo. Il segreto è mantenere la fiamma bassa e mescolarle lentamente. Aggiustate di sale e pepe a vostro piacimento e poi godetevele! Morbide e calde servite sul pane tostato, insieme ad un’insalata fresca sono davvero gustose…e vi faranno dimenticare per un po’ la difficoltà del libro del Bartezzaghi!!! Provatele e fatemi sapere!

15/03/2026

DOLCI GOLOSI PER AFFRONTARE “UN TRANQUILLO WEEKEND DI OMICIDI”

Il titolo del libro di cui vi parlo oggi è già tutto un programma: “Un tranquillo weekend di omicidi” di Dann McDorman. Autore per ora non molto noto fuori dagli Stati Uniti, McDorman, che vive e lavora a Brooklyn con la moglie e i loro due figli, è un produttore di grande successo e ha lavorato anche come reporter e saggista. Questo è il suo primo romanzo, osannato dalla critica e adorato dai lettori di tutto il mondo…o quasi. Le recensioni, infatti, non sono tutte positive. Ciò nonostante, ha venduto milioni di copie ed è stato tradotto in 16 lingue. Cosa ne penso io? Prima ve ne parlo e poi ve lo dico…Anzitutto gli “ingredienti” di un buon giallo tendente al “classico” ci sono praticamente tutti. Un esclusivo club di caccia nei boschi dell’Upstate di New York, al quale sono ammessi solo i membri di poche e ricchissime famiglie, che si riuniscono anno dopo anno, generazione dopo generazione, per cacciare orsi e cervi e bere Martini…cercando di tenere il più possibile nascosti i loro segreti. E in mezzo a loro, inaspettato e invitato da uno dei soci all’insaputa degli altri, arriva un detective. Ma non un detective qualsiasi, ci mancherebbe! Adam McAnnis è un detective “vecchio
stampo”, stile Phil Marlowe, dall’aspetto un po’ trasandato, lo sguardo cinico e indecifrabile, la sigaretta perennemente accesa fra le dita, ficcanaso fino a rendersi insopportabile e con un sorriso malinconico che lo rende affascinante per le donne di tutte le età. Lui ascolta e origlia, osserva e fissa, parla poco e quando lo fa butta lì una domanda, allude, istiga o “lancia” frasi sarcastiche e a volte enigmatiche. Ha accettato l’invito a passare un week end a West Heart, in compagnia dei membri delle varie famiglie presenti all’evento annuale: i Garmond, i Mayer, i Blake, i Burr, i Talbot e i Caldwell.  Tutti cognomi importanti e “storici”, che evocano epopee e imprese d’altri tempi. McAnnis sa già che accettando l’invito (e l’incarico) dal suo ex compagno di college, di curiosare e capire se qualcuno dei soci vuole danneggiare il club o lo sta già facendo, si renderà antipatico e totalmente indesiderato per la maggior parte dei partecipanti (se non per tutti!) ma si immerge comunque in quell’atmosfera fatta di sorrisi (falsi), di chiacchiere durante i tanti (troppi) cocktails e di serate (per niente) spensierate e rilassanti. E scoprirà che tutti i membri delle diverse famiglie nascondono segreti, covano rancori, bramano vendette, cospirano contro gli altri, si guardano con un misto di invidia, timore e odio. Quindi, come dicevo, ci sono tutti gli ingredienti per un bel giallo…no? …cosa manca? Ah! Beh! Certo…il morto! Ma c’è,
tranquilli…ben presto viene rinvenuto il cadavere di una delle belle signore, moglie di uno dei ricconi presenti…quindi il “pacchetto” è completo…no? Non ancora? Ah! Beh! Certo…si scatena una terribile tempesta che blocca ogni via di uscita (e di accesso) e costringe tutti a dover “
stare”. Stare a guardare gli altri, sapendo che nel gruppo si nasconde un assassino…Stare ad ascoltare le domande del detective...Stare ad aspettare che la tempesta si calmi e arrivi la Polizia (quella vera!) …Stare ad ascoltare le congetture e le accuse che ci si rivolge l’un l’altro…Stare…non si può fare altro. E McAnnis avrà il suo bel da fare per risolvere un caso difficile, in cui la verità è sempre più difficile da trovare. Aprirà tanti armadi in cui sono nascosti altrettanti scheletri, che rischieranno più volte di cadergli addosso e…No, basta, non aggiungo altro, altrimenti arriverei a dire troppo. E torniamo a noi. Il libro non si può definire un “bel giallo” ma sicuramente è estremamente originale, a partire dal modo in cui l’autore coinvolge il lettore fin dalle prime pagine. Il lettore si ritrova in quel posto, insieme a McAnnis e ad un certo punto non sa più se amare o odiare il detective…sicuramente è una lettura coinvolgente e, una volta iniziata, si vuole arrivare alla fine, per capire, per trovare la luce e la pace, dopo tanto odio e tanto buio. Posso affermare di aver apprezzato molto questo libro: il modo in cui viene sviluppata la trama, come vengono gestiti i personaggi e come è scritto…ma, devo essere sincera, non è fra i libri che mi sentirei di consigliare se non a chi ama il genere, che si rifà all’hard-boiled di Chandler & co. E il motivo è molto semplice: è tutto molto, troppo “cupo”, ti lascia addosso tanta tristezza e in bocca tanta amarezza. Inoltre, al di là dei piatti scenografici (ed improponibili) proposti per i loro buffet e i fiumi di cocktails consumati dai protagonisti, in questo romanzo non ho trovato nessun tipo di gusto…e così, per tirarmi un po’ su e concedermi una pausa di dolcezza, ho deciso di attingere dalla pasticceria classica a stelle e strisce e mi sono preparata dei fantastici cookies, in cui convivono in maniera sublime il cioccolato ed il sale: vi assicuro che poi stavo decisamente meglio! Ve li propongo, dopo un breve accenno alla loro nascita e…vi assicuro che, se farli è molto facile, mangiarli lo è ancora di più!!!

I Cookies (Chocolate Chip Cookies) sono i classici biscotti americani con gocce di cioccolato: grandi, rotondi dalla tipica consistenza “chewy”, ovvero gommosa e morbida dentro e “crunchy”, cioè croccante all’esterno. Una bontà irresistibile nata per caso negli anni Trenta del secolo scorso grazie alla signora Ruth. Quel giorno la donna, padrona dell’albergo “Toll House Inn”, aveva terminato il cacao in polvere che utilizzava per preparare i suoi biscotti al burro, così decise di aggiungere all’impasto del cioccolato tritato immaginando che si sarebbe sciolto. I pezzi di cioccolato, invece, rimasero intatti e quando i clienti li assaggiarono ne rimasero entusiasti e in breve tempo, i cookies con gocce di cioccolato divennero una delle preparazioni più famose d’America. Come per ogni ricetta tradizionale, ne esistono numerose versioni e tantissime varianti. Quella che vi propongo è di Martha Stewart.

RICETTA COOKIES AL CIOCCIOLATO

Ingredienti per circa 40 biscotti: 350 gr di farina 00 - 190 gr di burro - 2 uova - 200 gr di brown sugar (in alternativa zucchero di canna grezzo di alta qualità) - 100 gr di zucchero bianco semolato - 1 cucchiaino colmo di bicarbonato di sodio - un “pizzico molto abbondante di sale” - 1 cucchiaio di estratto di vaniglia - 200 gr di gocce di cioccolato - una manciata di sale in fiocchi per guarnire

Prima di tutto sciogliete il burro a bagnomaria e lasciatelo completamente raffreddare (se avete tempo

a temperatura ambiente, finché non ritorna ad uno stato cremoso. Se avete fretta, ponetelo 20 min in frigo, girando di tanto in tanto, affinché non diventi un pezzo unico ma rimanga cremoso). Ponetelo poi in una ciotola grande e aggiungete il brown sugar e lo zucchero bianco: montate con le fruste elettriche e aggiungete anche il sale e la vaniglia. Dovrete ottenere un composto cremoso e uniforme: lo zucchero deve sciogliersi e non risultare in grani. Aggiungete quindi le uova una alla volta e montate sempre ad alta velocità. Aggiungete anche il bicarbonato e montate bene finché non otterrete un composto spumoso. A questo punto aggiungete la farina e le gocce di cioccolato.  Mescolate, questa volta con una spatola, al fine di ottenere un impasto omogeneo. Coprite con la pellicola e lasciate riposare in frigo per almeno 2 ore nella parte bassa più fredda. Se volete potete lasciarlo anche più a lungo o tutta la notte…ma attenzione: lasciare più a lungo l’impasto in frigo non vi permetterà di saltare il raffreddamento in freezer successivo! Trascorso il tempo indicato, l’impasto sarà diventato più solido e duro. Staccate delle palline con un dosatore del gelato. se non lo avete procedete con un
cucchiaio riempiendolo per 3/4: le palline dovranno essere tonde e più alte che larghe. Sistemate tutte le palline su un tagliere e aggiungete sulla superficie (anche laterale) di ogni pallina, delle gocce di cioccolato. Quando avrete realizzato tutte le palline, riponete il tagliere in freezer per circa 2 ore, finché le palline non si saranno solidificate completamente. (N.B. il trucco per cookies dalla forma perfetta è cuocerli congelati!) Quando le palline saranno pronte, disponetene 6 su una teglia foderata di carta da forno. Le altre lasciatele in freezer (in questo modo se volete, potete cuocerle dopo le altre oppure tenerle in freezer e cuocerle nei giorni successivi). Cuocete in forno ben caldo, nella parte media del forno a 170° per 12 minuti esatti. Quando li tirerete fuori i biscotti si saranno allargati sulla teglia e saranno morbidi. Aggiungete subito sale in fiocchi e lasciate raffreddare su un piano di marmo oppure sulla gratella. (Mi raccomando: abbiate pazienza e non assaggiateli subito…ve lo dice chi si è scottata la lingua!!!). 
Una volta raffreddati, potete gustarli con una tazza di te o del latte o semplicemente da soli. La signora Stewart dice che si possono conservare in una scatola di latta per una decina di giorni…ma io sfido chiunque a farli durare così tanto!!!

 

12/10/2025

IL CLANDESTINO – UN ROMANO “NASCOSTO” A MILANO

Come ormai sapete, oltre a leggere libri gialli di diverse tipologie, mi piacciono le serie e le fiction TV, in particolare quelle tratte da romanzi di autori italiani. Mi è capitato però, quasi per caso, di iniziare a guardare una serie che non nasce da un libro…e mi è molto piaciuta! Si tratta di “Il clandestino”, una serie creata da Ugo Ripamonti e Renato Sannio, i quali hanno anche firmato la sceneggiatura con Michele Pellegrini, diretta da Rolando Ravello. Potrebbe sembrare banale ma creare una serie non credo sia facile, soprattutto perché non si ha una “base” da cui partire, come quando, appunto, si trae spunto da un romanzo. Ma veniamo a noi. La serie narra le vicende di Luca Travaglia (interpretato dal bravissimo Edoardo Leo), un ex ispettore capo dell’antiterrorismo che ha lasciato la Polizia in seguito ad un tragico evento. Durante una serata di gala, infatti, in cui Luca e la sua squadra sono infiltrati per proteggere i diplomatici presenti, esplode un ordigno, provocando diversi feriti, fra cui l’agente più giovane della squadra, che perde l’uso delle gambe. Fin da subito sembra evidente che l’attentatore sia Khadija, compagna di Luca di origine libica, che muore nell’attentato davanti agli occhi del suo amato. Luca non riesce a riprendersi e, divorato da mille dubbi e domande e dal senso di colpa, lascia la Polizia “scappando” a Milano. Qui inizia a lavorare come buttafuori nelle discoteche e come guardia del corpo, andando a vivere in affitto nell'autorimessa di Palitha (che ha il volto del simpaticissimo e vulcanico
Hassani Shapi), un singalese con competenze da meccanico che gestisce una propria impresa di soccorso stradale e che vive al piano di sopra con la moglie Gedara. Nelle prime settimane, dopo il lavoro, Luca si chiude nel suo “antro” e beve fino allo sfinimento, vivendo di incubi e flashback e limitandosi ad andare avanti. L’esuberante Palitha, con il quale pian piano si crea un legame di profonda amicizia, lo coinvolge suo malgrado in “interventi” che di meccanico hanno ben poco! Con la scusa dell’affitto arretrato, infatti, il singalese gli chiede aiuto per risolvere problemi e soprusi che coinvolgono povera gente, spesso immigrati irregolari, che non possono o non vogliono rivolgersi alla Polizia. Oltre ad aiutare chi ha davvero bisogno, i due si trovano a guardare con occhi nuovi la loro vita. Da loro arrivano persone con storie incredibili, uomini e donne spesso sfruttati ed emarginati, a volte semplicemente ignorati o abbandonati, vittime silenziose e inerti di ingiustizie e di violenze. In tutto questo, il “buon” Palitha vede un’occasione di guadagno e propone a Luca di mettersi in società e di creare un’agenzia investigativa. L’improbabile “coppia”, che fra un caso e l’altro dà vita a esilaranti “siparietti”, si sposta per la città usando un furgone Fiat 1100 di colore rosso fiammante, completamente restaurato e modificato come carro attrezzi, con tanto di pubblicità dell’autofficina di Palitha e della loro neonata e sgangherata agenzia! Nelle loro indagini, ricorrono spesso all’aiuto del vicequestore Claudio Maganza, amico di vecchia data di Luca, che chiude sovente un occhio (anche due!) sulle loro “attività” non sempre regolari e a quello di Carvelli, un alto dirigente dei Servizi segreti italiani, altro suo vecchio conoscente dai tempi in cui lavorava all'antiterrorismo, al quale telefona per ottenere informazioni e rintracciare persone. Lavorando come
guardia del corpo e accettando i vari incarichi tramite l’agenzia, Luca capisce che deve riprendere in mano la sua vita e, soprattutto, rimanere sobrio. I soldi dell’agenzia, infatti, fanno comodo anche a lui, e non solo all’amico, per una ragione che tiene completamente segreta. Le bottiglie di vodka e whisky lasciano così il posto a innumerevoli bottigliette di chinotto, che beve in qualsiasi momento del giorno e della notte. …Mi piacerebbe proseguire e raccontarvi anche il resto ma preferisco fermarmi, sperando di aver suscitato in voi la curiosità di vedere la serie che, come vi dicevo, è davvero coinvolgente. Sarà stata la capacità espressiva di Edoardo Leo e il suo modo di parlare…o l’incredibile simpatia di Hassani Shapi, che si apposta con il carro attrezzi nei luoghi più assurdi, sgranocchiando bastoncini al cioccolato e pensando di non dare nell’occhio…o ancora vedere le vie e i quartieri della “mia” Milano diventare tristemente protagonisti di guerre tra gang o zone di traffici illeciti…sta di fatto che la serie, episodio dopo episodio, mi ha coinvolto e mi ha fatto stare con il fiato sospeso, riuscendo a stupirmi e a non dare nulla per scontato, neanche la differenza fra bene e male, che spesso non è così netta. Purtroppo, l’anno scorso l’attore Hassani Shapi è morto improvvisamente e quindi non si sa se verrà girata la seconda stagione ma vi consiglio vivamente di guardare la prima e unica, perché ne vale la pena. Per quanto riguarda il gusto, invece, non c’è molto da dire. Luca beve prima litri di alcool e poi litri di chinotto, mentre Palitha mangia i bastoncini Mikado (beh! Dico la marca perché nella serie non viene mai oscurata…) di cui ha una scorta infinita. Quindi per questa volta mi limito a parlarvi di una bevanda tutta italiana nata da un agrume:
il chinotto.

Il chinotto è un estratto analcolico del Citrus myrtifolia, agrume diffuso sulla costa tirrenica italiana. Si

tratta di una bevanda scura, dall’aspetto simile a una cola, di gusto amarognolo. Rispetto alle versioni storiche originali, (purtroppo direi!), i chinotti attualmente in commercio sono generalmente più zuccherati. La sua nascita è di origine incerta. Alcune fonti sostengono sia stato inventato negli anni Trenta dalla San Pellegrino, che ne è la principale produttrice, altre lo fanno risalire agli anni Quaranta in Sicilia o in provincia di Viterbo ed altre in un comune della Svizzera italiana. Infine, c’è una delle “teorie” più accreditate, secondo la quale la formula industriale fu inventata a Milano, dalla “Costantino Rigamonti fu Giovanni”, che divenne poi la Recoaro. E, infatti, negli anni Cinquanta il chinotto più famoso e venduto era proprio quello con marchio Recoaro. Nel tempo, nonostante una particolare diffusione oltreoceano, il chinotto ha rischiato di scomparire e di diventare un prodotto di nicchia, reperibile solo in Italia. Negli ultimi decenni, invece, è tornato un po’ “di moda”, grazie anche ai diversi marchi che lo producono e stanno cercando di tornare al prodotto originale, meno zuccherato e più dissetante. In molti Paesi in cui viene esportato, rimane comunque un prodotto “Made in Italy” che si può trovare solo nei negozi specializzati. Ricordo che questa bevanda, quando ero ragazzina, veniva venduta nel negozio di famiglia, insieme ad altre bibite, rigorosamente in bottiglie di vetro. Ultimamente l’ho bevuto e trovato molto, troppo dolce, in effetti. Però, poi, cercando una versione in vetro per fare le foto del post, sono rimasta piacevolmente sorpresa nel trovare un gusto decisamente più amarognolo e dissetante. Adesso, però, ogni volta che ne vedo una bottiglia, ripenso a Luca Travaglia che lo ha scelto per superare la dipendenza dall’alcool. Non so se a voi piace o se l’avete mai assaggiato. Magari provatelo e sorseggiatelo bello fresco, mentre guardate gli episodi de “Il clandestino”…direttamente dalla bottiglia, mi raccomando! Alla salute e alla prossima!