Un buon libro, così come un buon piatto, deve attrarre, catturare, coinvolgere, stupire, emozionare...In moltissimi gialli il cibo gioca un ruolo importante a volte fondamentale e i detective usano tutti i loro sensi per risolvere i misteri: tatto, udito, olfatto,vista e gusto...il gusto del delitto...
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13/04/2022
ILARIA TUTI E TERESA BATTAGLIA: DUE DONNE FORTI DAL FREDDO DELLE MONTAGNE FRIULANE
Ilaria Tuti,
classe 1976, è nata e vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Ama la
fotografia e la pittura e ha conseguito la laurea in Economia e commercio. Ha
lavorato per un po’ di tempo come illustratrice per una piccola casa editrice e
poi ha deciso di scrivere dei romanzi gialli, creando un personaggio unico e
affascinante: Teresa Battaglia, commissario e profiler. Il primo romanzo che la
vede protagonista è “Fiori sopra l’inferno”, a cui fanno poi seguito “Ninfa
dormiente”, “Luce della notte” e “Figlia della cenere”. Per il momento ho letto
solo i primi due…ma vi assicuro che non vedo l’ora di procurarmi e di leggere
anche gli altri! Iniziamo, comunque, dal primo, un vero e proprio “caso
letterario” che ha riscosso subito un grande successo e si è meritato una
“Menzione speciale” al Premio Scerbanenco. La storia si svolge in un paesino
(immaginario) delle montagne friulane (anche il paesaggio è uno dei
protagonistidel libro e diventa parte integrante della narrazione). Travenì,
come tanti altri, è un paesino chiuso e restio ad accogliere gli estranei,
legato ancora alle credenze popolari ed alle tradizioni che si tramandano di
padre in figlio. Gli adulti cercano di proteggere il loro tranquillo e
rassicurante “tran-tran” e i bambini, nel presente come nel passato, vivono in
un mondo tutto loro, fatto di miti, di alleanze, di amicizia e di lealtà. Nei
boschi vicini al paese è successo e sta succedendo qualcosa di inquietante,
qualcosa che costringerà la Polizia a scavare sempre più a fondo, sia nella
natura impervia, sia nel passato di quei luoghi ostili. “Tra i boschi e le
pareti rocciose a strapiombo, giù nell’orrido che conduce al torrente, tra le
pozze d’acqua smeraldo che profuma di ghiaccio, qualcosa si nasconde. Me lo
dicono le tracce di sangue, me lo dice l’esperienza: è successo, ma potrebbe
risuccedere. Questo è solo l’inizio. Qualcosa di sconvolgente è accaduto, tra
queste montagne. Qualcosa che richiede tutta la mia abilità investigativa. Sono
un commissario di polizia specializzato in profiling e ogni giorno cammino
sopra l’inferno. Non è la pistola, non è la divisa: è la mia mente la vera
arma. Ma proprio lei mi sta tradendo. Non il corpo acciaccato dall’età che
avanza, non il mio cuore tormentato. La mia lucidità è a rischio, e questo
significa che lo è anche l’indagine. Mi chiamo Teresa Battaglia, ho un segreto
che non oso confessare nemmeno a me stessa, e per la prima volta nella vita ho
paura”. Questa è la traccia che si trova sulla quarta di copertina del
libro e mette subito in chiaro alcuni aspetti del carattere del commissario.
Anzitutto la sua specializzazione (è una delle prime e poche profiler italiane)
che la porta a documentarsi per conoscere a fondo l’ambiente e le persone che
fanno “da sfondo” alla vicenda. È una donna estremamente intelligente, acuta,
attenta, capace di empatia e di andare oltre le apparenze e le prove tangibili.
È sulla sessantina, ormai sulla strada della pensione, non è atletica ed è diabetica
(anche se nelle sue tasche non mancano mai delle caramelle e, in particolare,
delle rotelle di liquirizia!). Si mostra scorbutica e cinica ma il suo cuore,
segnato da vecchie ferite mai del tutto rimarginate, è grande. Forte ma anche
fragile, capo serio ed esigente e, al contempo, “mamma chioccia” dei suoi
uomini, Teresa sta combattendo una lotta interiore che mette a dura prova la
sua lucidità e le sue innate e straordinarie doti investigative. Accanto a lei l’anatomopatologo
(e amico) Antonio Parri, i suoi due “storici” e fidati collaboratori, Parisi e
De Carli, e il procuratore Gardini. Ed infine il nuovo arrivato, l’ispettore
Massimo Marini, giovane e inesperto ma con una gran voglia di imparare e di
mettersi alla prova, esatta antitesi di Teresa, con la quale si scontra
praticamente subito. Anche Massimo nasconde un segreto che continua a
tormentarlo e a segnare la sua vita e che lo costringerà ad affrontare i
fantasmi del suo passato. Arrivato in provincia dalla città, farà di tutto per
inserirsi nella squadra e, soprattutto, per essere accettato e apprezzato dal
suo nuovo superiore…ci riuscirà? A voi scoprirlo…perché io mi fermo qui e non
vi dirò altro! Leggete i romanzi di Ilaria Tuti e sono sicura che, come è
capitato a me, vi troverete subito catapultati in un altro mondo, nelle
indagini del commissario Battaglia e nelle vicende degli abitanti di Travenì.
Per quanto riguarda il gusto, invece, nei libri che ho letto non c’è traccia di
cibo…o meglio…i “nostri” personaggi sono talmente presi dalle indagini da non
avere nemmeno il tempo di mangiare…e oltre a questo c’è anche il fatto che
Teresa Battaglia è diabetica e la sua unica debolezza è costituita, come già
accennato, dalle rotelle di liquirizia e dalle caramelle. Quindi non ho ricette
o piatti particolari da proporvi, almeno per quanto riguarda i primi due
libri…ma vi prometto che, se ne troverò almeno uno degno di nota nei libri
successivi, lo preparerò e tornerò a parlarvi di Ilaria Tuti e di Teresa
Battaglia. Nel frattempo, vi invito a procurarvi un bel sacchetto di caramelle
(rotelle di liquirizia, gommose, frizzanti…e tutto ciò che più vi piace!), a
mettervi comodi sul divano o sulla poltrona e a mangiarle leggendo le avventure
del commissario Battaglia…vi piaceranno sicuramente! Alla prossima lettura!
22/04/2020
CRIMINAL MINDS: UNA SQUADRA DI PROFILER A CACCIA DI SERIAL KILLER
Quello di oggi è il mio post numero 100 e quindi vorrei parlarvi della
mia serie televisiva “made in USA” preferita, nata dalla mente geniale dello
sceneggiatore e produttore statunitense Jeff Davis: Criminal Minds. Non so
quanti di voi la conoscano ma per quelli che non l’hanno mai vista…beh! Non sapete
cosa vi siete persi!!! Dopo aver letto il mio post, quindi, vi invito a correre
a cercare le repliche per mettervi in pari, in attesa di vedere la 15^ ed
ultima stagione. Già perché proprio qualche settimana fa negli USA è stato
trasmesso l’ultimo episodio dell’ultima stagione, appunto, con il quale è
calato il sipario su questa serie, con grande dispiacere dei fan che non si
danno pace e chiedono a gran voce che i produttori ci ripensino…purtroppo non
credo ci siano molte speranze e, comunque, ad un certo punto si deve pur
mettere la parola fine, anche se costa molta fatica. Ma torniamo a noi: di cosa
parla “Criminal Minds”?
La serie racconta il lavoro del BAU (Behavioral Analysis Unit), cioè dell’Unita di Analisi Comportamentale, una squadra di esperti psico-criminologi dell’FBI, incaricati di elaborare un profilo psicologico e comportamentale degli assassini seriali (o serial killer), in modo da prevederne le mosse, fermarli e, soprattutto, assicurarli alla giustizia. Solitamente la squadra viene chiamata in ogni parte del paese dalla polizia locale alle prese con delitti particolarmente efferati e riconducibili, appunto, ad un criminale seriale. Rapimenti, violenze, omicidi, torture…i profiler intervengono in diverse situazioni e per diverse tipologie di crimini, spostandosi dalla sede centrale di Quantico, in Virginia, verso le città in cui c’è bisogno del loro intervento. Per creare la serie Davis si è fatto aiutare da un vero profiler, ex agente dell’FBI, e spesso si è ispirato a veri fatti di cronaca (…cosa che mette davvero i brividi!). Ogni episodio inizia con la presentazione del caso alla squadra, la quale poi si ritrova sul jet dell’FBI che la trasporta sul luogo del delitto. Seduti a bordo i nostri esperti cominciano a discutere delle varie caratteristiche dell’S.I. (Soggetto Ignoto): la vittimologia, il “modus operandi”, le scene del crimine, il possibile movente, ecc. Ciascuno di loro ha una preparazione particolare ed un compito ben preciso, ognuno fornisce il proprio contributo e la soluzione del caso si raggiunge grazie alla loro capacità di lavorare in gruppo, mettendo insieme i vari pezzi del puzzle. L’assetto della squadra ha subìto delle variazioni nel corso degli anni ma ogni personaggio (ed ogni attore) ha lasciato una propria originale impronta e non posso assolutamente esimermi dal presentare una per una almeno le figure principali. Inizialmente alla guida del BAU c’era Jason Gideon (interpretato da Mandy Patinkin), colui che ha ideato e creato la squadra, affiancato da Aaron "Hotch" Hotchner (Thomas Gibson), che gli subentrerà dalla 4^ stagione. Gideon è il mentore di Hotch e conosce profondamente ciascuno dei suoi agenti, per questo è riuscito a trovare il loro potenziale, la loro particolare capacità e li aiuta a mettersi continuamente in gioco, facendo attenzione a non lasciarsi ingannare da niente e da nessuno. Hotch è un uomo tutto d’un pezzo, sempre molto concentrato, apparentemente impermeabile a qualsiasi coinvolgimento ed emozione. Ha dovuto sacrificare molto della sua vita privata per il suo lavoro e guida la squadra con autorevolezza, caricandosi spesso sulle spalle il peso di scelte molto difficili. Derek Morgan (il bellissimo Shemar Moore!), il cui cervello lavora di pari passo con i muscoli, è affascinante e sempre pronto all’azione. Ha scelto di entrare nell’FBI per superare dei traumi infantili e per emulare il padre, poliziotto morto in servizio e ha un bellissimo rapporto di amicizia con l’esperta informatica, nonché ex hacker, Penelope Garcia (Kirsten Vangsness), la quale si dice perdutamente innamorata di lui e a lui solo permette di chiamarla “bambolina”. Penelope, chiusa nel suo ufficio pieno di computer e di gadgets coloratissimi, inorridisce davanti alle violenze che spesso deve documentare alla squadra; non è quasi mai sul campo ma fornisce un supporto importantissimo che spesso si rivela fondamentale per la soluzione delle indagini. Jennifer “JJ” Jareau (A.J. Cook). Cercando di dividersi fra il “lavoro” di moglie e madre e quello di agente dell’FBI, JJ è l’esperta nelle relazioni con i mass-media e con i parenti delle vittime. La sua umanità, la sua dolcezza e la sua grande forza d’animo la trasformano spesso nel “collante” della squadra, anche se, all’occorrenza, è capace di tirare fuori una grinta fuori dal comune. JJ è molto legata al fantastico dottor Spencer Reid (Matthew Gray Gubler), eccentrico e geniale, capace di leggere un libro in meno di un’ora, di risolvere un’intricata equazione in tre minuti, di “vedere” ciò che agli altri sfugge e di snocciolare dati e citazioni di qualsiasi tipo…ma completamente imbranato nella vita pratica e spesso incapace di relazionarsi con le persone. Il suo apporto è sempre decisivo e nella squadra, che è praticamente la sua famiglia, riesce ad essere sé stesso ed a crescere umanamente. Altra presenza femminile è la pragmatica Emily Prentiss (Paget Brewster), che, arruolata dall’Interpol, lascerà la squadra per un lungo periodo di tempo, per poi tornare e prenderne il comando, succedendo a Hotch nelle ultime quattro stagioni. Emily è colta, sofisticata, sempre a suo agio, calcolatrice, capace di trovare il famoso ago nel pagliaio, se necessario. Nel susseguirsi delle stagioni dimostrerà un carattere davvero “tosto” e saprà stupire i suoi stessi colleghi in diverse occasioni, mostrando lati di sé abitualmente nascosti. Infine abbiamo il veterano italo-americano David Rossi (Joe Mantegna). Rossi è un grande esperto profiler, ha scritto molti libri e tiene corsi sulla materia ed è molto conosciuto e stimato. Si trova spesso a prendere in mano le redini della squadra quando il “capo” di turno è momentaneamente impossibilitato ma non vuole occupare quel ruolo in pianta stabile. Le sue conoscenze ed i suoi trascorsi sono spesso utili per dare una svolta decisiva alle indagini e lavora molto spesso in coppia con Reid, davanti alle cui capacità si stupisce e per il quale nutre un affetto quasi paterno. Ci sono anche altri agenti che entrano ed escono di scena nelle varie stagioni ma quelli che ho appena elencato sono, per così dire, i “principali”. Mi rendo conto di essermi un po’ dilungata nella loro presentazione ma, vi assicuro, era necessario perché “la serie” sono loro; le loro vite e le loro relazioni sono il “fil rouge” che unisce tutte gli episodi, anno dopo anno. La forza di questa serie televisiva sta proprio in questo: nonostante vengano presentate le brutture e le cattiverie alle quali un uomo può arrivare, alla fine l’umanità, la solidarietà, l’amicizia, l’amore…insomma tutto ciò che è positivo comunque vince, anche quando ti lascia un po’ di amaro in bocca, anche quando non si riesce a salvare qualcuno, anche quando non si riesce ad arrestare il colpevole di turno…alla fine l’importante non è quello che non si è fatto ma quello che si è riusciti a fare, alla fine l’importante è riuscire a restare umani e a scegliere sempre il bene. Ok, ora però basta altrimenti mi metto a piangere!!! Veniamo al gusto…beh! Da questo punto di vista la serie è un vero disastro!!! Gli agenti del BAU non hanno mai tempo per fermarsi, trangugiano caffè, mangiano al volo hamburger o cibo da asporto, lasciato puntualmente a metà sulle varie scrivanie…l’unica che ogni tanto riesce a regalarsi una “coccola” dolce è la mitica Penelope (e la adoro anche per questo!), che ama in particolare i muffin e la golosa e coloratissima (come lei) torta Red Velvet…quindi ho avuto poca scelta e ho dovuto cimentarmi in questa ricetta. Il suo nome significa “velluto rosso” ed è un dolce americano dal gusto
paradisiaco… oltretutto, è dello stesso colore del logo della serie. E allora
ecco a voi la dolcissima
Ingredienti per la torta: 300 g di zucchero - 120 g di burro
morbido - 2 uova grandi - 260 g di latticello (125 g di yogurt magro + 135 g di
latte parzialmente scremato o intero+ 1 cucchiaino di succo di limone) - 1 o 2
cucchiai di colorante alimentare rosso - 2 cucchiai molto rasi di cacao amaro (circa 15
g) - 275 g di farina 00 setacciata - 1
cucchiaino di bicarbonato - 1 cucchiaino di aceto bianco - 1 cucchiaino di
vanigliaLa serie racconta il lavoro del BAU (Behavioral Analysis Unit), cioè dell’Unita di Analisi Comportamentale, una squadra di esperti psico-criminologi dell’FBI, incaricati di elaborare un profilo psicologico e comportamentale degli assassini seriali (o serial killer), in modo da prevederne le mosse, fermarli e, soprattutto, assicurarli alla giustizia. Solitamente la squadra viene chiamata in ogni parte del paese dalla polizia locale alle prese con delitti particolarmente efferati e riconducibili, appunto, ad un criminale seriale. Rapimenti, violenze, omicidi, torture…i profiler intervengono in diverse situazioni e per diverse tipologie di crimini, spostandosi dalla sede centrale di Quantico, in Virginia, verso le città in cui c’è bisogno del loro intervento. Per creare la serie Davis si è fatto aiutare da un vero profiler, ex agente dell’FBI, e spesso si è ispirato a veri fatti di cronaca (…cosa che mette davvero i brividi!). Ogni episodio inizia con la presentazione del caso alla squadra, la quale poi si ritrova sul jet dell’FBI che la trasporta sul luogo del delitto. Seduti a bordo i nostri esperti cominciano a discutere delle varie caratteristiche dell’S.I. (Soggetto Ignoto): la vittimologia, il “modus operandi”, le scene del crimine, il possibile movente, ecc. Ciascuno di loro ha una preparazione particolare ed un compito ben preciso, ognuno fornisce il proprio contributo e la soluzione del caso si raggiunge grazie alla loro capacità di lavorare in gruppo, mettendo insieme i vari pezzi del puzzle. L’assetto della squadra ha subìto delle variazioni nel corso degli anni ma ogni personaggio (ed ogni attore) ha lasciato una propria originale impronta e non posso assolutamente esimermi dal presentare una per una almeno le figure principali. Inizialmente alla guida del BAU c’era Jason Gideon (interpretato da Mandy Patinkin), colui che ha ideato e creato la squadra, affiancato da Aaron "Hotch" Hotchner (Thomas Gibson), che gli subentrerà dalla 4^ stagione. Gideon è il mentore di Hotch e conosce profondamente ciascuno dei suoi agenti, per questo è riuscito a trovare il loro potenziale, la loro particolare capacità e li aiuta a mettersi continuamente in gioco, facendo attenzione a non lasciarsi ingannare da niente e da nessuno. Hotch è un uomo tutto d’un pezzo, sempre molto concentrato, apparentemente impermeabile a qualsiasi coinvolgimento ed emozione. Ha dovuto sacrificare molto della sua vita privata per il suo lavoro e guida la squadra con autorevolezza, caricandosi spesso sulle spalle il peso di scelte molto difficili. Derek Morgan (il bellissimo Shemar Moore!), il cui cervello lavora di pari passo con i muscoli, è affascinante e sempre pronto all’azione. Ha scelto di entrare nell’FBI per superare dei traumi infantili e per emulare il padre, poliziotto morto in servizio e ha un bellissimo rapporto di amicizia con l’esperta informatica, nonché ex hacker, Penelope Garcia (Kirsten Vangsness), la quale si dice perdutamente innamorata di lui e a lui solo permette di chiamarla “bambolina”. Penelope, chiusa nel suo ufficio pieno di computer e di gadgets coloratissimi, inorridisce davanti alle violenze che spesso deve documentare alla squadra; non è quasi mai sul campo ma fornisce un supporto importantissimo che spesso si rivela fondamentale per la soluzione delle indagini. Jennifer “JJ” Jareau (A.J. Cook). Cercando di dividersi fra il “lavoro” di moglie e madre e quello di agente dell’FBI, JJ è l’esperta nelle relazioni con i mass-media e con i parenti delle vittime. La sua umanità, la sua dolcezza e la sua grande forza d’animo la trasformano spesso nel “collante” della squadra, anche se, all’occorrenza, è capace di tirare fuori una grinta fuori dal comune. JJ è molto legata al fantastico dottor Spencer Reid (Matthew Gray Gubler), eccentrico e geniale, capace di leggere un libro in meno di un’ora, di risolvere un’intricata equazione in tre minuti, di “vedere” ciò che agli altri sfugge e di snocciolare dati e citazioni di qualsiasi tipo…ma completamente imbranato nella vita pratica e spesso incapace di relazionarsi con le persone. Il suo apporto è sempre decisivo e nella squadra, che è praticamente la sua famiglia, riesce ad essere sé stesso ed a crescere umanamente. Altra presenza femminile è la pragmatica Emily Prentiss (Paget Brewster), che, arruolata dall’Interpol, lascerà la squadra per un lungo periodo di tempo, per poi tornare e prenderne il comando, succedendo a Hotch nelle ultime quattro stagioni. Emily è colta, sofisticata, sempre a suo agio, calcolatrice, capace di trovare il famoso ago nel pagliaio, se necessario. Nel susseguirsi delle stagioni dimostrerà un carattere davvero “tosto” e saprà stupire i suoi stessi colleghi in diverse occasioni, mostrando lati di sé abitualmente nascosti. Infine abbiamo il veterano italo-americano David Rossi (Joe Mantegna). Rossi è un grande esperto profiler, ha scritto molti libri e tiene corsi sulla materia ed è molto conosciuto e stimato. Si trova spesso a prendere in mano le redini della squadra quando il “capo” di turno è momentaneamente impossibilitato ma non vuole occupare quel ruolo in pianta stabile. Le sue conoscenze ed i suoi trascorsi sono spesso utili per dare una svolta decisiva alle indagini e lavora molto spesso in coppia con Reid, davanti alle cui capacità si stupisce e per il quale nutre un affetto quasi paterno. Ci sono anche altri agenti che entrano ed escono di scena nelle varie stagioni ma quelli che ho appena elencato sono, per così dire, i “principali”. Mi rendo conto di essermi un po’ dilungata nella loro presentazione ma, vi assicuro, era necessario perché “la serie” sono loro; le loro vite e le loro relazioni sono il “fil rouge” che unisce tutte gli episodi, anno dopo anno. La forza di questa serie televisiva sta proprio in questo: nonostante vengano presentate le brutture e le cattiverie alle quali un uomo può arrivare, alla fine l’umanità, la solidarietà, l’amicizia, l’amore…insomma tutto ciò che è positivo comunque vince, anche quando ti lascia un po’ di amaro in bocca, anche quando non si riesce a salvare qualcuno, anche quando non si riesce ad arrestare il colpevole di turno…alla fine l’importante non è quello che non si è fatto ma quello che si è riusciti a fare, alla fine l’importante è riuscire a restare umani e a scegliere sempre il bene. Ok, ora però basta altrimenti mi metto a piangere!!! Veniamo al gusto…beh! Da questo punto di vista la serie è un vero disastro!!! Gli agenti del BAU non hanno mai tempo per fermarsi, trangugiano caffè, mangiano al volo hamburger o cibo da asporto, lasciato puntualmente a metà sulle varie scrivanie…l’unica che ogni tanto riesce a regalarsi una “coccola” dolce è la mitica Penelope (e la adoro anche per questo!), che ama in particolare i muffin e la golosa e coloratissima (come lei) torta Red Velvet…quindi ho avuto poca scelta e ho dovuto cimentarmi in questa ricetta.
Per la crema al mascarpone: 250 g di mascarpone - 250 ml di
panna fresca da montare - 80 g di zucchero a velo - mezzo cucchiaino di
vaniglia - lamponi o fragole per guarnire (opzionale)
Iniziate facendo il latticello. In una caraffa mescolate lo yogurt con
il latte ed il succo di 1 cucchiaino di limone e fate riposare per 30 minuti a
temperatura ambiente. Passate poi alla torta. Nella planetaria o in una ciotola
con le fruste elettriche montate il burro morbido con lo zucchero e la vaniglia
fino ad avere un composto chiaro e spumoso. Aggiungete al composto di burro, un
uovo leggermente sbattuto e, impastando a velocità media, un cucchiaio di
farina, in questo modo l'impasto non si "straccerà". Quando il primo
uovo si è amalgamato, aggiungete il secondo sempre leggermente sbattuto e un
altro cucchiaio di farina preso sempre dal totale. Aggiungete il colorante al
latticello che avete preparato in precedenza. Potete aggiungere altro colorante
più avanti, se il composto non dovesse essere sufficientemente rosso.
Setacciate il cacao ed aggiungetelo alla farina precedentemente setacciata. Con
le fruste in movimento a velocità medio-bassa aggiungete metà del latticello
all'impasto e subito dopo la metà della miscela di cacao e farina. Ripetete il procedimento fino alla fine degli ingredienti,
pulendo con un leccapentole le pareti della ciotola tra un'aggiunta e l'altra. In
una ciotolina mescolate il bicarbonato con l'aceto: si formerà una leggera
schiuma che dovrete subito aggiungere all'impasto. Mescolate brevemente fino ad
avere un impasto ben amalgamato e liscio. A questo punto potete aggiungere
altro colorante alimentare, se necessario.
Dividere l'impasto in 3 teglie, precedentemente imburrate e infarinate, dal diametro di 18 cm o fate cuocere il dolce in uno stampo unico da 22 cm. Cuocete le torte in forno caldo a 170° per circa 25-30 minuti, se optate per lo stampo unico prolungate la cottura per altri 15 minuti (prima di sfornare fate sempre la prova stecchino, che deve uscire asciutto). Lasciate intiepidire le basi nella tortiera per 15 minuti, poi trasferitele su una griglia per farle raffreddare completamente. Per la crema al mascarpone. Mettete la ciotola e le fruste in freezer in modo che la vostra crema si monti velocemente. Con le fruste a velocità minima montate il mascarpone insieme alla panna fresca e lo zucchero a velo. Aumentate la velocità man mano e fermatevi appena avrete un composto cremoso, perché se lo lavorate troppo rischiate di trasformare la vostra bella crema in burro. Componete ora il dolce. Rifilate le basi per avere strati tutti uguali. Se avete fatto un’unica base, tagliatela in tre strati, facendo attenzione a non romperla. Mettete la prima base su di un'alzata. Con l'aiuto di una sac à poche usa e getta con punta tonda di medie dimensioni applicate uno strato uniforme di farcia. Posizionate la seconda base e procedete come avete fatto in precedenza. Ultimate il dolce con l'ultima base di torta, mettete un leggero strato di crema solo al centro, fate tanti ciuffetti di crema al mascarpone lungo la circonferenza, con l'aiuto di una spatola o con il dorso inumidito di un cucchiaino stendete un ciuffetto alla volta verso il centro. Infine decorate la torta con fragole o lamponi, a vostro piacimento. È un dolce di grande effetto scenico, perché è colorato e goloso: nessuno saprà resistere e vi converrà fare attenzione perché può creare dipendenza!!!!! Alla prossima!
Dividere l'impasto in 3 teglie, precedentemente imburrate e infarinate, dal diametro di 18 cm o fate cuocere il dolce in uno stampo unico da 22 cm. Cuocete le torte in forno caldo a 170° per circa 25-30 minuti, se optate per lo stampo unico prolungate la cottura per altri 15 minuti (prima di sfornare fate sempre la prova stecchino, che deve uscire asciutto). Lasciate intiepidire le basi nella tortiera per 15 minuti, poi trasferitele su una griglia per farle raffreddare completamente. Per la crema al mascarpone. Mettete la ciotola e le fruste in freezer in modo che la vostra crema si monti velocemente. Con le fruste a velocità minima montate il mascarpone insieme alla panna fresca e lo zucchero a velo. Aumentate la velocità man mano e fermatevi appena avrete un composto cremoso, perché se lo lavorate troppo rischiate di trasformare la vostra bella crema in burro. Componete ora il dolce. Rifilate le basi per avere strati tutti uguali. Se avete fatto un’unica base, tagliatela in tre strati, facendo attenzione a non romperla. Mettete la prima base su di un'alzata. Con l'aiuto di una sac à poche usa e getta con punta tonda di medie dimensioni applicate uno strato uniforme di farcia. Posizionate la seconda base e procedete come avete fatto in precedenza. Ultimate il dolce con l'ultima base di torta, mettete un leggero strato di crema solo al centro, fate tanti ciuffetti di crema al mascarpone lungo la circonferenza, con l'aiuto di una spatola o con il dorso inumidito di un cucchiaino stendete un ciuffetto alla volta verso il centro. Infine decorate la torta con fragole o lamponi, a vostro piacimento. È un dolce di grande effetto scenico, perché è colorato e goloso: nessuno saprà resistere e vi converrà fare attenzione perché può creare dipendenza!!!!! Alla prossima!
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14/05/2019
DIANA LAMA E ARTEMISIA GENTILE: UN’AUTRICE E UNA PSICOLOGA NELLA BELLA NAPOLI
Diana Lama vive a Napoli, dove è nata nel 1960; è medico
specialista in chirurgia del cuore e grossi vasi e lavora come ricercatrice
universitaria. Avida lettrice e appassionata collezionista di libri gialli fin
da ragazzina, esordisce come scrittrice nel 1995, con un libro scritto a
quattro mani con Vincenzo De Falco “Rossi come lei”, vincitore del Premio
Tedeschi. Dopo questo fortunato esordio, collabora ancora con De Falco per
altri libri, per poi dedicarsi alla scrittura “in solitario”. Anche così Il
successo la accompagna e i suoi libri vengono ad oggi tradotti in diverse
lingue ed apprezzati in molti Paesi in tutto il mondo. Fra i suoi tanti romanzi
ho scelto di leggere “L’anatomista”, del 2013, un po’ per
curiosità e un po’ perché avevo trovato recensioni diversissime tra loro: chi lo apprezzava, chi lo denigrava e chi lo riteneva un libro “riuscito a metà”...insomma volevo leggerlo per capire chi poteva avere ragione! La storia è ambientata a Napoli, che fa da sfondo alle vicende di uno spietato serial killer, ribattezzato l’Anatomista, appunto, perché infierisce sulle sue vittime utilizzando il bisturi con freddezza e perizia degne di un chirurgo. La Polizia della città si affida ad una squadra di esperti, chiamati in campo dal questore, composta da agenti molto preparati e diretta da Tito Jacopo Durso. Questi è uno psichiatra, esperto profiler, gelido e calcolatore, la cui vita è stata segnata da un’oscura tragedia familiare. Alla squadra viene poi affiancata Artemisia Gentile, Mitzi per gli amici, giovane e abilissima psicologa, specializzata in vittime di abusi e maltrattamenti e volto noto della TV locale. Anche lei ha dei pesanti fantasmi che la tormentano e la rendono più sensibile e capace di cogliere i dettagli più importanti durante le indagini. Il lavoro della task force è difficile e l’Anatomista sembra essere sempre un passo avanti a loro, facendoli correre a destra e a manca, quasi prendendoli in giro. La scia di sangue del killer continua fino a quando Durso non decide di usare la stessa Mitzi come esca, mettendo a repentaglio la sua vita ed il suo equilibrio mentale. L’epilogo è inaspettato e lascia senz’altro a bocca aperta. Il libro è scorrevole, soprattutto per il linguaggio semplice e la brevità dei capitoli, anche se l’impianto narrativo a volte ti disorienta. A mio avviso c’è “troppo”. Troppi personaggi, troppi flashback, troppa psicologia spicciola, in alcuni passaggi perfino troppe parole! Sicuramente dovrò leggere altri libri di questa autrice, per conoscerla meglio e per meglio assaporare le sue pagine. Nel frattempo, comunque, se siete curiosi come me provate a leggerlo: la cosa certa è che vi farà venire voglia di andare a Napoli, questa città di cui si dice tanto ma, a mio modesto parere, si conosce sempre poco! Inutile dire che, presi dalla caccia serrata al serial killer, i nostri protagonisti non si lasciano nemmeno tentare dalle mille prelibatezze partenopee…beh! Mi spiace per loro! Io, invece, mi lancerei in mille escursioni enogastronomiche!!! In abbinamento a questo libro, essendo ambientato nei giorni che precedono il Natale, vi propongo una ricetta gustosissima: la pizza di scarola! L’ho assaggiata tanti anni fa, grazie ad una delle clienti del negozio dei miei, e mi è piaciuta moltissimo. Ecco a voi la ricetta.
PIZZA DI SCAROLA (per una tortiera di 22 cm di diametro)
Per la pasta: • 350 g farina 0 • 200 g burro • 180/200 ml acqua tiepida • 15 g lievito di birra • zucchero • sale
Per la farcitura: • 1,2 kg scarola • 80 g filetti di acciuga • 150 g olive di Gaeta denocciolate • 50 g capperi • 2 cucchiai di pinoli • 2 cucchiai di uvetta sultanina (facoltativo) • 1 spicchio d’aglio • peperoncino • olio evo • sale • pepe
Fate la pasta: in una terrina diluite il lievito con un pizzico di zucchero e poca acqua tiepida, lasciatelo fermentare 10 minuti. Lavorate tutti gli ingredienti con il lievito aggiungendo l’acqua tiepida necessaria per ottenere un impasto liscio, omogeneo e non troppo morbido. Sistematelo in una ciotola spennellata d’olio, sigillatela con la pellicola e lasciate lievitare la pasta per 20-25 minuti. Preparate il ripieno: lessate brevemente la scarola in acqua poco salata, scolatela e dopo strizzatela.
In una padella scaldate
tre-quattro cucchiai d’olio, fatevi dorare lo spicchio d’aglio senza sbucciarlo
e poi eliminatelo. Aggiungete le acciughe, i capperi, le olive, i pinoli, il
peperoncino e, per ultima, la
scarola. Fate insaporire il tutto per alcuni
minuti, ritirate dal fuoco, regolate di sale e aggiungete a piacere l’uvetta (precedentemente
ammollata e strizzata). Lasciate raffreddare. Foderate uno stampo con metà
della pasta lievitata, riempitelo con l’impasto preparato distribuendolo bene
senza schiacciarlo, coprite con la restante pasta tirata a disco, coprite,
lasciate lievitare ancora per circa un’ora. Spennellate la superficie della
pizza con un pochino di olio e ponete in forno caldo a 200° e cuocete per circa
25/30 minuti. Ritirate e servite la pizza tiepida oppure fredda, in entrambi i
casi è molto gustosa. Potete abbinarla ad un buon vino bianco secco servito
fresco e (perché no?) ad una lettura di Diana Lama: così il quadro sarà davvero
completo! Buon appetito e alla prossima settimana!
curiosità e un po’ perché avevo trovato recensioni diversissime tra loro: chi lo apprezzava, chi lo denigrava e chi lo riteneva un libro “riuscito a metà”...insomma volevo leggerlo per capire chi poteva avere ragione! La storia è ambientata a Napoli, che fa da sfondo alle vicende di uno spietato serial killer, ribattezzato l’Anatomista, appunto, perché infierisce sulle sue vittime utilizzando il bisturi con freddezza e perizia degne di un chirurgo. La Polizia della città si affida ad una squadra di esperti, chiamati in campo dal questore, composta da agenti molto preparati e diretta da Tito Jacopo Durso. Questi è uno psichiatra, esperto profiler, gelido e calcolatore, la cui vita è stata segnata da un’oscura tragedia familiare. Alla squadra viene poi affiancata Artemisia Gentile, Mitzi per gli amici, giovane e abilissima psicologa, specializzata in vittime di abusi e maltrattamenti e volto noto della TV locale. Anche lei ha dei pesanti fantasmi che la tormentano e la rendono più sensibile e capace di cogliere i dettagli più importanti durante le indagini. Il lavoro della task force è difficile e l’Anatomista sembra essere sempre un passo avanti a loro, facendoli correre a destra e a manca, quasi prendendoli in giro. La scia di sangue del killer continua fino a quando Durso non decide di usare la stessa Mitzi come esca, mettendo a repentaglio la sua vita ed il suo equilibrio mentale. L’epilogo è inaspettato e lascia senz’altro a bocca aperta. Il libro è scorrevole, soprattutto per il linguaggio semplice e la brevità dei capitoli, anche se l’impianto narrativo a volte ti disorienta. A mio avviso c’è “troppo”. Troppi personaggi, troppi flashback, troppa psicologia spicciola, in alcuni passaggi perfino troppe parole! Sicuramente dovrò leggere altri libri di questa autrice, per conoscerla meglio e per meglio assaporare le sue pagine. Nel frattempo, comunque, se siete curiosi come me provate a leggerlo: la cosa certa è che vi farà venire voglia di andare a Napoli, questa città di cui si dice tanto ma, a mio modesto parere, si conosce sempre poco! Inutile dire che, presi dalla caccia serrata al serial killer, i nostri protagonisti non si lasciano nemmeno tentare dalle mille prelibatezze partenopee…beh! Mi spiace per loro! Io, invece, mi lancerei in mille escursioni enogastronomiche!!! In abbinamento a questo libro, essendo ambientato nei giorni che precedono il Natale, vi propongo una ricetta gustosissima: la pizza di scarola! L’ho assaggiata tanti anni fa, grazie ad una delle clienti del negozio dei miei, e mi è piaciuta moltissimo. Ecco a voi la ricetta.
PIZZA DI SCAROLA (per una tortiera di 22 cm di diametro)
Per la pasta: • 350 g farina 0 • 200 g burro • 180/200 ml acqua tiepida • 15 g lievito di birra • zucchero • sale
Per la farcitura: • 1,2 kg scarola • 80 g filetti di acciuga • 150 g olive di Gaeta denocciolate • 50 g capperi • 2 cucchiai di pinoli • 2 cucchiai di uvetta sultanina (facoltativo) • 1 spicchio d’aglio • peperoncino • olio evo • sale • pepe
Fate la pasta: in una terrina diluite il lievito con un pizzico di zucchero e poca acqua tiepida, lasciatelo fermentare 10 minuti. Lavorate tutti gli ingredienti con il lievito aggiungendo l’acqua tiepida necessaria per ottenere un impasto liscio, omogeneo e non troppo morbido. Sistematelo in una ciotola spennellata d’olio, sigillatela con la pellicola e lasciate lievitare la pasta per 20-25 minuti. Preparate il ripieno: lessate brevemente la scarola in acqua poco salata, scolatela e dopo strizzatela.
17/10/2018
IL COMMISSARIO MANCINI: ASSETATO DI SILENZIO, DI GIUSTIZIA E...DI BIRRA!
Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974, ha insegnato lingua e letteratura
italiana a Dublino ed è cultore di lingua e letteratura inglese presso
l’Università per stranieri di Perugia. Molto attivo su vari fronti editoriali,
è stato fra l’altro editor per minimum Fax e traduttore dall’inglese di testi
molto importanti, quali per esempio “Il cardellino di Donna Tartt” (Premio
Pulitzer). Nel 2015 è uscito il suo romanzo d'esordio “È così che si uccide” a
cui sono seguiti “La forma del buio” (2017) e “Così crudele è la fine” (2018).
I suoi libri hanno riscosso un grande successo in diversi paesi europei, oltre
che in Italia, e sono stati tradotti in diverse lingue. Il protagonista di
quella che è stata definita la sua “trilogia” è il commissario Enrico Mancini.
Profiler esperto, attento ed appassionato studioso di psicologia criminale, ha
raggiunto uno dei suoi principali obiettivi andando a Quantico per una
specializzazione. Purtroppo questa importantissima esperienza gli ha impedito
di stare accanto all’adorata moglie Marisa, malata di cancro, proprio negli
ultimi istanti della sua breve vita. Rientrato dagli Stati Uniti, schiacciato
dai sensi di colpa, non riesce ad accettare questa dolorosa mancanza e non
riesce più nemmeno a lavorare come “prima”. Non riesce più ad assistere ad
un’autopsia, non riesce più a toccare niente e nessuno, non riesce più ad
instaurare e mantenere
rapporti e, soprattutto, non sente più quel “fuoco” interiore
che il suo lavoro accendeva in lui…E la fatica di vivere del commissario si
incrocia con le indagini, condotte insieme ad una squadra che ha tanto, troppo
bisogno di lui e della sua preparazione per fermare un serial killer spietato e
meticoloso, che diffonde il panico nella capitale. Roma è sempre descritta come
tetra, buia, rappresentata dai quartieri che ospitano i fantasmi del boom
industriale, con relitti di grandi industrie e di vecchie glorie. Le scene del
delitto diventano parte della messa in scena dell’assassino, in un crescendo di
tensione che porta il commissario ed i suoi uomini a correre da una parte
all’altra senza un preciso punto di riferimento. E alla fine sarà proprio
Mancini che dovrà affrontare i suoi fantasmi per poter mettere la parola fine
ad una scia di sangue che sembra non volere arrestarsi mai. Per ora ho letto
solo il primo dei tre libri e mi è davvero piaciuto. Mi ha “preso” dalla prima
pagina, l’ho finito in pochissimo tempo e ve lo consiglio volentieri. Lo stile
di Zilahy è scorrevole, la trama è accattivante e la suspense è un crescendo
rossiniano! Purtroppo però, preso com’è dai mille pensieri e dalle indagini, il
protagonista non fa altro che bere birra ghiacciata. La sete che ha dentro
diventa fisica e quasi contagiosa. Mancini non mangia quasi niente ma la birra
diventa un altro protagonista, una sorta di compagno di viaggio. E quindi,
pensando a quanto è triste e depresso il nostro commissario, ho deciso di
proporvi un dolce. Ma non uno qualsiasi o uno tradizionale, no! Si tratta di
una “rivisitazione” di un grande classico: il tiramisù, che questa volta
diventa un birramisù. Così cerco di tirare su Mancini e non lo privo della sua
amata birra. Ecco a voi la ricetta.
RICETTA DEL BIRRAMISÙ
Ingredienti: • 2 tuorli • 70 g di zucchero • 400 g di mascarpone
• 20 mg di albume montato a neve • 50 ml di birra chiara • 18 savoiardi • cacao
amaro per decorare PER LA BAGNA: • 150 ml di caffè • 100 ml di birra
La ricetta del birramisù si basa sulla più tradizionale versione di
questo dolce, il tiramisù. Cominciate montando i tuorli con lo zucchero, fino a
quanto otterrete una crema morbida e spumosa. A questo punto aggiungete il
mascarpone e 50 ml di birra (io consiglio una chiara ma siete liberi di usare
la vostra birra preferita!). Se desiderate avvertire il sapore della birra in
modo intenso aggiungete il doppio della dose. Montate gli albumi a neve e uniteli al composto, mescolate il tutto con
delicatezza. Preparate il caffè, lasciatelo raffreddare e aggiungete la birra.
A questo punto potete iniziare a montare il vostro birramisù: immergete i
savoiardi nella bagna e formate il primo strato. Ricopritelo generosamente con
la crema e proseguite così per gli strati successivi. Spolverizzate la
superficie dell'ultimo strato con il cacao amaro e lasciate raffreddare in
frigorifero per almeno 2 ore prima di servire. Rispetto alla versione classica,
questa golosità non è troppo dolce e l’amaro della birra risalta piacevolmente,
senza comunque coprire gli altri ingredienti. Vi consiglio di provarlo e
vedrete che, cucchiaio dopo cucchiaio, finirà in un batter d’occhio e vi tirerà
su davvero! Allora buon birramisù e alla prossima settimana!
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25/07/2018
IL COMMISSARIO SENSI E IL DOTTOR CLAPS, AMICI PER CASI…DA RISOLVERE
Mario Mazzanti ama definirsi “un maledetto toscano nato per i casi
della vita a Milano”. Medico chirurgo, attualmente vive in provincia di Bergamo
con la moglie, quattro figli e diverse passioni: il cinema, la letteratura,
l’opera, gli scacchi…La più grande, però, è quella per la letteratura gialla
che l’ha portato a scrivere romanzi e racconti polizieschi, thriller
psicologici e storici. I suoi personaggi sono poliziotti che ogni giorno vedono
cose che non vorrebbero vedere, psicologi che ascoltano sofferenze interiori che
deturpano l’umanità e la portano a gesti estremi, giornalisti in cerca di notizie
che superano il limite del lecito, assassini che sono vittime e vittime che
diventano carnefici. E tutti sono capaci di coinvolgere il lettore nella
loro indagine, nella loro vita, nella loro lotta al crimine, al male…forse
perché sono umani, veri, più vicini alla realtà di tanti “supereroi”
improvvisati. In particolare nei libri di Mazzanti incontriamo il commissario
Sensi, esperto poliziotto di Milano appassionato del suo lavoro, disincantato e
al tempo stesso sensibile e il dottor Claps, psichiatra, criminologo,
consulente della polizia come esperto dei profili psicologici degli autori di
crimini violenti. Claps è molto preparato e brillante e lavora spesso con Sensi.
Purtroppo durante un’indagine si avvicina troppo al criminale a cui sta dando
la caccia e la lama dell’assassino lo colpisce, lesionando l’arteria femorale. Seguono,
in ordine, un’emorragia massiva, due arresti cardiaci con conseguente anossia e
un miracolo che lo tiene in vita ma a caro prezzo: l’afasia, un’alterazione
della capacità di comprendere e di utilizzare sia vocaboli, sia espressioni
verbali. Un danno cerebrale permanente dal quale si può migliorare solo con una
lunga riabilitazione e una grande forza di volontà. Il profiler, aiutato
dall’amico Sensi, percorrerà questa strada faticosa e tutta in salita ma continuerà, suo malgrado, ad essere coinvolto nelle indagini del poliziotto. Ho
“incontrato” Mazzanti leggendo tre dei suoi libri,
riuniti in un’edizione
economica intitolata “Tre casi scottanti”, trovata per caso in una libreria:
“Un giorno perfetto per uccidere”, “Non uccidere” e “Sorelle”. I primi due con
la coppia Sensi-Claps ed il terzo un racconto a sé stante. Ve li
consiglio volentieri! A me sono piaciuti e prima o poi leggerò anche gli altri
libri dello scrittore toscano. Nel frattempo devo ammettere che, a parte i
numerosi panini buttati giù in orari assurdi da Sensi e i tanti, troppi pasti
saltati da Claps, nei libri di Mazzanti non ci sono tracce rilevanti di cibo.
Ma sapete bene che non questo non significa che non ci sia del gusto, anzi! I
due amici si trovano regolarmente, una volta al mese, a cena in una trattoria
guarda un po’ (!) toscana. Quindi un senso del gusto c’è e non a caso Mazzanti
lo colloca proprio nella sua regione! Detto questo, ho deciso di proporvi una
ricetta semplice ma dai sapori schietti e decisi: la panzanella toscana. Come nei libri di Mazzanti, si parte da ingredienti semplici
e di carattere, i quali, una volta assemblati e conditi nel modo giusto, si
trasformano e trovano il loro posto in un insieme armonioso, colorato e
gustoso.
RICETTA PANZANELLA CLASSICA
Ingredienti: 8 fette di pane raffermo (meglio se toscano) - 2-3
pomodori maturi e sodi - una grossa cipolla rossa (o 2-3 piccole) - basilico
fresco - olio extravergine di oliva - aceto di vino bianco - saleSpezzettate con le mani il pane raffermo, riunitelo in una ciotola capiente e aggiungete acqua, quel tanto che basta a bagnarlo. Tagliate la cipolla a fettine e trasferitela in una ciotolina con acqua fredda. Tagliate il pomodoro a dadini. Strizzate molto bene il pane con le mani, trasferitelo in una ciotola e, sempre con le mani, riducetelo in briciole fini. Aggiungete la cipolla ben scolata dall'acqua, unite anche i pomodori e il basilico, spezzettato con le mani. Condite la panzanella con abbondante olio di oliva, aceto a piacere e sale. Mescolate e fate riposare almeno un'ora prima di servire. (Volendo si possono apportare delle varianti "a piacere" aggiungendo cetrioli, olive nere, tonno, uova sode…a voi la scelta!) In queste sere di caldo torrido è un piatto ideale, che si prepara senza dover cuocere nulla e si mangia davvero volentieri. E se poi state leggendo e non riuscite a staccarvi dalle pagine del vostro libro…non rischiate che si raffreddi! E allora buon appetito e buone ferie a tutti! Rilassate il fisico e la mente ovunque andrete, mare o montagna, estero o Italia, campagna o città…e anche se rimarrete a casa cercate comunque di staccare la spina…e mi raccomando: tenete sempre un giallo in borsa o sul comodino e regalatevi tanto gusto, sempre! Io chiudo la cucina per il mese di agosto…devo riposarmi e leggere i libri per il mio blog. Vi aspetto a settembre con tanti nuovi post e delle interessanti novità!
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29/11/2017
ALEX CROSS E I MITICI PANCAKES DI NANA
James Patterson, statunitense classe 1947, è uno dei più prolifici e importanti
scrittori di thriller contemporanei. (Si dice sia anche uno dei più ricchi,
grazie alla vendita di oltre 300 milioni di copie dei suoi libri in tutto il
mondo!). È famoso in particolare per i thriller ma ha scritto anche romanzi rosa
e libri per ragazzi e diversi dei suoi thriller sono stati portati sul grande
schermo. Ha creato le serie di Alex Cross, delle Donne del Club Omicidi, di Michael
Bennett e di altri personaggi, tutti di grande successo, e continua a scrivere e
a coinvolgere sempre più lettori nelle avventure dei suoi “eroi del quotidiano”,
come lui stesso li ha definiti. Ho iniziato a leggere i libri di Patterson una decina
di anni fa…a dire il vero li ho letteralmente divorati e mi piacciono tutti i suoi
personaggi. Ho
scelto di iniziare a parlarvi di Alex Cross, che al cinema ha
avuto il volto di Morgan Freeman e di Tyler Perry, perché credo sia molto
umano, capace di emozioni forti, a volte diviso fra il senso del dovere e la
deontologia della sua professione. Infatti è uno psicologo, profiler
e cacciatore di serial killer, lavora in Polizia e collabora con l’FBI. Vedovo,
vive a Washington con i due figli, Damon e Jeannie, e la nonna Nana,
personaggio solo apparentemente marginale, che l’ha cresciuto con forza, amore
e sani principi morali, salvandolo dalla strada, e ora lo aiuta a crescere i
suoi ragazzi. Fra un omicidio e l’altro, Alex cerca e trova rifugio e pace solo
nella famiglia, nel calore della vita quotidiana, fatta di alti e bassi, con i figli
che crescono e Nana che lo tratta spesso ancora come un ragazzino. È lei che
cucina per tutti e conosce i gusti e le preferenze di ciascuno, riuscendo ad
intuire quando fare cosa e come. E sa bene che tutta la famiglia ama iniziare
la giornata (o semplicemente improvvisare una merenda) con i suoi mitici pancakes,
accompagnati ogni volta da una serie di leccornie: miele, marmellata, gelatina,
cioccolato, marshmallows, frutta fresca e secca... Insomma i Cross si
riuniscono e si “ricaricano” intorno al tavolo imbandito e poi da lì ripartono,
ciascuno con le sue piccole e grandi battaglie. Spesso è proprio stando a casa,
a tavola, che Alex ha una delle sue intuizioni o idee che poi lo aiuteranno a
risolvere il caso e ad assicurare alla giustizia l’ennesimo assassino. Del
resto, come dice Nana, “Non si salva il mondo con lo stomaco vuoto!” Parole
sante... E allora che pancakes siano!
scelto di iniziare a parlarvi di Alex Cross, che al cinema ha
avuto il volto di Morgan Freeman e di Tyler Perry, perché credo sia molto
umano, capace di emozioni forti, a volte diviso fra il senso del dovere e la
deontologia della sua professione. Infatti è uno psicologo, profiler
e cacciatore di serial killer, lavora in Polizia e collabora con l’FBI. Vedovo,
vive a Washington con i due figli, Damon e Jeannie, e la nonna Nana,
personaggio solo apparentemente marginale, che l’ha cresciuto con forza, amore
e sani principi morali, salvandolo dalla strada, e ora lo aiuta a crescere i
suoi ragazzi. Fra un omicidio e l’altro, Alex cerca e trova rifugio e pace solo
nella famiglia, nel calore della vita quotidiana, fatta di alti e bassi, con i figli
che crescono e Nana che lo tratta spesso ancora come un ragazzino. È lei che
cucina per tutti e conosce i gusti e le preferenze di ciascuno, riuscendo ad
intuire quando fare cosa e come. E sa bene che tutta la famiglia ama iniziare
la giornata (o semplicemente improvvisare una merenda) con i suoi mitici pancakes,
accompagnati ogni volta da una serie di leccornie: miele, marmellata, gelatina,
cioccolato, marshmallows, frutta fresca e secca... Insomma i Cross si
riuniscono e si “ricaricano” intorno al tavolo imbandito e poi da lì ripartono,
ciascuno con le sue piccole e grandi battaglie. Spesso è proprio stando a casa,
a tavola, che Alex ha una delle sue intuizioni o idee che poi lo aiuteranno a
risolvere il caso e ad assicurare alla giustizia l’ennesimo assassino. Del
resto, come dice Nana, “Non si salva il mondo con lo stomaco vuoto!” Parole
sante... E allora che pancakes siano!100 g di farina
1 uovo
1 bicchiere di latte a temperatura ambiente
15 g di zucchero
1 cucchiaio di olio di semi
Lievito / burro / sale
Preparate la pastella: in una ciotola mescolate la farina setacciata,
lo zucchero e un pizzico di sale, sgusciatevi un uovo e con una frusta sbattete
con cura il tutto. Aggiungete un cucchiaio d’olio e il latte. Unite un
cucchiaino di lievito setacciato e mescolate con una frusta. Coprite e lasciate
riposare per 2 ore a temperatura ambiente. In un padellino antiaderente ben
caldo lasciate fondere un fiocchetto di burro e versatevi un mestolino di
pastella, lasciando che si stenda in un disco. Cuocete il pancake da entrambi i
lati senza farlo colorire troppo, girandolo con una paletta. Proseguite fino a
esaurimento della pastella. Servite i pancake ben caldi con vari sciroppi a
piacere, di acero, di mele, di mirtilli, oppure miele, marmellata, cioccolato,
frutta…l’importante è che li mangiate con gusto e allegria, perché Nana dice che
a tavola si va con il sorriso!
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