Nell’immaginario collettivo, quando si sente parlare di assassini seriali, o meglio, di “serial killer”, subito si pensa agli Stati Uniti d’America ed alle diverse serie televisive dedicate a questo tema. Purtroppo, nella realtà, il fenomeno non è circoscritto a quella particolare zona geografica, anzi! Agli americani va sicuramente riconosciuta la "paternità" della denominazione di serial killer. I profiler Robert Ressler e John E. Douglas, agenti speciali dell'FBI, infatti, sono stati i primi a studiare in maniera sistematica il fenomeno dell'omicidio seriale dagli anni Sessanta del XX secolo. Ma con i successivi studi e approfondimenti, si è arrivati ad affermare che gli assassini seriali esistevano già in Europa dal Diciassettesimo secolo (sì, avete capito bene) …solo che all’epoca non c’erano né le conoscenze né gli strumenti per individuarli come tali. Se volete approfondire l’argomento, in Internet potete trovare moltissimo materiale…io, invece, oggi voglio parlarvi di quello che (pare) sia stato il primo serial killer italiano: Antonio Boggia. Forse qualcuno ne avrà sentito parlare ma credo sia diventata più famosa la zona, anzi, la via in cui occultava i cadaveri delle sue vittime: la “stretta Bagnera”, oggi via Bagnera, una traversa della centralissima via Torino, a Milano. Il Boggia (1799- 1862) era un piccolo imprenditore e muratore, gentiluomo sposato e apparentemente irreprensibile. Stimato da tanti come grande lavoratore, uomocredente e assiduo frequentatore della Chiesa, onesto, generoso, sempre pronto ad aiutare chi era in difficoltà, era, in realtà, un abile truffatore ed un grande manipolatore. Entrava nella vita delle sue vittime con un espediente, per poi circuirle, proponendo loro di entrare in affari con lui e facendosi affidare i loro averi. Una volta “caduto nella trappola” il malcapitato di turno veniva ucciso brutalmente ed il suo corpo veniva sotterrato o murato nella cantina che possedeva nella stretta Bagnera, appunto. L’assassino si sentiva sicuro e al di sopra di ogni sospetto e agiva senza nascondersi, certo che nessuno lo avrebbe potuto accusare di nulla. Le persone che “sceglieva”, infatti, erano sole o, in qualche modo, isolate e spesso la loro scomparsa veniva segnalata solo molto tempo dopo la loro morte. In occasione di lavori di ristrutturazione, vennero rinvenuti i resti di quattro persone, uccise a cavallo di un decennio circa e, con lo svolgersi delle indagini, fu facile risalire al colpevole e arrestarlo. Il caso all’epoca fece molto scalpore, non solo per la ferocia degli omicidi che strideva con l’immagine di “buon cittadino” del Boggia ma anche e, soprattutto, per il processo che si svolse e che fu un vero e proprio “spettacolo” seguito dai cittadini milanesi, che affollavano l’aula di tribunale. Il libro scritto da Giovanni Luzzi (1901- 1982), avvocato, studioso di psicologia giudiziaria e amante di Milano e del dialetto milanese, è una vera e propria cronaca del caso e del dibattito che ne seguì e che vedeva accusa e difesa sfidarsi a colpi di testimonianze. Non si tratta di un romanzo né di un legal thriller. E non si può certo definire una “lettura” scorrevole e di svago. Ma vi assicuro che coinvolge e riesce a catapultare il lettore nella Milano del 1800. Io l’ho letto in tre giorni…ero curiosa di capire come l’accusa sarebbe riuscita a far condannare il colpevole e quasi (passatemi il termine!) “affascinata” dalla difesa di quest’ultimo che, con una non indifferente dialettica, proclamava la propria innocenza, arrivando a dichiararsi “malato di mente”. Non voglio aggiungere altro, non entro nei particolari e spero che qualcuno di voi si incuriosisca e decida di leggere questo libro. Certo, si possono cercare e trovare notizie on line su questo caso…e scoprire che il “mostro della stretta Bagnera” fu condannato a morte per impiccagione…e che la sua esecuzione fu l’ultima tenutasi a Milano fino alla Seconda Guerra Mondiale. Ma leggere i fatti descritti minuziosamente e fedelmente dal Luzzi credo sia tutta un’altra cosa. Se poi volete farvi un giro alla stretta Bagnera…sappiate che una leggenda milanese narra che il fantasma dell'assassino vaghi ancora oggi nei pressi della via: esso si manifesterebbe tramite una ventata di aria gelida che avvolgerebbe la gente anche in piena estate!
Immagino abbiate già capito che nel libro di Luzzi non sono presenti piatti o riferimenti a cibi …l’unico accenno è quello al bicchiere di vino che il Boggia beve e offre ad amici e vittime…ma sapete, anche, che io abbino sempre un piatto a tutti i libri che leggo e di cui vi parlo. Siamo a Milano e ho scelto un piatto della tradizione lombarda: il riso e latte o, meglio, il “ris e lacc” in dialetto milanese. Si tratta di un antico piatto povero della tradizione contadina del Nord Italia, specialmente di Lombardia e Veneto. Nato nel Medioevo come pasto serale nutriente e corroborante, veniva consumato caldo in scodelle di terracotta sfruttando i due ingredienti principali delle campagne: il riso e il latte vaccino. Le sue origini risalgono al Medioevo, quando veniva consumato prima di andare nei campi, in quanto piatto povero ma completo. Le famiglie contadine lo preparavano aggiungendo al riso bollito nel latte un tocco di burro e, talvolta quando potevano permetterselo, del formaggio grattugiato per dare più sapore. Una delle prime testimonianze scritte risale al 1544, quando l'erborista senese Pietro Andrea Mattioli descrisse l'usanza di cuocere il riso nel latte vaccino come tecnica culinaria ormai diffusa in tutto il Nord Italia. Dalle mense dei contadini, il piatto si è evoluto nelle cucine di tutta la Pianura Padana ed è poi arrivato sulle tavole dei nobili milanesi, che ne apprezzavano il gusto e la semplicità. Divenne un comfort food invernale e, nella sua variante dolce, una merenda classica preparata dai nonni, arricchita a seconda della disponibilità con zucchero, scorza di limone o cannella. La storia del "riso e latte" è legata a doppio filo alla civilizzazione agricola padana. La sua diffusione è nata per sfamare grandi e bambini usando ingredienti di recupero e a lunga conservazione, celebrando la semplicità della cucina rurale. Ogni famiglia aveva (e ha ancora) la sua versione…io condivido quella originaria, che era quella che preparava mia nonna Giulia, mondina lodigiana che cucinava il riso in mille modi (ovviamente tutti super gustosi!)
RISO E LATTE
Ingredienti per 4 persone: 320 gr di riso (Arborio, Carnaroli o
Vialone Nano) – 1,5 litri di latte intero – 30/40 gr di burro – sale q.b. – 40/50
gr di Grana Padano – un pizzico di noce moscata (facoltativo) * Opzionale: una
scorzetta di limone o una noce di burro extra per la mantecatura.
Versare il latte in una casseruola
capiente (preferibilmente antiaderente o dal fondo doppio) e scaldarlo
dolcemente finché arriva a sfiorare il bollore. Aggiungere un pochino di sale
(e se si desidera un pizzico di noce moscata) e tuffare il riso direttamente
nel latte caldo. Abbassare la fiamma e far cuocere a fuoco lento per circa
15–20 minuti, mescolando spesso e dolcemente, affinché il riso rilasci l’amido
e non si attacchi al fondo. Una volta che il riso è cotto e la consistenza
risulta cremosa (simile a un risotto all'onda per intenderci), spegnere il
fuoco e aggiungere il burro freddo e il Grana Padano grattugiato, mescolando
energicamente per mantecare. Servirlo e gustarlo ancora caldo.
N.B.Per la versione dolce anziché
il sale e il formaggio, aggiungere due cucchiai di zucchero e la noce moscata. Per
quanto riguarda il burro, invece, aggiungerne solo 30 grammi nel latte, prima
del riso. Una volta pronto, lasciarlo riposare qualche minuto e servire
tiepido.
Ogni volta che mia nonna lo preparava,
rigorosamente nella versione salata, per me era una festa! Ho
provato a
replicarlo ma non sono mai riuscita a dargli il sapore e la consistenza che
riusciva a dargli lei…avrà avuto qualche segreto?!? Ahimé! Non lo saprò mai! Oggi
invece, me lo prepara Emanuela, colei che assaggia sempre i miei piatti e riesce
a fotografarli dalle angolazioni più originali. Lei non l’ha mai mangiato né cucinato
salato ma quando lo prepara, anche se nella versione dolce, riesce a farmi tornare
un po’ bambina…ed è bellissimo! Provatelo, nella versione che volete, e
gustatelo, soprattutto adesso con i primi freddi: sono sicura che vi piacerà e
che lo inserirete nella vostra “lista dei comfort food”!











