04/04/2022

"LA CUOCA DI HIMMLER": una donna e la sua storia nella Storia

Franz-Olivier Giesbert è un giornalista, editorialista, biografo, conduttore televisivo e scrittore franco – americano. È nato a Wilmington, negli Stati Uniti, nel 1949 ma le sue origini sono tutte europee: il padre proveniva da una famiglia con radici tedesche ed ebraiche e la madre era una cattolica francese. Franz-Olivier, il cui nome riporta proprio a queste origini, cresce con il desiderio di diventare scrittore e già prima della laurea inizia a pubblicare degli articoli in materia di storia. Le sue prese di posizione rispetto alla politica lo rendono presto un brillante corrispondente dagli USA e uno dei giornalisti più “scomodi” in Francia, ma questo non gli impedisce di fare carriera e di “spaziare” anche in altri campi. Quello che a me interessa in particolare, ovviamente, è la sua attività di scrittore e, più precisamente, il suo libro “La cuoca di Himmler”, pubblicato nel 2013, divenuto subito un “caso editoriale” in Francia e un best-seller in tutto il mondo. Ad essere sincera, sono incappata in questo libro un po’ per caso e un po’ per curiosità. Avevo letto delle recensioni contrastanti ma è stato il titolo ad attirarmi fin da subito…forse perché in sole quattro parole riesce a dirti già molto di quello che ti aspetta una volta iniziata la lettura…che comunque si rivela ben presto molto coinvolgente. Si parla di una donna, più precisamente di una cuoca, che cucina nientemeno che per Himmler…quindi possiamo inserire il romanzo in un momento storico tremendo e preciso. Poi, però, iniziando a leggere si capisce subito che il titolo rivela solo una minima parte di
quello che il libro racconta. La protagonista, Rose, è una donna che nel 2012, all’età di 105 anni, decide di scrivere la sua biografia e lo fa senza mezzi termini e senza nascondere nulla, con una lucidità e una schiettezza uniche. Rose, nata in Armenia nel 1907, racconta la sua storia raccontando tutto il XX° secolo e lo fa con la passione, con la rabbia, con la “fame” di vita che la contraddistinguono e ne fanno una donna forte e vera, con un carattere indomito, forgiato nella sofferenza, una donna capace di amare e di odiare con la stessa intensità. Nel 1915, a soli 8 anni, perde tutta la famiglia nell’orrore del genocidio armeno. E da quel momento la sua infanzia finisce e inizia la sua “avventura” nel mondo. Prima in Turchia, poi in Provenza, a Parigi, negli Stati Uniti, in Cina e di nuovo in Francia, Rose sperimenta sulla sua pelle il massacro degli armeni, l’orrore dell’Olocausto, i deliri del maoismo e la ferocia dell’uomo in tutte le sue declinazioni. “La Storia è una porcheria. Mi ha portato via ogni cosa. I figli. I genitori. Il mio più grande amore. I gatti. Non capisco la deferenza imbecille che la specie umana le riserva.” Questa è una delle tante affermazioni di Rose che, accanto alla lista delle persone che ha più amato, ne ha stilata una di chi, fin da bambina, le ha fatto del male o ne ha fatto a chi amava. E spunta nome per nome, perpetrando l’unica giustizia che conosce: la vendetta. Uccidere, amare, cucinare…Rose fa tutto in modo quasi perfetto, buttandosi a capofitto in ogni esperienza, sperimentando tutto in prima persona. E nei vari flashback presenti nel libro riesce a guardare al passato e a vivere il presente utilizzando sempre la sua personale scala di valori, chiamando ogni cosa con il suo nome e sempre con la disarmante e nuda verità. Non vado oltre perché vorrei davvero invitarvi a leggere questo romanzo, che non si può chiudere in un solo genere, anzi! È un romanzo storico? Sì ma non solo… È un giallo? Beh, anche….È un romanzo d’amore?...forse un pochino...È una biografia? Si, anche questo si può dire…È un libro di cucina? Non proprio ma il cibo e la sua preparazione sono fortemente presenti…insomma…dovete proprio leggerlo per capire cosa intendo! Per quanto riguarda il gusto…non si può in alcun modo dire che Rose non ne abbia, anzi, il suo palato è raffinato e lei è una cuoca sublime, che si cimenta in veri e propri piatti gourmet. Io, però, ho scelto di andare a “pescare” una ricetta semplice della sua infanzia, il plaki, un piatto che ancora oggi viene cucinato in diverse varianti. Quella che vi propongo è la versione della nonna di Rose e sono certa che vi piacerà.

RICETTA PLAKI DELLA NONNA – Ingredienti per 4 persone – 1 chilo di fagioli bianchi grandi tipo “Spagna” (o 4 scatole se preferite quelli già cotti) – quattro/cinque carote – tre/quattro gambi di sedano – 1 cipolla – 2/3 pomodori maturi (4/5 se piccoli) – uno spicchio di aglio (a piacere) – prezzemolo – olio evo – sale – pepe – acqua q.b.

In una casseruola fate appassire con un filo d’olio evo la cipolla affettata sottile e lo spicchio d’aglio sbucciato e intero. Unite le carote a rondelle, fatele rosolare qualche minuto, quindi aggiungete il sedano, i pomodori tagliati a dadini, i fagioli (già precedentemente lessati) e coprite il tutto con un po’ d’acqua (quanto basta per coprire le verdure). Lasciate cuocere a fuoco lento per un’oretta circa. Aggiungete sale e pepe e terminate la preparazione con il prezzemolo tritato: si sprigionerà un profumo incredibile! Servite il piatto condito con un filo d’olio e accompagnatelo con pane (fresco o tostato) e un bicchiere di vino bianco. Il plaki si può gustare sia caldo che a temperatura ambiente e va bene per tutte le stagioni. C’è chi lo preferisce asciutto, chi un po’ più più brodoso…una cosa è certa: è un piatto davvero semplice, gustoso e decisamente salutare! Provatelo e…buon appetito!



01/12/2021

L’ISPETTORE CHOPRA E L’ELEFANTINO GANESH: UNA STRANA COPPIA DI INVESTIGATORI A MUMBAI

Nell’ultimo giorno prima della pensione, l’ispettore Ashwin Chopra scoprì di aver ereditato un elefante…” Inizia così il primo libro di Vaseem Khan “L’inaspettata eredità dell’ispettore Chopra” sottotitolato “Il primo caso dell’agenzia investigativa Baby Ganesh”. E direi che, già dalle prime righe, promette di essere decisamente originale. Non appena ho letto il titolo e ho visto la copertina tutta colorata di questa opera prima…beh! Mi conoscete ormai: non ho saputo resistere. Sarà che adoro tutto ciò che è indiano, sarà che mi sono molto simpatici gli elefanti, sarà pure che spesso, anzi, spessissimo, mi lascio influenzare dal primo colpo d’occhio…fatto sta che questo libro mi ha colpito e attirato, l’ho letto tutto d’un fiato e vi assicuro che è davvero spassoso! Sì, spassoso! Certo, è un racconto poliziesco ma in alcuni tratti è quasi comico, permeato dalla simpatia dei suoi personaggi, ciascuno con un carattere particolare. Ma andiamo per ordine…Anzitutto l’autore. Vaseem Khan, nato a Londra nel 1973 da genitori indiani, si è laureato in Economia e Finanza, ha lavorato diversi anni in India e poi è tornato in pianta stabile nel Regno Unito, lavorando
per il Dipartimento di Sicurezza e Scienze criminologiche dello University College di Londra. Fra le sue passioni, i primi tre posti sono occupati dalla letteratura, dal cricket e dagli elefanti. Ed è proprio un elefante il personaggio “quasi” principale di questo suo romanzo d’esordio, che gli ha subito permesso di conquistare critica e pubblico. L’elefante in questione è un cucciolo, il “piccolo” Ganesh, che viene lasciato in eredità ad un ispettore della polizia di Mumbai proprio nell’ultimo giorno di lavoro, prima della pensione anticipata. Già, perché Ashwin Chopra, ispettore coscienzioso e integerrimo, anglofilo, poliziotto “nel midollo”, innamorato della grande Mumbai e della sua adorata e stravagante moglie Archana (Poppy per lui e per gli amici), dopo più di vent’anni di lavoro si vede costretto ad anticipare la pensione a causa di un problema cardiaco. Il responso medico non ha lasciato scampo quando, qualche mese prima, era miracolosamente sopravvissuto ad un attacco di cuore “non si tratta di una cosa molto grave ma potrebbe diventarlo…il prossimo episodio potrebbe essere fatale”, aveva detto il cardiologo e Poppy era quasi svenuta. In quel momento l’ispettore Chopra aveva capito che la sua vita sarebbe irrimediabilmente cambiata. E per l’ennesima volta aveva sentito l’acidissima suocera, che viveva in casa con lui e Poppy, rivolgersi alla figlia dicendole che aveva proprio fatto male a sposarlo, che avrebbe dovuto scegliere ben altro partito eccetera eccetera…Così vediamo il buon Chopra che, con la tristezza nel cuore, sale per l’ultima volta sull’auto di servizio guidata dal suo fidato collaboratore Rangwalla, diretto alla stazione di polizia dove per tanto tempo ha cercato di far rispettare la legge e di stare sempre dalla parte della giustizia. Pensava che avrebbe trascorso la giornata salutando i colleghi, fingendosi sorpreso davanti alla piccola festicciola che da settimane stavano preparando (teoricamente di nascosto…ma a lui non sfugge mai niente!!), raccogliendo le sue poche cose e sistemando le ultime scartoffie…invece proprio in quell’ultimo giorno si trova davanti ad un caso di omicidio goffamente camuffato da incidente. Le sue grandi doti di segugio e la sua innata capacità di “vedere oltre” le apparenze lo mettono subito in allerta, pronto ad entrare in azione. Non gli è concesso: il caso viene
assegnato ad un altro ispettore che non andrà in pensione dal giorno dopo e che probabilmente archivierà il caso in meno di una settimana. Davanti alla madre della vittima, però, che chiede giustizia per il giovane figlio ucciso in modo brutale, l’ispettore Chopra promette che troverà il colpevole, anche da pensionato, anche senza la divisa, perché un poliziotto è un poliziotto finché campa. E dal giorno dopo, incapace di stare fermo e inerte come ci si aspetterebbe da lui, l’ispettore in pensione Ashwin Chopra inizia ad indagare per conto suo, affiancato nientemeno che dal “piccolo” Ganesh, che lo segue in giro per la città. Ben presto le sue indagini lo porteranno a scoprire un giro di corruzione che arriva fin dentro le fila della polizia, coinvolgendo funzionari e alte cariche della città, arrivando a toccarlo da vicino e a fargli provare rabbia, tristezza e tanta amarezza. Nonostante la serietà del caso e i pericoli affrontati, le indagini di Chopra e Ganesh trasportano il lettore nelle vie della brulicante Mumbai, piena di contrasti e di persone, pronta ad inghiottire chiunque nel suo marasma. La caparbietà e la calma di Chopra, che indaga senza sosta, la gelosia e le sofferenze di Poppy, per il suo istinto materno spezzato dalla sterilità, la tenerezza di Ganesh, che si rivelerà essere un elefante speciale, la fedeltà di Rangwalla, affezionato al suo ormai ex capo, i giochi e le urla dei bambini, i traffici più o meno leciti dei commercianti, gli occhi dei malavitosi e quelli delle persone “per bene”…tutti concorrono a rendere questa avventura intrigante e coinvolgente, parlando di un paese e di un popolo che sono unici. Questo di Khan è un libro che mi sento di consigliare a chi vuole leggere qualcosa di “diverso”, di divertente e profondo allo stesso tempo, a chi riesce a capire il serio che cela il faceto e viceversa. E sono sicura che, come me, amerete Chopra e tutti gli altri e, come me, vorrete leggere le altre indagini dell’agenzia investigativa Baby Ganesh. E il gusto? Vi starete chiedendo che ne è del gusto…signori, siamo in India! Siamo nella terra delle spezie, dei colori e dei profumi che esaltano i sapori! Poppy è una cuoca sopraffina che vizia il palato e lo stomaco del suo amato Ashwin, preparandogli piatti tipici della cucina indiana (che io adoro!). E fra questi ho scelto uno di quelli più conosciuti: le samosa. Si tratta di triangoli croccanti ripieni di verdure, carne o pesce. Quelle più conosciute sono fritte, ripiene di verdure e con un mix di spezie diverso per ogni regione, città, quartiere, famiglia…Praticamente ne esistono una marea di versioni, ciascuna con un sapore unico! Io vi propongo quelle più “classiche” che ho assaggiato a New Delhi tanti anni fa. Le ho rifatte usando la pasta sfoglia già pronta e le ho cotte al forno, anziché friggerle (Se le preferite fritte usate la fillo, mi raccomando). Mi sono venute bene e le ho proprio gustate. Provateci anche voi e poi fatemi sapere cosa ne pensate.

SAMOSA VEGETARIANI

Ingredienti per circa 6/8 Samosa  – Un rotolo di pasta sfoglia - 250 g di patate - 80 g di piselli - 60 g di

cipolla - 1 cucchiaino di zenzero in polvere - 1 cucchiaino di semi di cumino - 1 cucchiaino di curcuma - 1 cucchiaino di semi di coriandolo - 1 cucchiaino di Garam Masala - Qualche fogliolina di menta fresca - Olio di semi e sale q.b.

Iniziate lessando le patate in una pentola capiente. Sistemate le patate in pentola e coprite con abbondante acqua fredda e dal momento in cui l’acqua sarà a bollore contate circa 20-30 minuti; fate la prova forchetta e se i rebbi entreranno senza difficoltà allora potrete scolarle. Pelate le patate mentre sono ancora calde, lasciatele raffreddare leggermente e tagliatele a cubetti di 1cmx1cm circa. Tagliate anche la cipolla a fettine sottili e a questo punto scaldate due cucchiai abbondanti d’olio di semi (se preferite potete usare anche il ghee, molto popolare nella cucina indiana) in una padella antiaderente e aggiungete le cipolle, le patate e i piselli. Lasciate rosolare fino a

che le cipolle non saranno leggermente appassite. Quindi aggiungete tutte le spezie (se qualcuna non vi piace potete non metterla, ovviamente!) e amalgamate tutto per bene cercando anche di schiacciare leggermente parte delle patate (se il ripieno risultasse troppo asciutto aggiungete un mezzo bicchiere d’acqua mentre cuoce). Una volta che il ripieno sarà ben omogeneo spegnete il fuoco e lasciatelo raffreddare completamente. Tagliate la pasta sfoglia in 6/8 quadrati uguali, prendete un cucchiaio di ripieno e ponetelo dentro ogni quadrato, cercando di non esagerare altrimenti non riuscirete a chiuderli. Chiudeteli formando dei triangoli, disponeteli sulla teglia, rivestita con carta da forno, e cuoceteli a 180° per circa 15/20 minuti, controllandoli ogni tanto per evitare che diventino troppo scuri. Ed eccoli pronti!! Mangiateli super caldi appena usciti dal forno perché saranno croccantissimi. Potete servirli con una crema a base di yogurt o della maionese o…semplicemente così…finiranno in un batter d’occhio! E provate a sbizzarrirvi creando la vostra versione, giocando con le verdure e le spezie che più vi piacciono! Buon appetito e alla prossima!

10/10/2021

COMMISSARIO KOSTAS CHARITOS, IL FRATELLO GRECO DI MAIGRET

Ho iniziato a leggere il primo libro di Petros Markaris quasi per caso, con un po’ di scetticismo ad essere sincera…ma poi appena ho “incontrato “il commissario Charitos è stato un colpo di fulmine (letterario si intende)!!! Markaris, nato nel 1937 da padre armeno e madre greca, è uno scrittore e sceneggiatore e ha ricevuto diversi premi e onorificenze nel corso della sua carriera.  La grande fama, però, arriva a metà degli Anni Novanta, quando crea il “suo" personaggio: il commissario Kostas Charitos, definito dalla critica internazionale “il fratello greco di Maigret”. Io ho già deciso che pian piano leggerò tutti i libri che lo vedono protagonista e lo consiglio vivamente anche a voi...ma per ora, come da prassi, vi parlerò del primo della serie: “Ultime della notte". Anzitutto qualche parola per presentarvi il protagonista. Pigro, disilluso, fermo in una carriera che poco gli interessa e in un matrimonio stanco, il commissario Charitos in un primo momento potrebbe risultare anche antipatico, poi però man mano che si approfondisce la sua conoscenza, ci si ricrede (almeno per me è stato così).
Vive ad Atene, legge solo i dizionari, odia tutto ciò che è troppo innovativo (non sopporta nemmeno i bancomat!) ed è sposato con Adriana, litigiosa, pessimista, TV dipendente appassionata di telenovela e di shopping e fortunatamente (per lui) ottima cuoca, con la quale ha una figlia, Katerina, unica grande gioia e orgoglio della sua vita, che vede troppo poco perché studia legge a Salonicco. Beh, a dire il vero ci sono anche altre cose che il nostro commissario brontolone mal sopporta: la burocrazia, le riunioni con il capo, il capo (!), le bugie, i criminali (in particolare chi fa soffrire i più deboli e indifesi) e i giornalisti. Già, i giornalisti...sempre a caccia di notizie e sempre pronti ad attaccare la Polizia e a travisare ogni singola parola, utilizzandola per fare audience in televisione o per vendere più copie dei loro giornali, senza pensare nemmeno lontanamente alle conseguenze delle loro affermazioni e delle loro allusioni. Tutto viene spettacolarizzato, sbattuto in prima pagina, soprattutto la sofferenza e la morte. E in questa sua prima avventura Charitos si deve occupare proprio dell’omicidio di una delle giornaliste più famose e agguerrite della TV greca, Ghianna Karaghiorghi. Il commissario è solo uno dei tanti che la odiavano e dovrà faticare non poco a trovare il suo assassino. Così, insieme al brigadiere Thanasis, uomo decisamente poco brillante e dalle dubbie capacità, Charitos deve obbedire ai superiori e mettere da parte un’indagine già in corso per buttarsi a capofitto in quella che diventa una vera e propria caccia all’assassino della cinica reporter. E anche se può essere pigro e poco incline all’azione, il nostro commissario ama e rispetta il suo lavoro e vuole che ogni ad ogni vittima venga assicurata giustizia, quindi il colpevole deve essere arrestato, chiunque egli sia. Si ritroverà a dover affrontare testimoni reticenti e bugiardi, segreti nascosti da tanti e da tanto, coinvolgimenti di illustri insospettabili, corruzione, malaffare, strani e inspiegabili “incroci” con l’indagine precedentemente e frettolosamente sospesa…e si vedrà attaccare da più fronti. Da una parte i giornalisti, come sempre occupati a coglierlo in fallo e a dimostrare l’incapacità della Polizia, seguendo proprie indagini parallele e nascondendo informazioni importanti, e dall’altra i suoi diretti superiori, che gli alitano sul collo e lo invitano alla prudenza, più preoccupati dell’opinione pubblica e del coinvolgimento di personaggi importanti che non della giustizia e della verità. E a casa non va di certo meglio: Adriana lo assilla perché è poco presente e le riserva poche attenzioni e lui si rifugia fra le pagine dei suoi dizionari, per cercare un po’ di pace. Ma a dargli il colpo finale è l’adorata figlia, quando gli comunica che non potrà venire a casa per le ormai prossime festività natalizie…Insomma il buon Charitos sembra avere tutto e tutti contro e
quindi non gli resta che fare ciò che gli viene meglio: sistemare tutti i pezzi di questo intricato puzzle e chiudere il caso. Sullo sfondo, quasi in secondo piano ma tutt’altro che marginale, la città di Atene. Caotica e pulsante, moderna e vittima di un’urbanizzazione selvaggia, afflitta da immensi ingorghi, che alterna, come tutte le metropoli, quartieri belli e tranquilli a quartieri brutti e malfamati. Markaris ne parla come di un palcoscenico sul quale tutti i personaggi si muovono, entrando e uscendo di scena quasi casualmente, senza un ordine preciso e senza seguire un copione. E quella che emerge è l’umanità, quella vera, con le sue debolezze e i suoi punti di forza, con le luci e le ombre, le gioie e i dolori, i valori e le devianze, la vita e la morte. Nessuno fa niente per niente, tutti si muovono con un preciso scopo: quello di prevalere sull’altro. Ciascuno con le proprie motivazioni, più o meno importanti, legate al bene o al male. Markaris ci presenta una serie di personaggi bianchi e una di personaggi neri…ma poi ne mette qualcuno colorato, qua e là, per farci capire che non tutti sono uguali, quasi per rincuorarci, per darci una speranza, per dirci che in fondo qualcuno di “meno uguale” c’è sempre. Come vi dicevo vi invito a leggere questo e gli altri libri di questo autore, capace di coinvolgere i suoi lettori dalla prima all’ultima pagina, per mettersi a fianco del suo commissario. E per quanto riguarda il gusto? Kostas Charitos è un vero amante del cibo ed è ghiotto di tutti i piatti tipici della cucina greca. Il suo preferito, però, è quello che sua moglie riesce a preparare ancora meglio di sua madre: la gemistà. Si tratta di un piatto tipico della cucina greca, appunto, che ha origini antichissime, a base di verdure e riso. Può essere mangiato sia caldo che freddo e viene realizzato soprattutto durante i mesi estivi in quanto è più facile reperire gli ingredienti freschi. Charitos ne mangerebbe a chili e quindi ho deciso di provare a cucinarlo…beh! Devo dire che mi è piaciuto e sono sicura che lo rifarò, magari con qualche “accorgimento” in base ai miei gusti. A voi, ovviamente, propongo la ricetta originale.

GEMISTÀ (γεμιστά)

Ingredienti per 3-4 persone: 4 pomodori maturi - 4 peperoni verdi varietà corno - 10 cucchiai da minestra colmi di riso (carnaroli o arborio) – 1 cipolla bianca - 1 ½ cucchiaio da minestra di uvetta nera - 1 ½ cucchiaio da minestra di pinoli - 7- 8 foglioline di menta fresca tritata - un pizzico abbondante di menta secca - 2 cucchiai da minestra di prezzemolo tritato – sale – pepe - olio evo - una manciata abbondante di formaggio grattugiato (casera, caciocavallo, fontina, asiago, provolone... sceglietevene voi uno che vi piace!) - 2 patate medie - 1 lattina di polpa di pomodoro – sale - pan grattato - una tazzina da caffè olio evo

Una premessa: pomodori e peperoni vanno scelti per quanto possibile della stessa dimensione per avere una cottura uniforme. I pomodori ramati, quelli che vengono anche definiti a grappolo, vanno benissimo per questa ricetta, importante però è che siano maturi e sodi. I peperoni verdi, invece, devono essere della varietà corno. Sceglieteli possibilmente dritti, senza curvature e di circa 10-12 cm. di lunghezza. Iniziate lavando e asciugando pomodori e peperoni. Prendete i pomodori, tagliate una calotta dalla parte del picciolo e con un cucchiaino svuotateli con attenzione per non romperli. Svuotateli senza lasciare troppa polpa attaccata alle pareti ma nemmeno ridurli a carta velina. Polpa e succhi vanno raccolti in una ciotola. Tagliate una calotta anche ai peperoni e puliteli da eventuali semi e filamenti. Mettete intanto in ammollo in acqua fredda l’uvetta per 10 minuti, tritate la polpa dei pomodori che sono stati svuotati e raccolti nella bacinella insieme ai succhi e tostate a secco i pinoli per 2 minuti in una padella antiaderente. Tritate la cipolla e mettetela in una padella antiaderente, versandovi abbondante olio evo. Stufatela a fiamma bassa per 5-6 minuti, aggiungete i pinoli e procedete con la cottura per circa 2 minuti. Unite il riso e insaporite, girando spesso per 2 o 3 minuti. A questo punto versate la polpa dei pomodori che sono stati svuotati insieme ai succhi raccolti, salate, pepate e unite l’uvetta scolata, il prezzemolo, la menta fresca e quella secca. Mescolate e cuocete fino a quando non venga assorbita la maggior parte dei liquidi, lasciando il riso morbido “all’onda” (in genere 5 – 6 minuti sono sufficienti). Ritirate dal fuoco e aggiungete il formaggio, grattugiato
grossolanamente. Mescolate bene, assaggiate e nel caso aggiustate di sale. Farcitura, assemblaggio e cottura: Tagliate le patate a spicchi e salatele leggermente. Con un cucchiaio riempire le verdure fino a tre quarti, senza pigiare la farcitura (il riso si gonfierà ulteriormente durante la cottura e deve avere lo spazio necessario per non rischiare di strabordare). A questo punto accendete il forno a 180 gradi. Una volta farcite tutte le verdure copritele con la loro calotta e sistematele nella teglia. I pomodori vanno messi in piedi mentre i peperoni essendo lunghi e stretti vanno sistemati sdraiati. Attenzione quindi a metterli con la calotta verso le pareti della teglia per non rischiare che si sposti durante la cottura. Sistemate gli spicchi di patate negli interstizi. Allungate la polpa di pomodoro con 150 ml di acqua e versate tutto nella teglia. Spargete un poco di sale su tutte le verdure e del pangrattato sulla calotta dei pomodori. Fate un abbondante giro di olio evo, coprite con della carta stagnola e infornate per 50 minuti irrorando con il sughetto del fondo dopo 25 minuti. Trascorsi i 50 minuti, togliete la carta stagnola, irrorate di nuovo e continuate la cottura per altri 45 minuti, irrorando dopo 20 minuti. Ultimata la cottura, togliete dal forno e aspettate almeno un’ora prima di servire: le verdure hanno bisogno di riposare per amalgamare ed esaltare tutti i sapori. Gustate questo piatto accompagnandolo con della feta e un bicchiere di vino bianco fresco e…καλή όρεξη (kalì òrexi = buon appetito)!